Sangue amaro

È italiana e dell’Italia parla la quarta delle cinque drammaturgie contemporanee in rassegna per lo Stabile di Genova alla Piccola Corte. Parla dell’Italia di oggi assediata dalla crisi ed erosa dal degrado sociale ma che cerca volonterosamente ed ostinatamente di preservare una parvenza di normalità e di dignità, nascondendo sotto il pavimento dei suoi stracci, che ancora prodigiosamente vogliono e riescono a produrre sogni e desideri, l’erosione e lo slittamento di ormai sbiaditi valori di solidarietà familiare in un contesto sociale in cui l’unico valore rimasto è quello del denaro, cui tutti gli altri volenti o nolenti devono subordinarsi.
Racconta di una madre piegata ma non vinta, sola, ed il termine è quanto mai appropriato per questa vita

ormai strappata e isolata, con il vecchio padre malato di alzheimer, un figlio precario che non ha studiato e si arrabatta come tanti oggi e una figlia che il ritardo mentale sembra rendere inspiegabilmente “lucida”. Con loro la badante straniera “in nero”, ex studentessa e giovane amante del figlio.
Un mondo di apparenze disperatamente difese, come tanti in un quartiere popolare di una grande città, tenuto insieme, non si sa per quanto, dalla finzione, finzione di ruoli e finzione di sentimenti, aperto e inevitabilmente predisposto alla tragedia.
Il nonno ormai obnubilato brucia per sbaglio i soldi affidati da uno strozzino al ragazzo per riciclarli nelle sale giochi. Il panico, la rapina ideata con l’amico di sempre per recuperare il denaro bruciato, l’arresto poi i domiciliari con il problema sempre più stringente di restituire quel piccolo capitale allo strozzino, il furto ed il tradimento dell’amico, mentre nasce un nuovo figlio dall’amore dei due ragazzi.
Le sintassi così si sovrappongono, quasi rincorrendosi freneticamente, insieme alle violenze che coinvolgono la figlia, unica a difendere la famiglia e la verità, fino alla inevitabile finale soluzione con il denaro che ha il sopravvento sulla vita e i sentimenti dei protagonisti.
Una drammaturgia appassionata, e molto attenta alla nostra contemporaneità, questa della giovane Maria Grazia Pompei, attrice formatasi alla scuola dello stabile genovese, scritta in collaborazione con Valerio Marini, ben padroneggiata nella scrittura e, pur con qualche pausa, nella coerenza drammaturgica cui contribuisce la buona regia di Jacopo-Maria Bicocchi che, come detto, pavimenta la scena di stracci a rendere percepibile il precario equilibrio psicologico ed esistenziale dei personaggi.
In scena la stessa Maria Grazia Pompei, una madre convincente, con Mario Cangiano, Marco De Gaudio, Roxana Doran, Daniele Duchi e Michele Maccaroni adeguatamente nei personaggi anche se talora un po’ troppo “cabotinanti” e compiacenti nel sottolineare tic e movimenti di una romanità romanesca cinematografica e di maniera che comunque spesso richiama l’applauso e la risata piena. Così comicità grottesca e tragedia esistenziale ben si assortiscono enfatizzandosi vicendevolmente.
Uno spettacolo di spessore, seguito con attenzione e molto applaudito.

 

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