Un cottage tutto per sè

Uno spettacolo che mantiene più di quanto promette. Nel senso che è un monologo e i monologhi spesso sono una noia mortale. Ci vanno attori non navigati: di più, e un testo che almeno assomigli a qualcosa di remotamente teatrale sennò tanto vale stare a casa e leggersi un libro in poltrona. Intendo dire che il dialogo se non c'è te lo devi inventare e i tuoi interlocutori devi farmeli vedere. Sennò non ci credo e se non ci credo mi annoio. Non solo. Succede che l'attore, quando è anche autore, si avvinghi alle sue parole che considera imperdibili, un po' come la cassetta dell'avaro di Molière, e si accaparri persino la regia, non sia mai che un regista arrivato da fuori voglia tagliare qualcosa che ne so

la quinta ripetizione dello stesso concetto. Con uno sforamento insostenibile di tempi massimi che nel caso di un monologo sono fisiologici e non dovrebbero superare i sessanta minuti, pena la snervante messa alla prova dello spettatore, anche il più ben disposto e paziente di loro.
Tutto ciò per dire che il monologo in oggetto che per titolo fa Un cottage tutto per sé (non una stanza, proprio un cottage) questi rischi non li ha proprio sfiorati.
Scritto e interpretato da Natalia Magni e diretto da Sonia Barbadoro, è un concentrato fitto fitto di invenzioni che si snodano in una cinquantina di minuti in cui una carrellata di personaggi altri prendono vita grazie a un dialogo ellittico fatto di sorrisi ammiccanti, sguardi di sguincio, sospiri, buffetti, domande e risposte di servizio nel senso che servono anche a noi per collocare la nostra nello spazio e nel tempo.
Un dialogo che resta sospeso sul filo dell'immaginazione rimessa (anche) allo spettatore, senza cadere nel tranello della mimesi da cabaret che spesso ha l'aggravante di ricorrere a vocine o vocione fittizie che non si sopportano più nemmeno nelle gag.
Eppure i personaggi che si affacciano uno a uno a interloquire con Orsetta -tale è il nome di questa esilarante signorina in cerca di marito- sono tanti e pittoreschi assai. Ma la loro natura perlopiù bizzarra, così come i luoghi evocati, è tutta nelle parole monologanti, cioè le parole che fanno di questo testo un monologo, appunto, e non un semplice soliloquio.
Lo psicologo dell'Asl con la scrivania di formica, l'amica fidata e socia in affari, la madre sul filo del telefono a ricordarle subdolamente che è ancora zitella, l'amica d'infanzia fidanzatissima, il suo ex collocato con multipla prole, il bebé dell'amica lasciatole in custodia, tutti sembrano migliori di lei, più regolari di lei, più adeguati, più felici, più giusti di lei.
Insomma tutto, fin qui, congiura contro la povera Orsetta, a parte la zia Emma di cui è unica e preferita nipote (sic). E' lei che le dispensava i consigli più saggi (sii te stessa perché se vivi i sogni degli altri ti devi prendere anche i loro incubi), ed è lei che le ha destinato il cottage del titolo. E allora ecco Orsetta al suo funerale, dedicarle la sua preghiera più amata, la preghiera di Tommaso Moro, che inizia pressapoco così: Dio donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire.
A ricordare la performance della Magni dopo un paio di giorni mi vengono in mente pochi momenti in cui Orsetta è sola davvero.
Forse quando si lascia sorprendere in una resa allo sconforto giù giù fino pianto, senza ironia, dopo avere scagliato l'anello contro un redivivo in panchina che fa di nome Filippo.
Ma lo sconforto dura solo un momento, prima di una subitanea virata davvero irresistibile che non è bene svelare, se non chiamando in causa le coreografie formidabili di Claudia Vegliante. Si ride di gusto e ci si ritrova, ahimé, in tante veniali ossessioni, in piccole frottole che ci raccontiamo finché ci si crede, per consolarci e godercela, malgrado tutto, mentre nessuno ci guarda.
Quello che più di tutto conquista, in questo lavoro, è la generosità divertita nel prendersi in giro, la capacità di stare al gioco senza ritrarsi, perché un conto è scrivere e inventarsi la parte, altro è accondiscendere in prima persona, così come l'ha combinata Angela Capuano (costumi), con quegli occhialetti, quel fiore in testa, quella borsina di plastica rosa shocking e una bella dose di gomma piuma a rinforzare i fianchi e le cosce.
Ancora una nota che merita attenzione è data dalle parti musicate, vere canzoncine buffe, in rima, da soprano leggero.
Una bella complicità femminile, che non è poco, tra attrice, regista, coreografa e costumista, per un piccolo bijou dove non si è persa nessuna occasione.

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