Inferno

Edoardo Sanguineti, altro grande “travestitore” di Dante, definì la sua committenza per Federico Tiezzi a fine anni 80 una sorta di confronto/scontro con gli illustratori della “Commedia” ad indicare la capacità, la potenza della parola rivisitata e così “combusta” di produrre immagini, che figurativamente fiammeggiano andando a transitare nello spazio scenico. È a mio parere una intuizione condivisa anche da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari in questo loro straordinario transitare attraverso Dante e la sua commedia, non casualmente tale (la Commedia intendo) per il suo etimologicamente intrinseco sovrapporsi al teatro. E teatron, sottolineano i drammaturghi, è innanzitutto “visione”. Peraltro è quasi paradossale che una delle opere letterarie più strutturate dell’Occidente, sia in termini di costruzione verbale che di articolarsi logico e stringente di “dimostrazioni”, sia proprio per questo così “aperta”, capace cioè di suscitare senza soluzione di continuità immagini sempre nuove e con loro nuove riflessioni sull’esistenza e sul mondo.

Perché la “Commedia” dantesca è poesia che dimostra ma soprattutto mostra, mostra l’umanità all’umanità stessa, umanità che è insieme protagonista e spettatore di una peripezia che coinvolge le esistenze singolari per quanto hanno di intimamente collettivo e comunitario, e proprio da questo coinvolgimento prende l’avvio l’elaborazione stessa della visione dantesca (non si tratta più solo di Dante Alighieri) di Martinelli e della Montanari che compongono e danno senso al fumo e alle fiamme in cui la parola del poeta brucia in perenne trasformazione.
Alla fine dunque che cos’è l’Inferno, che cos’è INFERNO? Non è più solo una idea, una immagine del mondo e dell’umanità, di una umanità che cominciava allora ad interrogarsi, quasi blasfema, su Dio stesso, INFERNO per Marco ed Ermanna è, credo, il teatro stesso, il teatro come lo pensano e lo hanno sin qui vissuto, un teatro che si alimenta dell’umanità e delle sue cangianti comunità ed insieme il teatro che questa umanità alimenta in continuazione come una madre paziente di fronte a tante delusioni e a tante tragedie, un teatro che guarda per essere guardato.
Pertanto non può che essere una “chiamata pubblica”, una condivisione di responsabilità tra l’artista e la comunità dei cittadini chiamati a costruire insieme a lui la rinnovata peripezia di cui “Inferno” è, per quanto ovvio, la prima delle tre tappe. Così l’hanno immaginata i drammaturghi proprio a partire dall’introito a cospetto del mausoleo di Dante Alighieri (siamo a Ravenna e con le Albe ovviamente) quasi a ricordare la concretezza della vita e della morte, in un ciclo che si riproduce eguale e sempre diverso e che alimenta nella “selva oscura” il transito di ogni nostra esistenza terrena e anche, chissà, ultra-terrena.
Quasi dal vuoto del tempo compaiono allora le due guide, i due Dante/Virgilio (Ermanna Montanari e Marco Martinelli) ed il percorso si avvia, mentre i cittadini assumono quasi su di sé i versi della paura e del dubbio, fino ad incontrare Beatrice (siamo davanti a Sant’Apollinare Nuovo) che svelando il piano provvidenziale, alimentato dall’Amore inesauribile che muove ogni cosa, finalmente ci rassicura.
Poi alla porta dell’Infermo che è la porta, appunto, di un teatro Rasi svuotato come il cono che sprofonda al centro della terra, svuotato cioè come il luogo dantesco per riempirsi della dolente umanità o chissà solo della immagine dell’umanità per restare invece irragionevolmente “vuoto”.
Entriamo dunque, confortati dalle guide che ci abbracciano e stringono le nostre mani, e cominciamo la via degli uomini alla ricerca di sé stessi e dunque alla ricerca, come la chiama l’Alighieri, della “provvidenza”, e per questa via aspra incontriamo i lacerti del poema rivisitati e incistati dalle parole della modernità, da Simone Weil a Ezra Pound, insieme a quelle dei famili e dei primi sconcertati commentatori.
Questa drammaturgia, forse più di altre, è infatti costruita da Marco ed Ermanna come “esperienza” non solo visiva ma anche fisica, quasi che il tormento di quel luogo ci potesse avvolgere e far vibrare all’unisono con la musica, come sempre quasi trasmigratoria, di Luigi Ceccarelli. E se la prima esperienza è raffigurabile la seconda si perde nell’intimità del non detto e del non dicibile.
Seguendo dunque il filo della prima siamo condotti, attraverso il caos della guerra di cui siamo ostaggi, alla percezione del turbine delle passioni che risvegliano la quiete dei sensi e poi allo scontro tra avari e scialacquatori, e via andando alla città di Dite e al Ghibellino Farinata degli Uberti (un inquietante Luigi Dadina) mentre in lontananza (siamo adesso nella vecchia galleria del teatro) il Flegetonte ribolle di corpi nudi e sanguinanti.
Pier Paolo Pasolini e Brunetto Latini, Pier delle Vigne e l’enigma del suicidio, le Malebolge con i ruffiani, i simoniaci e gli usurai (Ermanna, o meglio la sua voce, legge qui i famosi versi di Pound), poi ancora la pece dei corrotti e dei faccendieri molto contemporanei, i ladri e i pazzi, Vanni Fucci e Ulisse e il ghiaccio del lago Cocito che chiude i traditori, e Ugolino e i suoi figli e infine il fondo dell’inferno con Lucifero, il più bello degli angeli e il più dannato per la sua superbia. Ora possiamo dunque uscire a “riveder le stelle”?
Nel giardino oltre l’abside della chiesa medioevale che fu il Rasi, luci lontane illuminano una scala persa verso il cielo che annuncia la fine della peripezia e preannuncia altri viaggi dentro il poema e nella vita, anzi dentro il poema della vita.
Una esperienza dicevo, ma non solo dal punto di vista estetico, perché nelle intenzioni dei drammaturghi questo lavoro vuole essere una esperienza di condivisione con la comunità e con i suoi cittadini, che non solo accompagnano la sua costruzione ma vi si immergono e vi si mescolano con la passione di un rito creativo, creativo anche della comunità stessa così rigenerata, e quindi catartico e liberatorio per tutti e per ciascuno. Se quella era l’intenzione dichiarata l’esito è stato sempre all’altezza.
Opera in un certo senso collettiva dunque, con cittadini mescolati agli attori officianti (Roberto Magnani, Laura Redaelli, Luigi Dadina, Gianni Piazzi, Massimilano Rassu, Alessandro Argnani e Alessandro Renda, tutti bravi) e alle guide, a liberare una forza che sembrava contagiare l’intera città mentre il corteo (ditirambico?) ne attraversava le vie.
Con questa drammaturgia Marco ed Ermanna mi sembrano riprendere un cammino, quasi che la “Commedia” stia rappresentando una sorta di chiave di volta del loro teatro, quello passato e quello futuro, con la quale rimescolare la ricerca sull’espressione del corpo e della voce in scena con quella sulla potenza della parola recitata (e quanto è intimidatoria quella di Dante avrebbe detto Sanguineti), ed insieme a quelle l’inquietudine e l’enigma di un’arte scenica sempre in tensione tra la significanza singolare del gesto e la capacità del teatro di promuovere comunità e collettività.
Un lavoro profondamente e semplicemente bello, ma anche un lavoro estremamente significativo per il percorso artistico ed esistenziale delle Albe. A Ravenna su committenza di Ravenna Festival ed in coproduzione con Teatro Alighieri, Ravenna Teatro/Teatro delle Albe dal 25 maggio al 3 luglio.
È come avrete ormai capito una drammaturgia ideata e diretta da Marco Martinelli e Ermanna Montanari, con le musiche di Luigi Ceccarelli, lo spazio scenico di Edoardo Sanchi e i costumi (sempre molto belli) di Paola Giorgi, tutti e tre variamente e numerosamente collaborati. Detto degli attori protagonisti lasciamo, per ovvie questioni di spazio, al sito l’elenco degli innumeri protagonisti di questa avventura.
L’energia che ha inesorabilmente caricato nel corso dello spettacolo protagonisti, cittadini e spettatori è esplosa al “rivedere le stelle” con un applauso con non sembrava dover finire mai.

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