Scende giù per Toledo

Arturo Cirillo riscrive per la scena e dirige l’omonimo romanzo breve di Giuseppe Patroni Griffi, uscito nel 1975 dopo lunga gestazione, brutale e scandaloso, oggetto di grande attenzione e poi, forse proprio per questo, man mano dimenticato e poi recuperato in sorta di sguardo lanciato su un mondo complicato ma che nostro malgrado ci interroga.
La sensibilità drammaturgica e attoriale di Cirillo va al centro e al fondo di quello sguardo problematico, come una onda che man mano sintonizza reciprocamente sensibilità diverse ma simpateticamente acute e coraggiose, e nulla nega in durezza e violenza nel transito scenico che talora ci aggredisce e angoscia nel suo essere sempre esplicito e

sulle righe della narrazione.
Così il racconto della vita di Rosalinda Sprint, femminiello dei napoletani quartieri spagnoli abita in Via Calvario, mescola specificità esistenziali radicate nella verosimiglianza quasi naturalistica degli eventi che man mano si affastellano sotto il nostro sguardo, a elementi metaforici di una condizione umana che, riverberati nel grottesco procedere delle sue compagne dai nomi fantasiosi ispirati a donne famose dello spettacolo e in quello degli amanti occasionali e degli amori impossibili, trascende inevitabilmente il contesto specifico per segnalare, suo malgrado e forse nostro malgrado, altro.
All’interno di quella stanza che occupa la scena, dallo squallore riscattato nella forza dei colori e delle fantasie, Cirillo/Rosalinda percorre una peripezia che man mano lo trascende per mostrarci, quasi fisicamente nel suo procedere in cerchi concentrici, il circuito del potere e della catena di violenza psicologica e fisica che lo contraddistingue, un potere dai nomi maschili ma che, di anello in anello, di sopraffazione in sopraffazione, travolge tutti e annulla disumanizzandolo anche chi sembra esercitarlo in proprio ma in realtà lo fa sempre per conto di altri, nascosti e quasi irraggiungibili.
In questo mondo di povertà materiale e morale, di dolore e sopraffazione che sembra vivere sprofondato nel chiuso di stanze a ore o squallidi appartamenti, Rosalinda, rinnegata dal padre che cerca di ucciderla per la sua omosessualità, sembra aggrapparsi alle apparenze che trascendono in sogni ed illusioni ad occhi aperti, al centro di tutto l’amore impossibile per chi non potrà mai amarla e che degrada in incontri violenti, quasi stupri ripetuti e dolorosi, per aprirsi all’illusione della fuga.
“A Londra, a Londra” sembra invocare Rosalinda, un mondo dove cambiare la sua condizione umana realizzando finalmente sé stessa. Ma anche quel mondo si perde, anzi quanto più è desiderato tanto più è contraddittoriamente e paradossalmente allontanato.
È dunque quello di Rosalinda un mondo oscuro e chiuso, ma dentro quel mondo e dentro di lei permane qualcosa di irriducibilmente umano, una forza che spesso non trova parole per essere espressa ma che nonostante ciò salva, la forza di amare comunque e così di produrre poesia.
Una narrazione dalla sintassi violenta, molto concreta ed esistenzialmente ancorata che ricorda per questo molto più il Pasolini delle borgate che le sintassi figurative e poetiche del Genet de Il Funambolo oppure del Fassbinder di Querelle de Brest, ma che Arturo Cirillo ben padroneggia, arricchendola nel suo travestimento drammaturgico di quegli elementi di slancio affettivo e di sogno che sono propri del suo atteggiamento interpretativo.
Non a caso a fine spettacolo ha voluto sorprendere il pubblico con le sue coreografiche evoluzioni in scena ed in platea, quasi a ricordarci che oltre il dolore e la violenza così duramente e anche dolorosamente esposta in scena e sulla sua stessa persona, rimane al fondo di ognuno di noi una leggerezza inestinguibile, una leggerezza che prende molti nomi, amore, illusione, sogno, speranza, ma che sempre rimane uguale a sé stessa.
Merito certo anche del racconto di Giuseppe Patroni Griffi, napoletano anche lui, drammaturgo controverso, prima ancora che regista e sceneggiatore più noto ma altrettanto controverso, che, dopo aver collaborato a lungo con la Compagnia dei Giovani nel secondo dopoguerra quando diresse il Piccolo Eliseo si fece promotore della migliore produzione di drammaturgia contemporanea che faticava, come del resto la sua, a trovare spazi istituzionali.
Una bella drammaturgia e una bella prova di Arturo Cirillo, in una produzione di Marche Teatro/Tieffe Teatro (Milano). La scenografia, in forte sintonia, è di Dario Gessati, i costumi, kitch quanto necessario, di Gianluca Falaschi, le musiche originali di Francesco De Melis e le luci di Mauro Marasà.
Al Teatro Sociale di Camogli, un piccolo gioiello all’italiana recentemente riaperto, sabato 4 e domenica 5 febbraio. Molto applaudito da un pubblico che è stato accompagnato con maestria e intensità dalla perplessità alla adesione empatica.

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