Quietly

È iniziata questo primo giorno di Giugno la ventunesima edizione della “Rassegna di Drammaturgia Contemporanea” organizzata dal Teatro Stabile di Genova alla Piccola Corte, ricavata con efficace effetto figurativo direttamente sul palcoscenico di quel grande teatro che è la “Corte”. Una iniziativa che negli anni ha man mano acquistato un più ampio respiro, occupando la compagnia stabile fino a primi giorni di Luglio e così offrendo buon teatro anche in un periodo tradizionalmente scoperto, un più ampio respiro dicevo e, con esso, un sempre maggior prestigio nel panorama del teatro italiano per così dire “estivo”, con un cartellone in bilico tra il “festival” e la “stagione”. Ha esordito, infatti, questa recente

drammaturgia dell’irlandese, anzi del nord-irlandese e questo ha un senso ben specifico per chi non è più giovanissimo ed è stato testimone lontano di quella dolorosa vicenda, Owen McCafferty i cui lavori da molti anni calcano con successo i palcoscenici di tutta Europa.
Quetly è una riflessione sulla violenza “settaria”, come allora si definiva, e sulla violenza tra esseri umani in genere, sulla violenza e sugli indelebili segni che questa lascia innanzitutto sull’animo e sulla psiche e poi, ma quasi ne fosse una conseguenza ineludibile e irriducibile, sulla Società e sui legami anche politici che la regolano.
Belfast 2010, in un pub ora gestito da un giovane polacco emigrato si incontrano, mentre la tv trasmette una partita di calcio, Jmmy e Jan. Avevano sedici anni entrambi quando nel 1974 una bomba lanciata dal protestante dei “Volontari dell’Ulster” Jan uccise in quello stesso Pub il padre di Jmmy ed altri cinque uomini mentre, anche allora, guardavano una partita in Tv. Quel gesto violento è il discrimine che segna drammaticamente e anche specularmente la vita di entrambi.
Sono passati trentasei anni e quei due ragazzi sono uomini fatti ma “fatti”, per così dire, proprio da quell’evento. La distanza temporale consente però ora, con dolore e fatica, se non di elaborare almeno di guardare quel lutto che si dipana in scena nel fitto contraddittorio tra Jmmy e Jan, un dialogo sempre sul confine di una nuovo esplosione di violenza, di una vendetta forse sognata per anni ma ora diventata “inutile”.
Ora che, sotto i riflettori di un processo di pace e di un disarmo reciproco che sembra farsi strada anche nelle coscienze di quel travagliato popolo, scolorano ricordi e nomi, i nomi delle città e delle contee, dell’IRA e del volontari dell’Ulster “l’un contro l’altro armati”, ora che il molto poco imparziale esercito inglese si ritira, quelle ferite non rimarginabili diventano almeno la via di una riflessione e di una consapevolezza più universale sulle radici profonde della violenza, oltre le stesse forme che assume man mano nella Storia.
Così, mentre i due si salutano per sempre, con una paradossale stretta di mano, e la partita è finita (era una partita tra Polonia e Irlanda del Nord), gli echi di questa violenza si ripropongono travestiti da tifo calcistico e odio per lo straniero, riempiendo di grida e minacce la strada anche senza avere alcuna, presunta, dignità politica e di “guerra civile”. In sottofondo si intravvede l’ombra di chi quella violenza continua ad alimentare e sa sempre sfruttare nel proprio interesse.
Una drammaturgia compatta e ben scritta, cui la traduzione di Giuliana Manganelli offre sintassi e parole coerenti. La regia di Roberto Alinghieri è secca ed essenziale e consente alla drammaturgia stessa di esprimere, nel transito scenico, tutta la sua forza.
In scena Aldo Ottobrino, Roberto Serpi e Matteo Sintucci offrono una prova di recitazione apprezzabile dai toni insieme sofferti e distaccati, quasi il loro sguardo si sforzasse di posarsi finalmente su un altrove dentro e fuori di loro.
È in scena fino all’11 Giugno. Molti e meritati gli applausi.

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