The pride

Pride, l’orgoglio ma anche il branco e l’arroganza, nome ampiamente evocativo ormai del tema che si vuole affrontare, è la prima drammaturgia, datata 2008, del greco-americano Alexi Kaye Campbell (vero nome Alexi Komondouros) nato ad Atene nel 1966 che esordisce al teatro, e poi al cinema, innanzitutto come attore. Luca Zingaretti, dunque, con questa sua interessante messinscena, da protagonista e regista, affronta qui un tema assai di attualità, una attualità che almeno in Italia dura da molti anni, quello dei diritti civili legati all’omosessualità, ma lo fa soprattutto, come il testo sembra imporre, dal lato della percezione singola e soggettiva che dell’omosessualità ha l’omosessuale stesso e quindi delle interferenze e suggestioni che crea ed impone all’individuo, nonché alla relazione tra individui e tra questi e la società contemporanea. È infatti questo, io credo, il punto di vista della drammaturgia che ne enfatizza la profondità prospettica ponendo in relazione “speculare” la medesima storia di affetti e di relazioni vissuta dai medesimi personaggi

(e per conseguenza narrativa e scenica dai medesimi attori) in due contesti temporali diversi, i più cupi anni cinquanta con le chiusure e anche le insuperabili autocensure intime, e il primo decennio del XXI secolo con la montante forza dell’autocoscienza che si impone allo sguardo anche oltre la piena e progressiva accettazione.
In realtà non è la medesima storia quanto la diversa conseguenza sulla storia e sull’esistenza che la medesima pulsione affettiva agita dai personaggi ha nei due diversi contesti. Ne nasce una sorta di rimpallo che nella narrazione e nella scrittura scenica amplia efficacemente gli strumenti di lettura agevolando la profondità comunicativa.
La storia (o le storie) di Philip, Oliver e Sylvia tenta dunque di condurci verso un riconoscimento ed una adesione ad una autenticità affettiva che, in sostanza, prescinde dai generi, dalle tendenze sessuali e dalle modalità di costruzione della relazione di coppia, chiusa o aperta, tradizionale o meno che sia quest’ultima.
La narrazione è ben costruita anche se talora non evita, nello sforzo assertivo e asseverativo che comunque la anima, di scivolare nel cliché ed in forme rappresentative qualche volta schematiche e semplificatorie.
La regia di Luca Zingaretti, che si avvale della versione italiana di Monica Capuani, coglie bene il senso della rappresentazione nella alternanza e sovrapposizione dei movimenti scenici e di quelli recitativi, ben supportati da appropriate citazioni musicali che danno il ritmo giusto ai passaggi temporali.
In scena con Luca Zingaretti, abile con il suo Philip ad evitare eccessi “mimici”, vi sono la brava Valeria Milillo (Sylvia), Maurizio Lombardi, un contrastato e sofferto Oliver, e Alex Cendron che offre con i suoi personaggi “a latere” un punto di vista arricchito.
Le scene, che abbiamo citato, sono di Andrè Benaim, i costumi di Chiara Ferrantini, le musiche originali di Arturo Annecchino, le luci di Pasquale Mari, che insieme fanno un ottimo team.
Dopo aver esordito a Torino nel novembre dell’anno scorso, lo spettacolo, prodotto da “Zocotoco”, è in cartellone tra le compagnie ospiti alla Corte di Genova dal 2 al 7 febbraio. Il teatro è assai grande ma, sarà per lo spirito dei tempi o anche per la fama del protagonista e regista, era pieno alla prima e il pubblico ha tributato lunghi applausi e richiami in scena alla chiusura del sipario.

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