Washington square

Se c'è una costante nei lavori di Giancarlo Sepe, e in particolare nei lavori nati in seno alla Comunità, è la cura meticolosa dei dettagli all'interno di una coralità organica. I suoi spettacoli sono ingranaggi perfetti, meccanismi a orologeria in cui ogni singola maglia è indispensabile a fare girare la macchina tutta. La considerazione viene immediata anche dopo avere assistito a Washington Square, il nuovo spettacolo in scena fino al 7 maggio, tratto dall'omonimo romanzo di Henry James. Si avverte sempre, a monte, una necessità radicata che si trasmette agli interpreti, e il risultato nasce da una condivisione di codici per nulla scontati. Come se ci fosse una griglia formale, ma costruita insieme, dentro la quale si dipanano i contenuti, che non sono mai strettamente didascalici e descrittivi, ma vivono di lampi, visioni, suggestioni diverse. E di nuovo ritorna il lavoro d'insieme, il

confronto costante, la poetica condivisa, la comunità, guarda caso.
Per questo gli spettacoli che da quarant'anni nascono in questa feconda cantina romana -l'ultima intatta dopo le recenti devastazioni- hanno un imprinting, una cifra riconoscibile oltre le differenze, gli autori, le epoche.
La frequentazione con la letteratura che ha da sempre caratterizzato molto lavoro di Sepe, è di nuovo al centro di questo spettacolo, così come la libera riscrittura immaginifica che vive di musica, suoni e colori intonati, pastosi, dal cromatismo mai casuale, a cui molto giova il disegno luci di Guido Pizzuti.
La trama ruota intorno all'amore di una donna giovane e non proprio avvenente (Catherine Sloper) contrastato dal padre, un medico ricco e affermato ma possessivo e arrogante, che vive nel ricordo ossessivo della moglie defunta e teme altrui intrusioni nella vita della figlia e nel suo patrimonio.
Qui arriva molto asciugata e restituita in inglese attraverso gli snodi cruciali e poche battute, brevi e a volte ripetute, ma non è quasi mai la parola, in questi lavori, il primo veicolo di rappresentazione.
Sono i quadri che si inventano attraverso il gioco dei corpi, vestiti da costumi opulenti, scuri, con cilindri, marsine e fili di perle, attraverso le coreografie minuziose in cui linee compatte e regolari si rompono improvvisamente generando forme nuove, mai casuali, oppure abbandonando i corpi soli in un delirio improvviso di tarantolati.
Sembrano statue, i corpi degli attori: statue che si animano con un gesto o con un suono andando a tessere relazioni che però sono già lì, scritte in filigrana, in attesa di essere abitate.
Dai vivi e dai morti che tornano come figure non meno vivide e vere.
Basta un tulle, un mucchio di terra, una luce tonda in mezzo alla scena, i fiori bianchi, oppure il berretto gettato a terra da un militare nel bel mezzo di una danza di corte, a creare cartoline ricordo che evocano scene nodali.
I gesti sono segni precisi, che diventano anche simbolici come per esempio l'abbraccio affrettato capace di raccontare la convenzione dei saluti di circostanza a una festa o a un funerale.
In primo piano, in questo spaccato familiare dell'America di fine ottocento, ci sono le donne, il piccolo grande mondo femminile che ha lottato per l'indipendenza e la parità dei diritti. Un mondo che vive attraverso la storia minima di questa ostinata creatura che fa valere le sue ragioni prima ancora dei suoi sentimenti. E le fa valere ribellandosi all'istituzione del capo famiglia.
Accanto a Pino Tufillaro, austero e imponente nel ruolo del padre, e a Federica Stefanelli in quello della figlia - un'attrice carina e quindi anche generosa nell'offrirsi ai prodigi del trucco- una compagnia affiatata di comprimari composta da Sonia Bertin, Marco Imparato, Silvia Maino, Pietro Pace, Emanuela Panatta, Guido Targetti, Adele Tirante.
Scene e costumi di Carlo De Marino, musiche a cura di e Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team.



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