Una stanza tutta per lei 2017

Ottimo bilancio al giro di boa per la seconda edizione di Una stanza tutta per lei, la rassegna diretta da Daniele Salvo e sostenuta da Marioletta Bideri per Bis Tremila, in corso al Brancaccino di Roma fino al 14 maggio. Otto donne sole in scena per raccontare da angolazioni differenti l'universo femminile, l'emotività, il linguaggio, la loro collocazione e ruolo nel terzo millennio. Dal 9 marzo, per cinque week end consecutivi, dal giovedì alla domenica, si sono succedute Michela Andreozzi, Valeria Perdonò, Melania Giglio, Cinzia Spanò, Maria Paiato, unica ad essersi cimentata con un grande romanzo affrontando in quattro serate la lettura de Il Gattopardo. Giovedì 20 aprile invece, per il sesto fine settimana, è la

volta di Federica Bern con Il viaggio di Felicia di Claudio Pallottini diretta da Marco Simeoli, e a seguire, il 27, Ladyvette, Lescano Le dive dello swing, e poi il grande ritorno in scena di Athina Cenci, dal 4 al 7 maggio, con La donna gigante di Lidia Ravera a cura di Marco Mattolini.
In questa sede voglio prendere in esame i due monologhi di Valeria Perdonò e Melania Giglio, molto diversi per impianto e ispirazione, entrambi scritti di proprio pugno dalle attrici stesse.
Il primo, Amorosi assassini, è ispirato a una delle storie raccolte nel saggio omonimo edito da Laterza nel 2006, in cui tredici giornaliste raccontano altrettante storie di violenza sulle donne. E l'attenzione della Perdonò è caduta sull'unica storia a lieto fine, se per lieto fine si intende che la morte è stata scampata. Per caso, per fortuna, per un sopraggiunto ravvedimento della sorte, la vita di Francesca Baleani è stata risparmiata, e lo è stata malgrado il suo assassino. Ché assassino non lo è stato di meno.
Si chiama Bruno Carletti e oltre a essere il suo ex marito si dice che fosse anche un uomo di cultura, un direttore di teatro, un essere consueto con la bellezza. Bene, quell'essere lì che ora è libero e pare pure che non viva molto distante da lei, l'ha prima ridotta in fin di vita, poi rinchiusa in un sacco dell'immondizia, e quindi gettata in un cassonetto.
E questo delizioso mix di cultura e mostruosità, di bellezza e immondizia, oltre al lieto fine che permette un racconto a ritroso più documentato e sereno, che ha indotto l'attrice a porsi per tutti un po' di domande.
E le risposte non sono affatto retoriche perché fanno i conti con testimonianze di parte ai limiti della connivenza. Si è parlato di raptus nonostante schiaccianti indizi di premeditazione e, naturalmente, non si sono risparmiate dichiarazioni soavi che dipingono il carnefice come un uomo tanto gentile. Fragile certo, e così sofferente che invece della galera è passato dalla clinica alla comunità di accoglienza per ex carcerati ed ex tossicodipendenti. Comunque per ex.
Partendo da questi dati certi l'attrice dipana un monologo in cui la rabbia e l'indignazione diventano riflessione anche ironica su un fenomeno che chiama dentro pregiudizi secolari e luoghi comuni mai sfatati, fino al grande equivoco delle quote rosa. Anche qui il senso di impotenza è feroce e inevitabile ma invece di assolvere diventa esortazione collettiva a non mollare la presa.
La Perdonò è molto brava a gestire, accanto alla fedele resa documentaristica, registri diversi, se non proprio comici, ironico spinti. Che trovano nel fitto dialogo con il pianoforte di Marco Sforza i momenti migliori.

Il secondo è un racconto di voce e di voci attraverso la voce, e arriva da un'attrice che allo studio scientifico del suo strumento d'elezione sta dedicando la vita.
Voce di donna il titolo, e non potrebbe essere altro.
Melania Giglio, da anni collaboratrice del foniatra e compositore Marco Podda, ha scritto un monologo in cui pensa se stessa come corpo sonoro.
E dicendo di amore e di amori, di solitudine, di desideri che si discoprono e configurano precoci, di frustrazioni del mestiere che non risparmiano nessuno, di provini e incontri bluff che lasciano addosso un 'odore di inganno', fa risuonare le emozioni attraverso la voce e il canto.
Le parole informano e servono al racconto e attraverso il racconto si irride la retorica e i luoghi comuni, i complimenti fasulli, le convenzioni. Si racconta di una bambina che soffriva di asma e ascoltava i vinili del padre senza nemmeno sapere che fuori la vita correva diversa. Ma è il suono che regge e accompagna il percorso, affondando nell'infanzia plasmata da due voci di donna che hanno lasciato l'imprinting, quella della madre o del suono uterino e quella della nonna materna, prime onde di una corrente che ha trovato via via la sua ragione di esistere, e la sua rotta più consona.
Il suono, sembra dire Melania in questo monologo, è ad un tempo origine e risultato, nel senso che è quello che resta dopo che tutto è decantato. Un'astrazione che prende corpo dentro se stessa e poi esce fuori e a volte spaventa.
E' il suono che attorno al suo corpo saldato a terra dall'inizio alla fine, vestito di uno scenografico abito nero, sembra muoversi per contrappasso, dalla prima canzone, un dolcissimo The sound of silence di Simon & Garfunkel fino alla fine, con un delicato potente e appassionato tributo a Mia Martini, con E non finisce mica il cielo.

UNA STANZA TUTTA PER LEI
Rassegna teatrale per immaginare il femminile del terzo millennio
Roma, Teatro Brancaccino dal 9 marzo al 14 maggio

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