Don't be afraid

Se la danza è, come è, la prima forma di drammaturgia non sempre la drammaturgia riconosce questa sua scaturigine essendosene nel tempo allontanata e talora irrigidita in schemi e forme che in realtà sono schermi che tendono a dimenticare lo spirito profondo che ne ha animato la parola e la parola in scena soprattutto. È come se ad un bivio due antichi compagni si fossero salutati andando ciascuno per la sua strada e ciascuno avesse dimenticato la via del ritorno. Questa coreografia di Hun-Mok Jung, guida del gruppo belga dei Peeping Tom, e di Carlo Massari, cui Chiara Taviani offre la sua consulenza artistica, tenta una sorta, appunto, di via di ritorno, mescolando e miscelando il movimento

coreutico con la parola che lo esprime sorgendo quasi dal suo ventre e, specularmente, narrando attraverso un corpo immerso nel vuoto della scena ciò che la parola non riesce più ad esprimere.
Ne nasce una angosciata navigazione all’interno della musica di Debussy e del racconto di Mallarmè, mi riferisco ovviamente a L’apres-midi d’un faune, che sembra ripercorrere attraverso il corpo del ballerino la storia in continuo flash back dell’uomo nel vuoto che ora lo avvolge.
Carlo Massari, in scena, se ne fa fisicamente e drammaturgicamente carico mescolando reminiscenze classiche con le distorsioni armoniche della danza moderna.
In questa sorta di peripezia nello spazio e nel tempo Massari va alle radici stesse della danza moderna incontrandone quasi la sorgente, una sorgente rivisitata attraverso Nijinsky che sul fauno creò la sua prima coreografia.
E di quel grande ballerino ucraino suggestivamente, nello stesso passare dalla nudità michelangiolesca al classico costume francese “imborghesito” da pesanti scarpe da tennis, riesce a suggerire le intense modalità creative e quel sincretismo figurativo che tanto affascinò Auguste Rodin.
Nell’ambito del festival Resistere e Creare, diretto da Michela Lucenti, alla Sala Campana del Teatro della Tosse.

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