Le prenom

Semplicemente un “buon teatro” quello che offre lo Stabile genovese con questa sua produzione in cartellone al teatro Duse dal 21 novembre al 6 dicembre. Un buon teatro, semplicemente, perché mette assieme un testo significativo e efficacemente adattato dal bravo Fausto Paravidino, una regia accurata ed una recitazione all’altezza, coerente, nel suo essere naturale prima che naturalista, con la scrittura scenica. Con questo testo di grande successo, e conosciuto ai più grazie alle due versioni, una francese e l’altra italiana, cinematografiche, Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière, sceneggiatori alla prima prova drammaturgica, ripresentano il salotto “borghese”, luogo principe della drammaturgia europea moderna dalla sua rivoluzione ibseniana, luogo principe di identificazione soggettiva e smascheramento collettivo, forse troppo disinvoltamente

dimenticato nell’ansia di rinnovamento di molte scritture contemporanee, ma forse comunque sempre presente al di sotto di quelle stesse scritture.
Il salotto e dunque l’intimità della famiglia moderna con le sue propaggini di amici e parenti più o meno prossimi, il luogo di un rito abituale di socializzazione e scambio ove però le tensioni interiori faticano molto di più ad essere trattenute da quelle maschere che rigidamente guidano la nostra partecipazione alla socialità contemporanea.
Così basta una banale occasione, il nome da imporre ad un figlio in arrivo, per strappare ad ogni consuetudine rapporti, di amore o di amicizia, che parevano consolidati, scatenando quella confusione che sempre è dentro di noi e che ci sforziamo di nascondere; momenti di verità, scrive il regista, oltre la malafede che ci guida secondo l’intendimento dei drammaturghi.
Tutto questo confezionato dentro ad una commedia scoppiettante, ricca di colpi di scena e di quell’ironia forte tipica della tradizione francese che sfocia nella risata da vaudeville senza cedere ai ritmi della farsa, una scrittura che, pur nei sui tempi e nelle sue sintassi “cinematografiche”, ricorda Feydeau più che le molto più aspre drammaturgie anglosassoni.
Un merito particolare va, a mio avviso, alla versione italiana di Fausto Paravidino, una sorta di dramaturg di stampo europeo che ha saputo concepire la sua traslazione con modalità non accademiche, ma pensando sempre alla parola sulle labbra dell’attore, alla parola da dire più che alla parola da leggere.
La scrittura scenica, nella regia di Antonio Zavatteri, ne asseconda le finalità agevolando una messa in scena dalle eccellenti qualità comunicative.
Se ne giovano anche gli attori in scena, da un bravissimo Aldo Ottobrino, quel Vincent che è il vero deus ex machina dell’intera drammaturgia, a Alessia Giuliani, sua sorella, Alberto Giusti, marito di questa, Davide Lorino, amico “sospetto”, e Gisella Szaniszlo, sua compagna in dolce attesa.
Al pubblico svelare la narrazione che da questo plot ormai famoso si sviluppa e il suo “sorprendente” esito. Visto sabato 28 novembre; non era la prima ma il teatro era pieno “in ogni ordine di posti”, si sarebbe detto una volta, ed alla fine gli applausi meritati sono stati intensi e ripetuti.

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