Come tu mi vuoi

“Avalanche” di Leonard Cohen è la colonna sonora che ci accompagna, sin dall’inizio, all’interno della vita dei due protagonisti, personaggi tratti dai racconti firmati da Tommaso Pincio e da Christian Raimo. La colonna sonora, dunque, di una corsa incessante, angosciante, affannosa, che non è solo fisica, ma è soprattutto psicologica.  Un cinquantenne ed una trentenne si contendono il diritto alla vita dignitosa, al lavoro ben retribuito, alla possibilità di crescere o di invecchiare nella sicurezza e nella tranquillità economiche. Ma tutto ciò, naturalmente, non avviene. Ermelinda Nasuto e Giancarlo Luce, quest’ultimo anche regista, sono gli interpreti di una corsa senza tempo e senza fine:, in scena dal 2 al 5 febbraio, presso il teatro Elicantropo di Napoli. Gli attori, infatti, corrono incessantemente su un palcoscenico lattiginoso, plastificato e irreale, utilizzando oggetti e vestiario tipici

dello sport. L’umanità è sottoposta ad una corsa verso il nulla, personificata e resa attraverso la fatica reale, espressa dagli attori che recitano correndo durante tutta la durata della perfomance. La fisicità della Nasuto descrive un corpo realmente atletico, le cui linee muscolari sono asciutte ed evidenti; il suo accento, a tratti, “scivola” sulle sonorità pugliesi. Luce, invece, costruisce la decadenza psicologica del personaggio attraverso una particolare compagna di scena, ossia una corsa affaticata dall’età e caratterizzata dalla perseveranza di voler sembrare giovane a tutti i costi. Un lavoro presso un call center annulla ogni differenza di età e pone tutti sull’orlo dello stesso baratro, anche una giovane trentenne laureanda, e poi laureata, che prova a volare sulla vetta della gerarchia dei gruppi di lavoro aziendali,  attraverso l’atto più antico del mondo. La scelta di incrociare le due vicende ottiene come risultato l’immagine di un amore sbilenco, forse neanche torbido, da parte di un cinquantenne paterno e addolorato, ormai assuefatto alla condizione, verso una trentenne irrequieta, paranoica, psicologicamente fragile e mai soddisfatta.
È evidente che questo spettacolo abbia una collocazione temporale e geografica ben precisa, cioè l’Italia contemporanea e, in effetti, la descrizione della condizione sociale e lavorativa di diversi strati generazionali non è argomento inedito, anzi, il teatro, la televisione e l’editoria ne sono saturi. Questo comporta la consapevolezza, da parte del pubblico, che lo spettacolo stia descrivendo, ancora una volta, un disagio ormai conosciuto, costruito drammaturgicamente attraverso linee narrative, quelle della fonte testuale adattata alla scena, che ripercorrono le storie di tantissimi Italiani.  
La scelta del titolo è inevitabilmente legata al concetto di deformazione ed adattamento, professionale e psicologico, a cui veniamo sottoposti quotidianamente, affinché l’impiego sia mantenuto, così come la condizione da sottopagati senza nessun diritto. Nel corso del racconto non emerge nessun tentativo di rivalsa, di reazione, di ricerca di cambiamento, ma la condizione appare statica, in contrasto con il costante movimento accelerato. La corsa dei due protagonisti, infatti, conduce i due allo sfinimento, fisico e psicologico, tanto da costruire un circolo vizioso, un cerchio che sembra non aprirsi mai. Il senso della circolarità, infatti, è evidenziato dalle parole dell’uomo, che si accontenta della sua corsetta quotidiana attorno ai palazzoni dei quartieri di periferia, unica abitazione che gli è possibile affittare, ma anche dalla corsa in circolo sul palcoscenico effettuata dalla giovane protagonista, fino alla palla, utilizzata negli esercizi di pilates, posta in scena come oggetto polifunzionale.
I due attori “corrono” e recitano rivolgendosi al pubblico, alternando le loro posizioni, avanzando o retrocedendo, raccontando le loro vicende, fino alla fusione conclusiva. In questa fase, però, entra in gioco un altro oggetto, ossia la pistola che, purtroppo, caratterizza ancora una volta un discorso costruito sull’esposizione allegorica di argomenti ormai ampiamente trattati dai mass media e commentati spesso anche da un pubblico di formazione medio-bassa. Ci si chiede, dunque, perché introdurre un “ballo della morte”, momento in cui la donna minaccia l’uomo con la pistola e che si conclude con un finale che dà le spalle al pubblico? La morte di questa società – e non parliamo solo di problema generazionale – è evidentemente descritta attraverso le storie di questi due protagonisti, i quali, ingerendo pillole o dedicando le loro attenzioni ad un presunto partner molto più giovane, dimostrano molteplici fratture e crepe psicologiche, dovute all’accettazione di imposizioni, necessarie per sopravvivere.

COME TU MI VUOI
Teatro Elicantropo Napoli
2-5 febbraio 2017
Teatro delle Forche
presenta
Come tu mi vuoi
Teatri Abitati
da due racconti di Tommaso Pincio e Christian Raimo
con
Giancarlo Luce e Ermelinda Nasuto
costumi Mariella Putignano
disegno Luci Franz Catacchio
regia Giancarlo Luce

Foto Vito Montemurro

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