Nostra signora delle camelie

Oltre la narrazione che si sviluppa in scena, al di là del velo dell’azione drammaturgica si individua spesso il filo rosso irrisolto della coscienza del personaggio che quell’azione “agisce” e in quell’azione cerca, in qualche modo, la sua autonoma realizzazione. Talora un tale non detto è afferrato dall’interprete che lo trasfigura nella sua scelta recitativa, e nello specifico non possiamo non ricordare Eleonora Duse e le sue memorabili, innumerevoli e anche cangianti interpretazioni di “Dame aux Camélias”, talora può diventare l’occasione e la suggestione per una nuova drammaturgia. È questo, a mio avviso, il caso di questa scrittura scenica (il cui titolo si completa con “ovvero passione, morte e

trasfigurazione di Margherita Gauthier) di Fausto Cosentino che ne è anche il regista.
Lo spettacolo affronta dunque con efficace monologo il transitare verso la morte, e quindi verso il “mito”, di quella ipotetica donna la cui vita ha trovato in un certo senso compimento nel romanzo e poi nel dramma di Dumas ed infine nella immortale Traviata di Giuseppe Verdi.
Ora è sola, oppressa dalla malattia in fase terminale, ed attorno a lei vivono solo fantasmi, i fantasmi di quei personaggi che l’hanno accompagnata alla ribalta della vita in scena. Si apre così quasi un percorso di purificazione, più che di trasfigurazione, dalle tonalità a volte mistiche che tentano di riscattare sia la persona che il personaggio.
Un percorso simbolico che affonda il coltello anche in quella immagine del femminile così radicata nell’immaginario maschile da interferire nel percorso di riscatto, quasi che questo immaginario gravasse come una soma sulla voglia di capire e cambiare.
Rimane così quella sottile differenza tra una autentica coscienza di sé che il femminile fatica a conquistare e di cui la Duse attrice e proto-regista è stata anticipatrice, e il suo essere delegata ancora una volta ad un occhio, pur aperto e rinnovato, maschile.
Una drammaturgia comunque interessante nel suo transito scenico incardinato su un grande letto bianco, sfatto, e le immancabili bianche camelie, interessante ed interpretata, forse con eccesso di misura accademica, da una apprezzabile Francesca Faiella. Luci e scene, già descritte, di Giorgio Panni e Giacomo Rigalza.
Nel chiostro di San Matteo a Genova, lunedì 8 e martedì 9 agosto, chiude la parte genovese del Festival “In una notte di Estate” di Lunaria Teatro che quest’anno ha organizzato una edizione piuttosto interessante. In proposito il suo Direttore Artistico Daniela Ardini, presentando lo spettacolo, ha avuto modo di lamentare la latitanza delle istituzioni genovesi rispetto ad una iniziativa che anima anche di Agosto la città, intercettando sia residenti che turisti, con ovvio beneficio per la città stessa. La crisi economica, che a Genova ha morso forse più che altrove, sembra ormai diventata una scusa utile ad ogni circostanza, contraddicendo l’effetto moltiplicatore che ha la cultura anche quando impegna poche risorse e molta buona volontà.
Non è il primo caso che segnaliamo in questa calda estate ma ci associamo volentieri, come rivista, all’appello che viene rivolto soprattutto a Comune e Regione Liguria perché possa tenersi una prossima edizione.

Foto Maiani

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