Orizzonti # mediterranea 2015

È la tredicesima edizione di questo Festival di agosto, a Chiusi in quel senese dove la toscana etrusca già sia apre alla campagna romana, ma in “Mediterranea 2015” si percepisce una atmosfera di svolta, per significatività e respiro anche europeo, grazie alle intuizioni sia dei primi promotori, la Fondazione “Orizzonti d’arte” patrocinata da Comune, Regione e Ministero, sia soprattutto degli organizzatori, in particolare del Direttore Artistico Andrea Cigni e del suo giovanissimo staff che da solo due anni cura la manifestazione.
Dal 31 luglio al 9 agosto un programma intensissimo, tra teatro, musica, danza, laboratori e quant’altro caratterizza un appuntamento come questo, in luoghi dal fascino discreto che va oltre il tempo.
Ora gli eventi del 6 agosto.

L’OMOSESSUALE O LA DIFFICOLTA’ DI ESPRIMERSI
Una “drammaturgia”, e non delle più recenti (è del 1971), dell’argentino-francese Copì, molto più famoso anche in Italia per il suo fantasmagorico fumetto “la donna seduta”, su cui avvia un acuto processo di riflessione sia critica che sintattica Andrea Adriatico per il bolognese “Teatri di Vita”. Qui la strampalata narrazione di tre signore dal sesso incerto ed in continua mutazione, esiliate in una Siberia riprodotta paradossalmente in tonalità da riviera romagnola, diventa arcana metafora di un mondo, il nostro, alla deriva, deriva di valori e deriva di sentimenti. È l’attesa di un improbabile riscatto, il nostro e il loro, ove la tragedia e la sofferenza esplodono virando nell’ingenuità dell’infanzia. In Cina! In Cina! In Cina! Viaggiando su improbabili slitte e tra lupi famelici ma molto meno pericolosi degli umani. La drammaturgia recupera con efficacia tutte queste sintassi (dai toni certo anche biografici) che ribaltano, come in un melodramma riletto da Fassbinder, le atrocità in doni, per recuperare quasi contro tutti e tutte (a anche gli altri) l’autenticità di una passione intima, autentica anche quando, e forse di più sembra dirci Copì, “diversa” o “repressa”. È una narrazione drammaturgica che, proprio attraverso l’ironia acuta e intrigante, riesce ad andare oltre una semplice rappresentazione “di genere” per diventare feroce meccanismo smascherante di una modernità ove l’identità esterna o indotta, di superficie (ora esplosa nella moda dei social network) surroga spesso la incapacità di percepire intimi ed autentici sentimenti e relazioni. Così proprio attraverso l’attrito incandescente prodotto da queste identità eterodosse e mobili il nostro sguardo riesce ad aprirsi ad una conoscenza ed una riflessione interiore e liberatoria. È un mondo narrato sotto la lente dell’ironia e infine salvato proprio attraverso la confusione di ruoli e funzioni e la sovrapposizione delle identità, sempre fuggenti e sfuggenti. In scena le bravissime Anna Amadori e Olga Durano con Eva Robin’s, una sorprendente signora Garbo, ruolo en travestì che fu all’esordio dello stesso Copì. Attorno a loro Giovanni Capuozzo, Saverio Peschechera e Alberto Sarti, sempre all’altezza nel ruolo di militari e generali la cui assurdità ne delinea una “verità” altrimenti non rintracciabile. Uno spettacolo a cura di Saverio Peschechera e Daniela Cotti, scenotecnica e luci di Carlo Quartararo, costumi molto scenografici di Valentina Sanna, scene di Andrea Cinelli, con un ringraziamento della compagnia a Stefano Casi, biografo italiano di Copì. Bello, intenso, in grado di far percepire la tragicità del mondo e dell’esistenza senza farci allontanare lo sguardo, perché solo guardando si può capire, e solo capendo salvarci. Sulle rive del lago di Chiusi, “location” straordinariamente coerente, che ricorda le narrazioni figurative del seicento (una su tutte la “Fuga in Egitto” di Annibale Carracci) ove il paesaggio stesso diventa soggetto di significazione autonomo ed in profonda relazione, paesaggio ove, non a caso in questa bella drammaturgia, i personaggi “nominalmente” maschili si celano per emergere solo funzionalmente alla peripezia centrale. Un paesaggio personaggio ed insieme capace di produrre personaggi come l’uomo misterioso che alla fine copre i corpi delle tre protagoniste per rituffarsi nell’indistinto della natura. Da ultimo un ricordo, che mi sembra in piena sintonia, del già citato Rainer Werner Fassbinder dal suo “I film liberano la testa” (e di più forse il teatro). Scriveva dunque Fassbinder: <<È estremamente eccitante e emozionante scoprire, prima lentamente, e poi con crescente insistenza, il rapporto esistente tra questo mondo estraneo con le sue leggi e la nostra realtà, naturalmente anche soggettiva; …… E solo chi ha raggiunto una totale identità con sé stesso non deve più avere paura della paura. E solo chi non ha paura può amare al di fuori dei valori; il traguardo estremo di ogni umana fatica: Vivere la propria vita.>>.

THÈRÈSE ET ISABELLE
Valter Malosti riscrive in dialogo drammaturgico le pagine “fiammeggianti” della controversa scrittrice francese Violette Leduc, poco nota forse in Italia ma oggetto in Francia di contrastanti analisi, non solo letterarie, ed esegesi estetiche. Sono le pagine iniziali del suo romanzo “Ravages”, mutilate dalla censura alla metà degli anni cinquanta del novecento e poi recuperate alle soglie del 2000, quando la scrittrice era da tempo morta, come lungo racconto autonomo con il titolo appunto di “Thérèse et Isabelle”. Una narrazione in essenza molto lontana da quello che sembra all’apparenza, cioè un racconto “erotico”, e che supera anche la stessa etichetta, facile e consueta, di rappresentazione di una relazione “lesbica”. È bravo in questo Malosti a distillare quei brucianti composti narrativi traslandoli, come da intrinseca pulsione, su un terreno metafisico, sul terreno di una relazione in cui negli occhi dell’altro o dell’altra non si cerca l’altro o l’altra, bensì noi stessi come in un narcisistico specchio. È la stessa materia autobiografica, così profondamente incisa in quelle parole liriche e tanto drammaturgicamente “autonome” da essere difficilmente padroneggiabili, che sposta i termini della narrazione e della drammaturgia, mostrando paradossalmente non tanto una rivendicazione di “genere” ovvero di “ tendenza”, come nelle altrettanto fiammeggianti ed in qualche modo simili parole ad esempio del Jean Genet de “Il funambolo”, quanto piuttosto una sorta di contrappasso, in cui nel momento stesso in cui si afferma la propria passione, la si sottrae e la si nega, quasi una sorta di esaltazione esplicita della propria vergogna, della propria inattitudine e indisponibilità. Paradossalmente non c’è colpa, ma forse neanche libertà nel senso pieno, c’è un fluire indistinto di ciò che è e nasce nella più intima interiorità di una adolescente alle prese con lo sfuggente significato della sua vita liquida. Così questa passione diventa simbolo di un esserci incerto, in bilico perenne tra affermazione e negazione di sé. Nella sua scrittura scenica Malosti dipana con efficacia questi fili ingarbugliati, sciogliendo “l’incandescente scheggia autobiografica” (come lui stesso la definisce nel foglio di sala) in una riflessione tra il monologo ed il dialogo che occupa man mano la scena, debordando progressivamente verso il pubblico, coinvolto talora suo malgrado. Lo fa preservando le tonalità liriche del racconto ma come amalgamandole nel processo scenico, dando loro quella profondità e condivisione necessaria al processo drammaturgico. In scena, per la regia dello stesso Valter Malosti, le bravissime Roberta Lanave e Elena Serra, dal corpo teso come un violino a produrre inaspettate melodie mimiche e sonore. Una coproduzione “Teatro di Dioniso” e “Festival Orizzonti Fondazione”. Coreografie di Lara Guidetti, luci di Francesco Dell’Elba, costumi di Giulia Bonaldi, assistente alla regia Elena Serra, musiche, molto belle e adeguate, e suono curati da G.u.p. Alcaro. Scriveva Simone de Beauvoir in prefazione alla “Bastarda”: <<Violette Leduc non fa niente per piacere: non piace e fa persino paura>> per poi continuare: <<Il lettore compie l’impossibile sintesi dell’assenza e della presenza>>. La stessa cosa, penso, valga per lo spettatore di questa profonda drammaturgia, molto applaudita.

ARIADNEamore
Una coreografia costruita attorno ad un nucleo drammaturgico, o forse una drammaturgia partorita inaspettatamente dal travaglio gioioso di una coreografia, questa coproduzione di “Emanuele Soavi InCompany” (coreografo italiano da tempo in Germania) e del “Festival di Ludwigshafen – Theater im Pfalzbau”, insieme anche stavolta ad Orizzonti Festival. Arianna e l’amore, ovvero la femminilità come luogo dell’amore fecondo e dunque, proprio per il suo essere questo, incondizionato. Un erotismo che cerca ma è capace di sopravvivere comunque, anche all’abbandono. Un erotismo con cui il principio maschile pare da sempre combattere, uscendone, anche quando apparentemente vincitore, sempre sconfitto come da una superiore forza. E la danza è per sua natura contrapposizione e conflitto, in cui in primo luogo i generi si confrontano per poi fondersi, una guerra incruenta e dunque, forse, con tutti vincitori. Arianna è il mito ed il principio ed il suo filo lega sottotraccia tutta l’esibizione coreutica, avvolgendo il fuggitivo ed immemore Teseo come l’intero pubblico. Il nucleo drammaturgico della performance poi cerca di dipanare e organizzare, di esprimere dialetticamente quel filo, sorta di filosofico principio maschile che si affanna di fronte e dentro la fecondità femminile. Ed in effetti questo nucleo drammaturgico, pur scenicamente efficace, appare talora rallentare la peripezia scenica, producendo cesure inevitabili perché la parola e la narrazione per loro natura scelgono e quindi possono mutilare. Arianna è nel mito abbandonata da Teseo su un’isola in mezzo al mare, ma Arianna e l’amore che esprime sono padroni di quel mare, anche figurativamente rappresentato in scenografie in continuo movimento, sono quel mare ed alla fine, credo, il vero disperso e perduto è Teseo, non Arianna (o Medea e le altre). È qui che la danza riprende il sopravvento, espandendo il ritmo delle onde in movimenti rotatori che dilagano sul confine del palcoscenico. Una coreografia che, per la sua energia e metafisica fisicità (non sembri una contraddizione) ricorda Pina Bausch e la sua insuperata lezione, una coreografia attratta, come in tutta la modernità, dalla forza di gravità e quindi dominata nel suo movimento dalla caduta più che dallo slancio, ma che recupera, in questo continuo sondaggio delle profondità fisiche e di quelle psicologiche, significati e identità che finalmente galleggiano verso la nostra piena consapevolezza. Interessante al riguardo la scelta di tenere a vista il cosiddetto DJ, che organizza le sonorità della scena, quasi un deus ex machina, ovvero una sorta di esplicita rappresentazione di quel principio maschile che guarda, cerca di controllare ma alla fine è inevitabilmente guidato. Un principio psicologico e sociale (un patriarcato?) che sempre e ancora combatte e vuole spadroneggiare, ma che man mano si accorge di quanto in questa guerra perda di sé stesso, e che si accinge, questa guerra, a perderla finalmente e con reciproca felicità. Un bello spettacolo, migliore forse nei sei danzatori (cinque donne e un uomo), anche tecnicamente validi, che nel processo drammaturgico, ma comunque armonico e coerente, scenograficamente ben costruito all’interno della piazza del duomo di Chiusi, e a lungo applaudito. In prima nazionale. Con Emanuele Soavi che è il coreografo collaborano il compositore Wolfgang Voigt (Kompact Records), le cui belle musiche integrano sapientemente sia la coreutica che la scrittura drammaturgica, la light designer Cristina Spelti e il drammaturgo Stefan Bohne.

Tre spettacoli di inaspettata e reciproca coerenza, che navigano oltre il principio di determinazione per conquistare una consapevolezza estetica oltre le cesure, sociologiche, psicologiche e anche filosofiche per un festival, questo di Chiusi, che cresce, destinato, ci auguriamo, a conquistare sempre più una meritata visibilità all’interno dei circuiti estivi.


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