Apatia per principianti

Si chiude con questa quinta pièce la Rassegna di Drammaturgia Contemporanea alla Piccola Corte del Teatro Stabile di Genova, in scena da mercoledì 8 luglio a sabato 18 luglio, e si chiude a mio avviso, senza scomodare la parabola delle Nozze di Cana, con il vino migliore. Mario Jorio, che è il regista di questa interessante messa in scena sulla versione italiana di Alessandro Bassini, è stato infatti capace di reinventare drammaturgicamente la sintassi secca da “teatro-inchiesta” del lavoro dello svedese Joans-Hassen Khemiri, di padre tunisino e madre svedese, ricostruendo un linguaggio scenico che, nelle forme dello sdoppiamento straniante e insieme della identificazione-immersione psicologica nel personaggio così ridefinito significativamente, trasforma l’inchiesta in narrazione, in vero e proprio

dramma che ne ricostruisce il senso oltre la contingenza e fino alla più efficace e partecipata contemporaneità.
Evento reale dunque, che molto parla all’Europa attuale dei migranti spesso pianti ma di cui in fondo non si sa che farsene, e che ripropone nella sua versione “base” lo scandalo raccontato dal libro-documento di Gellert Tamas.
Uno strano morbo, a fatica riconosciuto come forma di apatia comportamentale, sembra impadronirsi ad inizio degli anni 2000 dei figli dei richiedenti asilo in Svezia, impedendo loro di relazionarsi con gli altri e fin di muoversi ed essere autonomi. Lo sconforto delle autorità cede presto il passo alla diffidenza ed al rifiuto che, scartando l’evidenza dei traumi che hanno colpito tali bambini nel paese di origine, ipotizza un subdolo e criminale escamotage dei genitori per ottenere l’ambito permesso di soggiorno.
Le prove non servono, basta, come è oggi di moda, costruire un atmosfera, un atteggiamento, creare una opinione pubblica favorevole che si affidi alle autorità e dimentichi le proprie responsabilità. Seguono così plurime espulsioni e le tragedie che le accompagnano, fino a che lo scandalo che dilaga da più indipendenti inchieste giornalistiche non riconduce a ragione macchine burocratiche che, lo insegna la storia, sono troppo facili a produrre ferocia anche con il sorriso sulle labbra.
Un ulteriore esempio, se ce ne fosse bisogno, della banalità del male icasticamente rappresentato da Hannah Arendt nei suoi scritti, da cui è utile riportare una piccola ma efficace citazione: “Un capitano della “polizia dell’ordine” (forse Il commissario Christian Wirth in persona, che in Germania si era occupato della liquidazione, mediante gas, delle “persone incurabili”, sotto gli auspici della Cancelleria del Fuhrer) uscì loro incontro per salutarli e…” via narrando.
Ed è proprio in questo che consiste l’efficacia della messa in scena di Mario Jorio, l’aver ricondotto i fili dispersi di una narrazione giornalistica al cuore della nostra percezione del mondo, al distacco dai sentimenti indotto dalla paura e dalla ignoranza, al cuore cioè di quei meccanismi di interpretazione del nostro esserci che troppo spesso si inceppano e che il teatro talora, come in questo caso, riesce a rimettere in moto.
Jorio utilizza con semplicità, come nel suo modo registico, gli strumenti più raffinati della messa in scena, trasformando spazi ed oggetti inerti (come quel meraviglioso tavolo a rotelle che si trasforma in pulpito, palco e teatro di burattini solo ruotando su sé stesso) in veicoli di senso, ed insieme riesce a far dialogare, contrapponendole ed amalgamandole, le più diverse modalità di recitazione, dal distacco brechtiano, come detto, alla condivisione, dalle forme del teatro di figura alla retorica che seleziona e sottolinea.
Ne consegue non solo uno spettacolo interessante, ma anche una drammaturgia in grado di mobilitare pensieri e sensazioni, che induce a prendere posizione nel presente ed insieme ad andare oltre il solo contingente.
Efficacissimi dunque sia i movimenti scenici che quelli recitativi che agevolano gli sdoppiamenti di senso e le sovrapposizioni di diversi piani significativi, con alcune soluzioni non solo scenografiche molto interessanti, quali l’ambigua figura, metà uomo e metà donna, del regista-giornalista-narratore, un’anima che sembra indifferentemente condividere, nei suoi rutilanti dialoghi e ammiccamenti con la cronista che conduce l’inchiesta, tutte le parti in commedia.
Bravi i protagonisti in scena, che condividono e facilitano le diverse scelte registiche e che riassumono con l’efficacia della maschera, sia o no dipinta in volto, i plurimi personaggi (36 nella pièce) che affollano l’inchiesta. Sono Alice Giroldini, Sarah Pesca, Daniele Madeddu, Sarah Paone, Francesco Russo e Emanuele Vito, da elogiare anche per la maturità.
Un soggetto complesso dunque, un nodo che però si scioglie e semplifica in scena ritrovando un senso ed un cammino omogeneo e coerente.
Nonostante la collocazione, fino ad oltre la metà di luglio mese non particolarmente praticabile per il teatro in città, lo spettacolo sta avendo un caloroso consenso da un pubblico numeroso e che a lungo, e come merita, ha applaudito la drammaturgia.

Foto Patrizia Lanna

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