Una pietra sopra

Lunaria Teatro ha proposto, con scelta efficace, nel suo “Festival in una notte d’estate” questa interessante e coraggiosa drammaturgia ideata, per il Teatro Libero di Palermo, dal bravo Manlio Marinelli. Monologo “plurimo” con al centro un unico personaggio che in un certo senso articola nelle sue numerose facce quella sorta di Moloch, visto più come stato psicologico ed esistenziale che come strutturazione sociologica e politica, che continua nonostante tutto a dominare l’orizzonte e decidere delle esistenze in una città, Palermo, che al di là e nonostante la sua ricca e lunghissima storia, sembra ormai ridotta al simbolo di un male mortifero che fatica ad estirparsi, un male dal nome “Mafia”. Una scrittura

profonda, in un dialetto letterario limpido proprio perché impastato dalle sonorità rotonde di quella lingua dalle cadenze morbide ma insieme taglienti come una lama, sostiene ed articola in scena un viaggio nei danteschi inferi non tanto di una città quanto della sua anima dalle ferite profonde e ancora sanguinanti.
Un viaggio dominato da quell’ironia della morte così persistente in tanta della migliore letteratura e drammaturgia siciliana, Pirandello compreso, una ironia che appare un sovrapporsi di attrazione e distacco, di apotropaico sfuggire e di abbracci abbandonati come in una passione erotica travolgente.
Ci guida un becchino ovviamente di nome Caronte Giacomo (“lavorare al camposanto non è motivo di vergogna ma nemmanco di vanto” si presenta), che proprio a partire dal cimitero della città ricostruisce il dominio della Mafia, quasi ritualizzato e divinizzato nella lugubre figura del mafioso Crozzamorta, fermando la sua narrazione su poche ma icastiche figure che ne ritagliano e strutturano, sopportandola con dolore, la apparentemente inesauribile potenza.
Così nel muratore “tradito”, nel portinaio immobile da sempre come un morto, nella tenutaria di un bordello e nella bellissima Isabella, violentata e schiava ma da tutti amata e desiderata, tutti ormai compagni abbandonati e dimenticati nella morte, il cimitero di quello strano Caronte diventa metafora della città, riproducendo di quella Palermo che sta sopra e oltre apparentemente viva e vitale, i rapporti di forza e le gerarchie mafiose indeflettibili e indeclinabili.
Basterà mettere “una pietra sopra” a quelle vite per annullarne la quasi inconsapevole ribellione che le anima ancora? Forse sì, ma forse anche no perché, se una risata ancora non seppellisce quei potenti, la tagliente ironia di una drammaturgia come questa ce li mostra sempre più piccoli e sempre meno legittimi.
Una drammaturgia coraggiosa, dicevo, con il coraggio di chi vuole sentirsi libero e a cui l’arte offre gli strumenti per diventare libero, e non a caso Luca Mazzone Direttore Artistico del teatro palermitano, per definire la volontà che li anima ha usato il termine “resilienza”.
 In scena, per la regia di Lia Chiappara semplice ma efficacissima nell’uso delle luci e delle ombre che sollecitano il narrare, un bravissimo Domenico Bravo saggio e misurato nella mimica e padrone di una voce dalle tonalità diacroniche.
Visto il 23 luglio nella bellissima piazza San Matteo, luogo di elezione di un festival che sa e fa sempre più apprezzare le novità. Molti gli applausi di un pubblico che poteva e avrebbe dovuto essere più numeroso.

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