I manezzi pe maja na figgia

Testo di Nicolò Bacigalupo profondamente riadattato da Gilberto Govi per una drammaturgia fortemente connotata dallo sguardo del suo primo e mai dimenticato protagonista e riproposta dal Teatro Stabile di Genova in occasione del cinquantenario della morte. Teatro cosiddetto dialettale dunque, quasi sempre dimenticato ovvero accantonato nel cosiddetto colore locale, ma che in questo caso riesce ad utilizzare il dialetto come raffinato strumento di radicamento in una cultura che va oltre il territorio per assumere un valore universale nel segno della più immediata conoscenza di sé stessi, come Eduardo insegna. Plot e trama sono dai più ben conosciuti, essendo tra l’altro tramandati e talora riproposti

in una memorabile versione televisiva, ma nell’articolato scenico assumono spesso prospettive e significati rinnovati nel rapporto con la dimensione sociale che intercettano.
In effetti l’intervento di Govi, che portò al successo la commedia già nei primi anni venti, sottolinea ed enfatizza un aspetto dell’evoluzione della società moderna che vede nella donna un elemento di rottura nel panorama del patriarcato classico, sia nell’aspetto della messa in discussione, ironica fino al farsesco, dei ruoli interni alla famiglia, che in quello della scalata sociale come ribaltamento e rimescolamento di ceti e classi caratteristico del primo novecento.
Il dramma costruisce dunque una sorta di struttura di disvelamento attorno alla figura centrale di Giggia, la moglie autoritaria del protagonista, nelle forme della commedia leggera e comica, ma non per questo meno graffiante. Una affermazione di ruolo nuova, vissuta anche attraverso la figlia da maritare per ottenere l’auspicato salto sociale, che forse trovava nell’ambiente della Genova marittima un suo primo segnale.
La regia di Juri Ferrini ne mantiene l’impianto cercando nella messa in scena una certa indipendenza dalla figura dominante di Gilberto Govi, anche attraverso la mescolanza di dialetto e lingua, e riesce così ad enfatizzarne i significati.
In scena con lo stesso Juri Ferrini (Steva) una bravissima Orietta Notari assume su di sé il personaggio di Gigia mantenendo ed insieme modernizzando quelle caratteristiche di attrito con il contesto che avevano fatto grande la interpretazione di Rina Govi, moglie di Steva sulla scena e di Gilberto nella vita.
Con loro Claudia Benzi, Arianna Comes, Stefano Moretti, Rebecca Rossetti, Matteo Alì, Angelo Tronca e Fabrizio Careddu per un cast sempre all’altezza della prova. Efficaci sia le scene e i costumi di Laura Benzi che le luci di Marco Giorcelli.
Una maschera dunque quella creata di Gilberto Govi ma così sfaccettata da essere multidimensionale e prospettica per intercettare un senso universale, oltre il colore e oltre il dialetto, a tutta la drammaturgia.
Al teatro della Corte di Genova dal 27 dicembre al 5 gennaio, è una produzione a mio avviso non tanto nel segno del ricordo quanto in quello del rinnovamento. Un successo di pubblico.

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