Il vizio di Bennett

Non è un caso se l’arte ed il teatro in particolare è capace di anticipare i tempi ed insieme assecondare nuove sensibilità sociali quando queste vanno maturando. Così non è un caso che la stagione teatrale italiana riproponga e rivisiti oggi testi della drammaturgia anglosassone come “Pride” del 2008 e questo del 2009, già recensito sulla nostra rivista al suo esordio milanese del 2014. Commedia (umana) dalle plurime stratificazioni in cui si fondono, e con-fondono, linguaggi drammaturgici, piani esistenziali e sensibilità estetiche diverse e talora contraddittorie così che, a mio avviso, più che di teatro “nel” teatro, si può qui parlare di teatro “del” teatro. Prove di una nuova rappresentazione; un gruppo di attori in assenza del regista e con la (non troppo gradita) presenza del drammaturgo cominciano ad abbozzare, con l’assistente di scena e i tecnici, la rappresentazione di un nuovo testo. Biografia dai tanti risvolti di un poeta e di un musicista un tempo sodali e compagni in cui intersecare visioni del mondo e della società che cambia, aspettative

e delusioni, affetti mai dichiarati e ciniche negazioni, insomma le vite, o parti delle vite, di alcuni intercettate dai personaggi sotto un cono di luce che brevemente ne illumina l’oscurità persistente, riconducendole, per un momento o per sempre, ad un contesto più grande.
È la luce del teatro che va facendosi, in quello spazio e in questo stesso tempo, tra consuete piccole ripicche, attese, litigi, ambizioni personali e disillusioni collettive, tra interruzioni e inestinguibili salaci commenti, la luce che qui si alimenta della riscrittura della “Tempesta” di Shakespeare che, lo scopriremo man mano, costituisce una sorta di orizzonte cognitivo, o forse solo una “ambizione” interpretativa, che tutto questo cerca di racchiudere e di svelare.
Dramma del 2009 dell’inglese Alan Bennet, in cui si rispecchia forse l’omosessualità allora da non molto dichiarata dall’autore, sembra dunque guidata da una sottile ribellione agli schemi narrativi tradizionali quasi questi non fossero che allegoria e metafora di maschere e rigidità sociali che agiscono la sofferenza e l’abbruttimento dell’individuo. Un individuo che come il Calibano shakespeariano, unico personaggio esplicitamente citato della “Tempesta”, cerca disperatamente vie d’uscita senza mai trovarle.
Così la tonalità brillante su cui il testo è costruito attenua ma non nasconde l’intento provocatorio e talvolta cattivo che percorre l’intera narrazione scenica, un intento che riguarda le soggettività ma anche la società che le permea e di cui è permeata. Si sorride certo e si ride qualche volta ma l’effetto consolatorio sembra solo apparente. Un testo dunque aggressivo con sintassi tradizionali piegate ad una esplicita e rinnovata contemporaneità.
Il teatro dell’Elfo di Milano che ha prodotto nel 2014 questa versione italiana di Ferdinando Bruni vi trova corde singolarmente coerenti, capaci di enfatizzare un atteggiamento rappresentativo e recitativo tradizionalmente ironico e sfrontato.
Lo sottolineano la regia a quattro mani dello stesso Ferdinando Bruni e di Francesco Frongia che apre la quarta parete non in modo tradizionale ma efficacemente confondendo il piano drammaturgico nel e con lo sguardo del pubblico.
La scenografia si proietta così oltre le tavole del palcoscenico arricchendo la prospettiva del contingente con richiami ed allusioni che si diffondono come le onde di uno stagno colpito da un sasso.
Di alto livello, e non sorprende, la recitazione impegnata nello stesso corpo attoriale da una pluralità di personaggi che quasi si rincorrono. Ancora Ferdinando Bruni è Fitz e il poeta Wystan Hugh Auden, mentre Elio de Capitani è Henry, il musicista Benjamin Britten e Boyle. Con loro la brava Ida Marinelli, aiuto regista e May, e poi Umberto Petranca, Alessandro Bruni Ocana, Vincenzo Zampa, Michele Radice e il pianista in scena Matteo de Mojana.
I costumi sono di Saverio Assumma, il suono di Giuseppe Marzoli e le luci di Nando Frigerio.
Tra le compagnie ospiti dello stabile di Genova, al Teatro Duse dal 17 al 21 febbraio. Il pubblico ha assorbito con inattesa agilità le indubbie provocazioni e ha applaudito a lungo.

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