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Terzo e ultimo week end del Festival, all’insegna della “danza”, ma non solo. La danza e questo festival, diretto con mano sensibile ed occhio intelligente da Beppe Navello, ormai tradizionalmente sembrano ineluttabilmente attrarsi e reciprocamente completarsi. Forse perché la danza è, con il suo moto ed il suo tempo, suprema creatrice di spazi e dunque la cifra di “Teatro a Corte”, che della valorizzazione e della scoperta degli spazi e dei luoghi come sorta di distillato dell’intima natura del teatro fa una sua originale intuizione, con la danza ben si amalgama, imprimendo, come un sasso nello stagno, un’onda moltiplicatrice di senso e di significati.
Questi gli eventi vissuti da giovedì 30 luglio a sabato 1° agosto:


MAS-SACRE
Creazione di Maria Clara Villa Lobos, coreografa belga di origini brasiliane, e della sua compagnia “XL PRODUCTION”, volge ancora una volta il suo sguardo dissacrante ed ironico sulla società dei consumi e sulle sue degenerazioni. Non a caso il foglio di sala ricorda come la stampa belga abbia per questo spettacolo richiamato le opere del drammaturgo Rodrigo Garcia. Villa Lobos gioca con abilità e profondità già dal titolo, che scinde ed insieme unifica la parola massacre (massacro) di cui alla nota storia artistica della Sagra di Primavera di Stravinsky/Nijinsky, con un assai ambiguo mas-sacre (più sacro) quasi ad alludere e ricordare come il rapporto tra uomo, animali e cibo affondi le sue radici in tabù intimi e identitari, quali il capro espiatorio, che la contemporaneità, attenta solo al profitto, mostra di disattendere creando così disagio e dispersione. È uno sguardo violento quello della coreografia che affonda la nostra angoscia direttamente dentro al processo industriale della creazione del cibo, al cui terminale culmine vi è l’annullamento di ogni differenza, con la trasformazione degli stessi umani in animali da macellare. Metafora esplicita, dunque, di una società ove il denaro e il profitto sembrano costituire l’ultima tragica cifra di ogni (parvenza di) umanità. La sintassi coreografica, che recupera i suoi più intimi e intrinseci elementi di ritualità, è così posta al servizio dello smascheramento di un meccanismo occulto che sta per travolgerci. È un allarme che ci mette di fronte alle presenti contraddizioni.

LE SACRE DU PRINTEMPS: A HAPTIC RITE
Ancora la “Sagra della primavera” di Stravinsky ma ribaltata. Non danzano i ballerini, bensì gli spettatori. In un rito “tattile” dalla fascinazione misteriosa che man mano scioglie l’inquietudine dal danzatore-spettatore bendato e dunque nell’oscurità, la musica viene giocata, dai danzatori, sul corpo stesso di quello spettatore abituato ad interpretare mentalmente e psicologicamente (“a distanza”) e qui costretto ad agire direttamente nella sua propria carne la musica che l’avvolge. La scommessa è scoprire ciò che non è visibile e che talora la mediazione dello sguardo allontana. Il paradosso è anche creativo perché il canadese berlinese Kenji Ouellet che ha ideato e diretto lo spettacolo, non è danzatore o coreografo, ma performer e artista visivo e sembra quasi andare a sperimentare su sé stesso quello che i suoi spettatori in genere provano.

PLEURAGE ET SCINTILLEMENT
Una drammaturgica impostata ed organizzata su una sintassi coreografica, questa dei franco tedeschi Jean-Baptiste André, fondatore e animatore della “Association W”, e Julia Christ, ginnasta il primo e ballerina la seconda. Nello storico Cafè Lehmitz di Amburgo, recuperato nelle tonalità in bianco e nero delle fotografie di Anders Pertersen, l’incontro di un uomo e di una donna. Un pas de deux nel quale sembrano riassumersi i sussulti di individui e di una società in trasformazione, in bilico tra nostalgia e voglia di rinnovamento. Danza ed acrobazia tra i tavoli di un bar a riassumere, dunque, una vita che scorre e non si ferma neanche davanti alle passioni. Lui entra ubriaco e travolge ogni confine, lei, dopo aver a lungo danzato ed insieme cantato, alla fine lo caccia, e ribaltando ogni schema e convenzione, dopo aver sistemato il suo bar si ferma al bancone fumando una sigaretta. Opera intensa, mai calligrafica, che estrae passioni nascoste se non dimenticate e con quelle fa ancora una volta i conti, e noi insieme a lei. Bravissimi i protagonisti, ben coadiuvati dalla drammaturgia di Michel Cerda.

SE VOIR
Di nuovo Jean-Baptiste André, in quello che lui stesso definisce “un viaggio nella memoria del presente”. Un paradosso apparentemente irrisolvibile per logica, ma qui risolto per via estetica. Il pubblico è davanti a uno schermo in cui scorrono le immagini di André mentre questo, conducendolo, rivive le stanze, le scale, gli ascensori, fin le pareti e i soffitti, della reggia di Rivoli dove stiamo continuando, noi, il viaggio dentro al Festival. L’impressione è di assistere ad un filmato (la memoria) ma inaspettatamente André esce da dietro lo schermo e ci mostra la piccola telecamera con cui ha compiuto quella strana peripezia e noi insieme a lui (il presente). Discorso sull’illusione e sul trompe oeil che però condiziona ed approfondisce la nostra percezione e la coscienza della realtà, spesso più dello sguardo presuntuosamente diretto.

ART OF MOVEMENT
Billy Cowie, raffinato coreografo britannico, torna per la terza volta a Teatro a Corte per questa geniale riflessione sulla danza, che affonda le sue radici nella consapevolezza estetica della funzione non solo liberatoria ma anche intimamente identitaria della coreutica. Due danzatori in scena che si sovrappongo ad altri in video, con effetto 3D straordinariamente moltiplicato che affonda la sua visione oltre (lo spazio) e dentro (di noi). Una sorta di grammatica del movimento che analizza alcune delle 122 tecniche coreografiche di Cowie per un linguaggio che, proiettandosi dai minuscoli spazi fisici che virtualmente vanno infinitamente moltiplicandosi, va a completarsi nella percezione del pubblico coinvolto al di là di ogni sua consapevolezza. Un piccolo spazio multimediale, immerso nei bellissimi disegni della tedesca Silke Mansholt, che per la magia della danza e del suo movimento, fisicamente iscritto nei corpi prima costretti e poi liberati dei bravissimi danzatori, si espande come l’universo conosciuto e anche quello, interno od esterno che sia, sconosciuto.

ORIGAMI
Singolare performance della ballerina giapponese, ora residente in Francia, Satchie Noro attorno alla macchina metamorfica (un container all’uopo modificato) dello scenografo Silvain Ohl. Un gigantesco origami nelle intenzioni dell’artista, che proietta nello spazio le geometrie di quella intima arte della tradizione giapponese. L’effetto talora è disturbante poiché quelle geometrie sembrano incombere sul corpo dell’artista, imponendone il moto invece che esserne condotte, corpo che a fatica prevale ritrovando nel suo movimento quel significare che il vuoto dello spazio che lei stessa crea, sembra attendere con speranza dalla danza, da ogni danza.

ONE-HIT WONDERS
Si chiude ancora con la Spagna, anzi la Catalogna di Sol Picò che unisce la sua formazione classica alla frequentazione dei ritmi e dei movimenti della tradizione iberica. È una riflessione sulla danza e sulla sua parabola che coinvolge l’identità e l’immagine stessa che Sol, come ogni danzatrice, ha di stessa, immagine irrinunciabile che costituisce l’intimità estetica del suo muoversi in danza e “dentro” la danza. Una parabola ironica, come nelle corde della catalana, un volo areo che è icastica metafora della vita che va, inesorabilmente, da un punto all’altro del tempo pur restando sé stessa. Una parabola identitaria che scova i segni della fine già nell’esplodere della giovinezza e della maturità, recuperando i segni e le stimmate di un percorso inesorabile che dà il senso ultimo ad ogni suo e nostro peregrinare. Sol Picò si concede dunque una sua (di sé stessa intendo) personale rivisitazione nel segno della sua tradizionale ironia. È peraltro, la sua, una ironia magistralmente sostenuta da una tecnica di danza che supera le sue stesse convenzioni per articolarsi in un linguaggio scenico originale e anche singolare.

Si chiude così il festival, con un spettacolo che ne conferma l’ormai piena caratura internazionale, cui come detto l’intuito originale nelle scelte e l’onestà intellettuale nel perseguirle e difenderle, da parte del direttore artistico Beppe Navello e dei suoi collaboratori, costituiscono un plus-valore raro.