Una serie di stravaganti vicende

Uno spettacolo difficilissimo da descrivere! D’altra parte portare a teatro Edgar Allan Poe non è né facile né realizzabile su un piano unicamente narrativo. Ci hanno provato Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, sulle note di Teho Teardo, con “Una serie di stravaganti vicende”, in prima nazionale al Teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33) fino al 21 maggio. Il punto di partenza è stata la letteratura del grande autore americano, in particolare le poesie “Il corvo” e “Annabel Lee”, oltre ai racconti “William Wilson”, “Eleonora”, “Il gatto nero”, “Il cuore rivelatore”,  “Mistificazione”, “Rendez-vous”. Le parole scritte si rimescolano e producono una vera e propria riscrittura operata da Bruni-Frongia, il cui scopo principale è rievocare un’anima. Quella tormentata, dolorante ma prolifica, nebulosa e contraddittoria ma anche slanciata verso l’aulico bello dell’armonia della parola.

Poe traspare in tutto il suo dramma personale, che lo pone costantemente sul limitare della follia, in una malinconica aspirazione allo sregolamento della mente e contemporaneamente in un affannato rincorrere la lucidità di cui necessita lo scrittore.
Sullo sfondo c’è l’inquietudine di un’epoca, quell’Ottocento positivista che vedeva nelle facoltà razionali e nelle magnifiche sorti progressive l’unica via percorribile, salvo poi scontrarsi con i non sense dell’anima, le contraddizioni dell’io più profondo, l’attrazione per un ignoto distruttivo. Di questo “oltre”, umbratile e attraente, Poe è il sommo sacerdote indiscusso. Come ha saputo delinearlo lui, pochi altri hanno osato. C’è la morte, la perdita, la paura nera della follia che si impossessa della mente,c’è la bellezza svanita, c’è l’amore eterno ma caduco nel corpo.
Nella ricostruzione Bruni-Frongia,si attinge a piene mani alle atmosfere gotiche, con apporti abbondanti di tecnologia, proiezioni e slanci mistici operati da una colonna sonora che da sola merita lo spettacolo.
 Per gli amanti di Poe che ne conoscono a menadito ogni riga è uno spettacolo di onanistico piacere, mentre per il restante pubblico paiono sfuggire molti passaggi squisitamente letterari, sepolti sotto una visionarietà preponderante, seppur affascinantissima.
Si ravvisa – in ogni caso – la piacevolissima firma stilistica di Bruni proprio in quel connubio di estetica raffinatissima e tagli pop che è la sola via percorribile per una vera riscoperta di questo autore tanto conosciuto, quanto poco letto per davvero.


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