Giuliano Scabia il poeta che ha reinventato il teatro

I poeti sono come bambini quando siedono alla scrivania non toccano con i piedi per terra. (Stanislaw Jerzy Lec) Si dice che i poeti conservano l‘infanzia nel cuore. Per alcuni è così. Scabia è uno di questi. Come un fanciullo racconta le sue avventure teatrali fatte di passeggiate lungo il corso dei fiumi, per le vie delle città, nelle coorti, nelle cascine, sugli Appennini mentre combatte contro i draghi o va a cavallo... La poesia di Giuliano Scabia è poesia senza aggettivi, è vita che si fa poesia. L’incontro con il drammaturgo presso la scuola Paolo Grassi di Milano è stato promosso dall’associazione “Ateatro” Un’associazione culturale fondata da Mimma Gallina, Anna Maria Monteverdi e Oliviero Ponte di Pino, nata dalla necessità di promuovere «Cultura teatrale, tanto in termini artistici/estetici, che politico/organizzativi, attraverso ogni forma che favorisca lo studio, la ricerca, la sensibilizzazione nei confronti dello spettacolo e delle arti in generale». L’incontro si inserisce nel ciclo di appuntamenti de “L’anello mancante” dedicato alla memoria del teatro del

Novecento e ai suoi riflessi sul teatro di oggi, in collaborazione con l’associazione Regula contra Regulam. Passioni e saperi, buone pratiche e incontri per lo spettacolo, un lungo programma da gennaio-maggio in vari luoghi della città. Si comincia con una proiezione del video che racconta l’esperienza teatrale “L’Angelo e il Diavolo” Nel 1979, a Perugia, poi nel Casentino, a Venezia a Parigi, Roma, Firenze, Scabia girò l’Italia con azioni di strada, di piazza, di cortile, di casa, di conventi e perfino sulla torre Eiffel. Vestito di rosso e con un forcone in mano, procedeva insieme a un arcangelo violinista e flautista (Aldo Sisillo) vestito di bianco. In versi e musica in mezzo alla gente suscitava stupore e meraviglia. Giuliano Scabia parla a braccio e racconta i territori e i personaggi del suo mondo teatrale. Si parte da alcune parole chiave: cavallo, fiume (il Po), mongolfiera, parole che hanno aperto mondi. Scabia arriva al teatro come osservatore acuto della realtà che lo circonda, gli studenti, gli operai, la gente comune. Prima una collaborazione con Luigi Nono (La fabbrica illuminata, 1964), poi nel 1965  con Carlo Quartucci un progetto di drammaturgia in progress per la Biennale di Venezia, produzione dello Stabile di Genova. Quelle di Scabia sono le “proposte che, per prime, hanno fatto realmente esplodere le contraddizioni del nuovo nel sistema teatrale italiano” (Marco De Marinis, Il teatro dopo l’età d’oro. Novecento e oltre, Bulzoni, Roma 2013, p. 306). Sin dagli inizi della sua opera guarda lontano: quale avanguardia teatrale in Italia? Già negli anni Sessanta sperimenta nuove formule per recuperare le storie che si trovano nei “margini” Che cosa vuol dire lavorare sui margini? Vuol dire raccontare i mondi che stanno sparendo, raccontare ciò che sta nei confini, ciò che arriva alla fine del suo ciclo vitale. Perché il teatro si interroga sul mutamento della specie umana. Ed ecco che nascono testimonianze antropologiche sui gruppi umani e sugli oggetti che accompagnano la vita degli uomini. Tutto attraverso la magia di una scrittura poetica che diventa voce e corpo. Una scrittura che entra nella voce del testo. «Quando si scrive un testo teatrale bisogna mettersi in gioco, farsi lettori e attori mettere i testi alla prova nel proprio corpo». Vivere con passione e sostanza, la parola-corpo. In questo Giuliano Scabia è uno dei «grandi maestri eretici dell’Italia contemporanea. Dagli anni Sessanta a oggi, con straordinaria coerenza ed energia, ha gettato semi di inquietudine e di libertà nella poesia, nella narrativa e nel teatro, ma anche nella società: basti pensare alla straordinaria invenzione di Marco Cavallo con Franco Basaglia a Trieste, un momento chiave del percorso che ha portato alla chiusura dei manicomi.» Scabia racconta la sua esperienza di teatro che diventa cammino vero e proprio «Spesso mi è stato difficile capire e far capire quello che facevo - anche perché la forma si andava formando durante il processo. Ho acceso diversi sentieri, e uno è quello di andare per ore camminando con qualche mio libro in mano attraverso boschi e monti.» Moltissimi i ricordi e le avventure che il mago del teatro tira fuori dal suo cilindro. Al termine ci regala un “santino” c’è l’immagine della copertina della sua opera: “L’azione perfetta” (Einaudi 2016). Alcuni prendono e vanno ma lui li ferma con dolcezza: «Un momento dobbiamo compiere il gesto ...dal cuore al cervello in senso circolare, per il nostro benessere...» Abituati a prendere e scappare via sempre di fretta, molti tornano indietro in punta di piedi e tutti insieme compiamo il gesto e cogliamo nel gesto, la bellezza dell’azione perfetta, qual è? «Quella dell’andare per nulla... rompere la forma teatro e andare a perdersi nel mondo». Ed io che sono arrivata alla Civica grazie a Google Maps spengo il cellulare e piacevolmente mi perdo nel bosco città. Arrivo alla metropolitana dopo aver girato in tondo per un bel po’. Non c’è azione perfetta senza smarrimento e perdita.

Milano, Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, venerdì 7 Aprile 2017

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