Enter

Un suono ancestrale, spiazzante eppure riconoscibilissimo come il ritmo della vita che ci accompagna dal momento stesso del suo apparire, richiama gli sguardi e le menti di chi affolla il viale che porta al teatro Rasi, in Ravenna. È il battito del cuore di Ermanna Montanari rapito a sé stesso e donato, come quel sorriso che talora si accende sul suo volto, a quegli astanti incerti e ancora fermi nel guado apparentemente facile e poco profondo che separa la sorpresa dall’entusiasmo. È il cuore di Ermanna rapito da uno strano apparecchio e donato, così com’è, alla forza della musica, una musica che quel ritmo comanda mentre si mescola a lontane e sconosciute voci, timbri sonori di danze consumate in un altrove che è altrove di tempo e altrove di luogo ma che ora è così straordinariamente vicino, anzi improvvisamente “dentro” di noi. Poi la torcia portata dalla mano di Ermanna

accende e consuma la sottile parete che ci separa dai luoghi del teatro, con una fiamma calda che ci accoglie come una pausa nella notte ed insieme rende cenere ogni nostra residua e resistente incoerenza.
È [ante] LUMEN l’esordio fiammeggiante di ENTER, di questa “chiamata agli artisti in forma di festival” che Ermanna Montanari ha ideato e che occuperà dal 1° al 9 aprile spazi, alcuni storici e consueti, altri nuovi, di Ravenna.
Un esordio ideato da Luigi De Angelis e Emanuele Wiltsch Barberio, con la porta del fuoco costruita dalla squadra tecnica di Ravenna teatro guidata da Nicola Fagnani e a cui Ermanna ha prestato cuore e sorriso e quella straordinaria presenza scenica che sa ricondurre a sé sguardi e pensieri, e anche ricordi come quel “Perhindérion” che quegli stessi luoghi calcò anni addietro.
Dunque il teatro Rasi ci attendeva, quella stessa sera, con il secondo spettacolo della giornata, e cioè LA VITA FERMA, drammaturgia in tre atti di Lucia Calamaro. Dramma di pensiero la definisce l’autrice che lo sottotitola anche Sguardi sul dolore del ricordo.
È uno sguardo raffinato e soprattutto raro sulla morte, che in questa nostra modernità sembra scomparsa da ogni orizzonte, esistenziale o metafisico, psicologico o storico che sia, derubricata progressivamente ad evento tra gli altri e che per questo non può in fondo riguardare quello che sono e faccio, quando in realtà la morte è il vero e più lampante evento fondante che riguarda nella sua essenza sia ciò che la precede sia ciò che, misteriosamente, la segue.
La drammaturgia compie dunque un gesto di rottura, atteso ed encomiabile, ed affronta la morte dal lato più esistenzialmente efficace, quello del ricordo, il ricordo che appare un legame che trattiene chi non c’è più ma insieme uno schermo che deformandolo lo allontana.
Una peripezia in tre stazioni dunque, che si dipana sintatticamente come un flusso narrativo continuo fatto di parole inanellate sui ritmi e luoghi dell’inconscio, in parte liberati surrealisticamente nella loro spontaneità, ma per lo più articolati nelle logiche di una psicoanalisi, anzi di una auto-analisi tanto difensiva da apparire a volte fredda e distanziante, lontana dal sangue e dal dolore ed in cui l’ironia ha i tratti della leggerezza e lo sguardo che quasi rimbalza come un sasso sulla superficie.
Un ironia che ricorda lo sveviano Terzetto Spezzato, atto unico dal fluire brillante che disattiva il “revenant”, piuttosto che le atmosfere più cupe e angosciose di Maratona di New York, dramma di Edoardo Erba che ha appunto per argomento “l’accorgersi” della morte.
Così nella prima stazione il ricordo rivendica sé stesso nella sua perfezione, alludendo all’inevitabile tradimento di chi resta ed elabora, nella seconda il flash back della morte che sopravviene, temuta ma insieme disincantata, nella terza la vita che si deforma come la traiettoria di un pianeta se viene a mancare colei che è andata via. Una peripezia aperta, una ricerca forse di sentimenti perduti, una curiosità che rimane insoddisfatta e dove forse ciò che è assente è in fondo proprio il dolore.
Un lavoro comunque intenso e coraggioso anche per la inusuale lunghezza, di cui Lucia Calamaro cura anche la regia, nonché le scene ed i costumi, e con efficacia. In scena Riccardo Goretti, Alice Redini e Simona Senzacqua disegnano con partecipazione e abilità personaggi che, anche ironicamente, sembrano voler stare dappertutto tranne che in scena, tranne che in quella scena della vita. Tutto ciò non senza un sottile senso di colpa che tra una battuta e l’altra affiora. Contributi pitturali di Marina Hass in grado di articolare scenografie cangianti. Una coproduzione Sardegna Teatro e Teatro Stabile dell’Umbria con altre importanti collaborazioni.
Un’altra sorpresa il 2 di aprile, giorno secondo del festival. Una mostra fotografica inaugurata allo Studio Danilo Montanari Editore e dedicata alle “scorciatoie”, cioè a quei sentieri costruiti nelle grandi città, fuori da ogni struttura urbanistica, dalla volontà condivisa di anonimi cittadini che individuano con sagacia il percorso più breve per “andare là dove devono andare”, come direbbe Totò con la saggezza che lo contraddistingueva.
Il fotografo milanese Antonino Costa è stato attratto da questi sentieri mentre era impegnato in un percorso fotografico sulle periferie per la rivista doppiozero.com. Anzi è stata una intuizione anch’essa condivisa con Marco Belpoliti direttore di doppiozero.com e che ha trovato questa sua inconsueta ambientazione, potremmo dire per comunanza di percorsi.
Enter infatti è per Ermanna Montanari un accesso all’interiore, quindi è un percorso, e questi sentieri di città, fotografati vuoti e deserti, senza la presenza degli uomini, sono anch’essi percorsi interiori, come gli Holzwege di Heidegger, che si addentrano nei boschi del nostro esserci, talora giungendo a destinazione, talora interrompendosi.

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