Lear

Nel “Lear” di Shakespeare sono numerosissimi i piani significativi che si sovrappongono e si intersecano, da quello storico-dinastico (molto sentito nella sua contemporaneità di forti contese civili) a quello sociale, da quello mitico a quello psicologico, ma in questa drammaturgia di Stefano Geraci e Roberto Bacci, anche oltre il consueto, non solo si sovrappongono ma si intersecano fino a confondersi l’uno con l’altro e l’altro nell’uno, mentre contemporaneamente traggono l’uno dall’altro il senso profondo del loro mostrarsi in quella parola che con fatica e profondità li scandaglia. Infatti i due drammaturghi scelgono, nella loro libera ispirazione, di denudare una tale composita struttura

drammaturgica e di farla in un certo senso decantare in una sintassi tragica, da cui emergono come segnali suggestioni rituali e che riconduce questo complesso intersecarsi ad un “essenziale” problema di identità esistenziale, in cui l’essenza del nostro esserci pare revocare in dubbio ogni certezza sia affettiva che di relazione.
La maschera sociale dunque, sembrano suggerire, non costringe l’identità ma in fondo la conferisce e privarsene son sembra condurre alla autenticità, orfana ormai, già all’epoca di Shakespeare, di quelle coordinate mitico-religiose condivise che consentivano la catarsi della tragedia antica, ma piuttosto al vuoto e dunque alla follia.
L’eccezionalità della drammaturgia, nella sua interpretazione e ridefinizione del testo shakespeariano, è a mio avviso che tale scandaglio identitario, insieme psicologico ed esistenziale, viene sviluppato incorporandolo, ovvero incastonandolo profondamente, in un discorso sul e dentro il potere, anche nelle sue forme man mano storicamente e mutevolmente date.
Un discorso sul potere che ne mostra e svela le sue più lontane e profonde articolazioni, quasi un suo esondare di piano in piano, da quello politico dei re e tiranni, a quello sociale della nascente ricchezza borghese, a quello familiare-patriarcale e dunque a quello di genere che conforma, quasi inconsapevolmente, atteggiamenti e attriti di relazione ma anche intimamente individuali e individualizzanti.
Dunque Lear che si toglie la maschera da re provoca, di caduta in ricaduta, la dispersione ed il crollo di ogni stabilità, sia essa dinastica, politica o sociale, sia essa personale ed individuale, mentre il vuoto che oltre la maschera ci circonda non consente e non offre alcun appiglio alla sua e alla nostra caduta.
È significativa per questo, a mio avviso, la scelta di far recitare Lear ad una donna (la bravissima Silvia Pasello), perché togliendosi le insegne del potere Lear si trasforma in ciò che ancora oggi è simbolo, livello dopo livello, di mancanza di potere (oppure di alterità al potere), cioè la donna.
Ma diventa anche essenziale, in questa dinamica narrativa che tutti conosciamo, il rapporto con la follia, la follia che man mano prende tutti coloro che si spogliano della maschera loro ordinariamente assegnata, e dunque il rapporto tra ragione e follia.
Come ricorda Michel Foucault nel suo “Storia della Follia nell’età classica”, chi era folle era privato del nome proprio (i poveri mendicanti venivano reclusi nei “manicomi” ed erano tutti e ciascuno chiamati Tom di Bethlehem e Tom è il nome che prende lo scacciato Edgar che è appunto denudato-privato di identità), ovvero chi era privato del proprio nome (la prima maschera) era o diveniva folle.
L’intersecarsi dei piani narrativi e drammaturgici nel Lear ed il loro disvelamento in questa nuova originale rappresentazione, diventa così quasi l’espressione di una dialettica tra ragione e follia, una dialettica tra ordine e il suo decadere, un circuito che dopo essersi interrotto si ripropone uguale a sé stesso a partire dal riconoscimento di un suo nuovo legittimo rappresentante (Edgard il figlio “legittimo” è il solo che sopravvive).
Scrive infatti ancora Foucault in ordine alla percezione della follia nel XVI secolo: “La follia diventa una forma relativa alla ragione, o piuttosto follia e ragione entrano in una reazione eternamente reversibile che fa sì che ogni follia ha la sua ragione che la giudica e la domina, e ogni ragione la sua follia nella quale essa trova la sua verità derisoria. Ciascuna è la misura dell’altra, e in questo movimento di riferimento reciproco esse si respingono l’un l’altra, ma si fondano l’una per mezzo dell’altra”.
Tutto questo drammaturgicamente rappresentato nel personaggio del Fool che non solo li compendia e riassume in sé ma che, altresì, si assume il compito di accompagnare Lear nel suo pendolare transito da ragione a follia e poi, nel finale, da follia a tragica ragione.
I due drammaturghi concentrano pertanto con efficacia il punto di vista scenico sul potere ma insieme lo articolano nelle sue massive inferenze con le identità esistenziali, con il nostro esserci nel mondo, e ne depositano così davanti a nostri occhi le più profonde valenze universali.
Un lavoro di sottrazione dal testo che è quasi un essiccare e diradare la trama scenica da cui possono così emergere come residui segnici le suggestioni rituali anche della tragedia antica (la cecità edipica di fronte al fato ad esempio) fino a soffrirne la percepita inattualità.
Un procedimento drammaturgico e scenico che, peraltro, punta alla essenzialità e alla dissociazione dei piani espressivi già a partire dalle scenografie mobili articolate in grandi teloni che come diaframmi sezionano la scena e ne guidano la peripezia significante, velandone e così smascherandone la talora vertiginosa profondità.
La riscrittura di Geraci e Bacci coglie pertanto, a mio parere, nel segno del valore universale e insieme contemporaneo della riflessione shakespeariana ed in proposito valga questa breve citazione dal “Giulio Cesare”:
“Tutto avrà nome potere/e il potere volontà, e la volontà desiderio/ e il desiderio, lupo universale,/ assecondato doppiamente dalla volontà e dal potere/farà inevitabilmente dell’intero universo la sua preda/per poi, alla fine, divorar se stesso.”
È in scena al teatro Era di Pontedera dal 1° al 10 aprile per la stagione del “Teatro della Toscana”, produzione dello stesso “Teatro della Toscana”. Detto della drammaturgia, la regia è di Roberto Bacci assistito da Francesco Puleo. Scene e costumi Marcio Medina, musiche originali Ares Tavolazzi, luci Valeria Foti e Stefano Franzoni.
Attorno alla già citata Silvia Pasello, le ottime performance di Caterina Simonelli (Goneril), Silvia Tufano (Regan), Maria Bacci Pasello (Cordelia), Tazio Torrini (Edmund), Savino Paparella (Edgar-Tom), Francesco Puleo (Conte di Gloucester) e Michele Cipriani (Fool).
Un bello spettacolo che il pubblico sta apprezzando e ripagando con la sua presenza e i suoi applausi.

Foto Roberto Palermo

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