Speak low if you speak love

La danza ha da sempre la capacità estetica di disegnare il nostro “dove” e il nostro “quando” nel mondo, e quindi anche il nostro “come”, come essere e come esistere in un mondo e in una contemporaneità spesso difficile da interpretare. Non meraviglia dunque che la danza contemporanea, e dunque la danza di Wim Vandekeybus che di questa è interprete eccellente anche per le sue ascendenze ed il suo percorso artistico, sembra cercare con pervicacia, forse superiore alla stessa consapevolezza creativa, la dissonanza, il rompere cioè improvvisamente quell’armonia che appare nel suo DNA estetico e che dunque sembra costruire, passo dopo passo, solitario, à deux o à quatre, fino all’improvvisa esplosione, sorprendente e quasi disturbante, fino alla rinuncia ad ogni contrasto con la gravità che ci tiene legati, fino alla caduta dunque e alla morte che ne è metafora.
Spettacolo raro questo della compagnia belga, dall’evidente respiro internazionale che chiude la rassegna “Resistere e Creare” nata dalla collaborazione

tra Balletto Civile di Michela Lucenti e la Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse, e la chiude quasi richiamando analoghe suggestioni dello spettacolo di apertura.
Spettacolo raro perché non rinnega o nasconde le radici classiche della sua danza, ma mescola ed amalgama, anche grazie a una sapienza tecnica notevolissima, la purezza del gesto, lo slancio liberatorio e armonico, la ricerca della pienezza e della felicità “estetica” del balletto tradizionale, con la rinuncia e la sconfitta che, nel suo legame ripetuto con il basso, la gravità e la caduta, sembrano caratterizzare le più avanzate esperienze coreutiche e coreografiche, quasi che questo nostro mondo, così confuso e liquido, disarmonico e violento non potesse più essere salvato neanche dalla danza.
Se dunque il mondo è così, anche il nostro “dove”, il nostro “quando” e il nostro “come” è condannato ad essere sempre più incerto ed infelice? Una domanda che per quanto irrisolta l’arte ed il teatro continuano più che a rivolgersi a rivolgere a noi, suo pubblico.
Così la gestione del corpo e della sua dinamica, della sua forza propulsiva, talora sfugge e declina quasi nella violenza esplicita, un colpo al cuore direi, e le grida di disperazione e rabbia sembrano sovrastare la musica in scena mentre questa cerca di guidare e accompagnare verso uno sbocco, una finalità, un senso psicologico e anche narrativo.
E’ una distonia che infine coinvolge la nostra stessa identità, quasi disgregata nel progressivo liquefarsi, come un “cerchio magico” che si spezza, di ogni trama di valori cui riferirsi ed entro cui consolidarsi.
Ha scritto Paul Valéry: “Interruzione, incoerenza, sorpresa sono le normali condizioni della nostra vita. … L’intera questione si riduce dunque a questo: può la mente umana dominare ciò che ha creato?”
Una creazione, questa di Vandekeybus, in bilico, in bilico tra linguaggi, per una multidisciplinarietà diffusa nella scrittura scenica e nella stessa coreografica e per un uso abilmente drammaturgico degli stessi movimenti coreutici, mai gratuiti anche nelle fasi più conflittuali e dinamiche, in bilico come detto tra tradizione e sperimentazione. È quasi un mondo a cavallo di due mondi, che guarda indietro per cercare di slanciarsi in avanti.
Del resto il suo oggetto, la sua fabula, è l’amore, il motore intimo dell’umanità, quell’eros antico che declina l’attrazione in sensualità, quella forza che appare minacciosa solo a chi ne rifiuta i precetti, e di questo amore quasi astratto ma insieme e ineludibilmente sensuale, sono nutriti i movimenti dei ballerini e tramite loro quella forza siamo finalmente capaci di percepire.
Uno spettacolo poetico, nel senso più profondo di questo termine, anche quando disturba o inquieta, una vera e propria drammaturgia che utilizza la partitura dei movimenti coreutici come grammatica e sintassi di una narrazione consapevole. Regia, coreografia e scenografia sono di Wim Vandekeybus. Della qualità e dello spessore tecnico dei ballerini, troppo numerosi per essere tutti citati, abbiamo detto, non delle affascinanti musiche originali eseguite in scena dal vivo e del canto che le accompagna emergendo quasi dal loro corpo sonoro. Per i singoli protagonisti rimandiamo dunque al sito della compagnia e del teatro.
Lo spettacolo è stato protagonista già a Mons tra gli eventi di Mons Capitale Europea della cultura 2015 e ha visto a Genova la sua prima nazionale e, purtroppo, anche l’unica tappa italiana del suo tour europeo. Il 5 e 6 dicembre alla sala Trionfo del Teatro della Tosse di Genova, sala piena e vari minuti di applausi convinti.

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