Intervista ad Angelo Pastore

Angelo Pastore è da oltre due anni direttore del Teatro Stabile di Genova. Uomo di grande esperienza organizzativa ma non solo, maturata sia a Brescia che a Torino, è arrivato a Genova in un momento di grande incertezza e di transizione, momento segnato dall’avvio della riforma del sistema teatrale nazionale che certamente non ha premiato Genova e il suo tradizionale ruolo. Di fronte ad una tale situazione il nuovo Direttore ha soprattutto confermato la sua capacità di intessere e rinnovare contatti e relazioni, con le istituzioni ma anche con il territorio, individuando soprattutto nel deficit di immagine e di percezione il momentaneo appannamento dello Stabile genovese. Inoltre, rivendicando a sé funzione e responsabilità da “dramaturg”, ha cercato di stimolare lo Stabile ad allargare la consueta programmazione, ripristinando la tradizionale attenzione a nuove forme di linguaggio

scenico. Con lui infatti questi sono stati anni di risveglio, con una crescita produttiva e di spettatori che indicano l’avvio di un riscatto che speriamo possa confermarsi e ulteriormente consolidarsi. Ci ha cortesemente concesso questa breve intervista negli spazi del Teatro della Corte di Genova.

Il Teatro Stabile di Genova è stato, con il Piccolo di Milano, uno dei primi teatri pubblici che nell’immediato dopoguerra ha avviato un fitto e felice dialogo con la città, costruendo un rapporto così profondo da avere risonanza non solo nazionale. Nel più recente periodo però si è registrato un certo appannamento culminato con il mancato riconoscimento di “Teatro Nazionale”. Quanto secondo lei è dovuto proprio a quel rapporto, nel senso che la crisi della polis, di una città che invecchia e perde abitanti, si è riverberata anche sul suo Teatro?
Sì ci sta. Io intanto sono qui da poco meno di due anni e mezzo e sono arrivato in corsa mentre si doveva organizzare la nuova programmazione triennale richiesta dalla riforma del teatro. Sicuramente ci sono stati dei motivi coincidenti. Innanzitutto la percezione all’esterno di questo teatro era, secondo me, eccessivamente negativa e da lì è nato, per così dire, un giudizio negativo “a prescindere”. Sicuramente poi non c’è stato, a differenza di altre città e regioni, alcun intervento a difesa di questo teatro e della sua storia e certamente, come ultima o prima causa, c’è la constatazione che, a differenza di Milano e Torino che hanno subito la crisi ma hanno saputo reinventarsi, Genova si trova ancora nella fase in cui pensa come e se reinventarsi. Dopodiché bisogna saper ripartire dalle eccellenze culturali presenti, anche nel nostro ambito, per cui, detto in modo che non vuole essere né ironico né irriverente, noi non abbiamo avuto la “patacca” di teatro nazionale ma io ho subito pensato che, dopo la bocciatura, dovevamo rispondere sul campo. Noi dovevamo cioè fare e comportarci “come se”. Così a prescindere dalla definizione ministeriale abbiamo fatto non solo i numeri che si richiedono ad un teatro nazionale, ma abbiamo fatto anche una programmazione da teatro nazionale. Quindi, in termini di stanzialità e produzione e di altri parametri che non sono solo tecnici o quantitativi, abbiamo operato in modo che alla fine della fiera, e qui mi permetto di fare anche una classifica, il primo anno eravamo quasi alla pari del Teatro di Roma, mentre il secondo anno siamo stati il terzo teatro a livello nazionale, davanti a cinque teatri nazionali, Roma e ERT compresi. Tanto più, come dicevo prima, senza avere “santi in paradiso” e considerando che certamente i genovesi non hanno fatto nulla per il loro teatro. Questo vuol dire che, per l’attività che abbiamo fatto e per i numeri che abbiamo prodotto, pur senza “patacca”, non può non esserci riconosciuto ad ogni livello il buon lavoro fatto sul campo.

Lei, come ci ha ricordato, ha assunto la direzione del teatro da due anni e cinque mesi. Secondo la sua opinione lo “Stabile” ha già riconquistato, in capacità produttiva ma anche in immagine, quella precedente “egemonia” culturale, locale, regionale e anche nazionale, o c’è ancora lavoro da fare?
Se c’è stato un errore negli anni passati è stato forse quello di dare le cose per scontate. Nella vita e nel nostro lavoro, invece bisogna sempre saper ricominciare daccapo. Io uso a volte paragoni calcistici perché a Genova il calcio ha sempre rappresentato qualcosa di importante per l’identità. Ad esempio, se si incontra il Professor Pericu (ex Sindaco della città di Genova n.d.r.) al bar, il primo argomento è il Genoa e il calcio e, come con lui, con tanti altri e molto più che in altre realtà. Pertanto, ripeto, finito un campionato se ne ricomincia un altro. Io credo che lo Stabile di Genova, rispetto ai rapporti che abbiamo intessuto con la città e con la regione, quanto meno ha conseguito alcuni successi, a partire dall’incremento del pubblico ma non solo, successi cui è seguita una immagine esterna che è in questo recente periodo completamente cambiata. Dunque c’è una percezione migliore. Ora infatti, per crescita delle produzioni in sede durante questi due anni, una crescita che continuerà nel prossimo anno con alcune novità, siamo una realtà che si è fatta ri-conoscere quello che le era riconosciuto in precedenza. Questo grazie al lavoro di tutti, dalla voglia di far teatro e di “esserci”, perché lo Stabile di Genova è una realtà dalle grandissime qualità professionali, non solo in palcoscenico, e parlo quindi di attori, tecnici e struttura amministrativa. Abbiamo così riconquistato un ruolo importante e adesso non possiamo che cercare di migliorarci. Dobbiamo solo di volta in volta riconfermarci.

Va riconosciuto che di recente sono state attivate e sviluppate interessanti collaborazioni artistiche con realtà nazionali ed europee. Come collocherebbe oggi lo “Stabile di Genova” in questo più ampio contesto?
Noi dobbiamo necessariamente riaprirci. Verso Genova innanzitutto, e gli accordi e i protocolli sottoscritti con il Carlo Felice e Palazzo Ducale vanno certamente in questa direzione, e poi quelli con le carceri ovvero con il Porto Antico. Questi a mio avviso sono per così dire atti dovuti, oltre che necessari. E poi dobbiamo aprirci verso l’Europa perché, come dissi pochi mesi dopo il mio arrivo, lo Stabile doveva instaurare assolutamente rapporti e collegamenti internazionali, collegamenti che abbiamo avviato e cerchiamo di proseguire, affiancandone altri. Sarà in proposito riconfermata la collaborazione con Martial di Fonzo Bo e il Teatro di Caen, che tra l’altro inaugurerà la prossima stagione con un lavoro coprodotto anche dai teatri di Liegi e di Reims per poi completarsi nel 2018 con una regia dello stesso Martial con attori italiani. Abbiamo poi fatto “l’Isola degli schiavi” con il teatro di Nizza e Irina Brook, in una collaborazione per così dire “transfrontaliera”. Abbiamo aderito inoltre alla “Convention Teatrale Européen” che raccoglie una quarantina di teatri, dove ci si incontra una paio di volte l’anno ed è utile per scambiarsi idee ed esperienze. Infine, e non lo posso anticipare perché sarò a Napoli nella giuria del Festival delle Maschere e dovrò avere altri incontri, dovremmo a breve concludere una collaborazione con un importante teatro francese e poi con un festival greco. Stiamo dunque lavorando in varie direzioni, cercando di cogliere tutte le varie opportunità perché noi siamo un teatro a tutti gli effetti europeo. Nello stesso tempo abbiamo prodotto “Il nome della Rosa” con lo Stabile di Torino e il Teatro del Veneto. Non abbiamo dunque tralasciato le ormai radicate collaborazioni con i teatri nazionali che cerchiamo di allargare, da Napoli a Emilia Romagna Teatro e al suo nuovo Direttore Claudio Longhi, e poi con l’Elfo Puccini e con Ruth Shammah ovvero con l’Eliseo e il Quirino di Roma.

La presenza e l’attività di Marco Sciaccaluga, consulente artistico dello Stabile, ha assicurato al teatro una proficua continuità con alcuni dei suoi momenti più felici. Quali altre realtà stanno secondo lei crescendo all’ombra di questa continuità e del nuovo corso intrapreso?
Certamente Marco Sciaccaluga rappresenta non solo un fattore di continuità, ma anche una presenza importante che mi aiuta ed è di stimolo continuo, anche nella critica, per l’attività dello Stabile e le strategie che illustravo prima. Poi noi abbiamo anche una fortuna/sfortuna, quella di avere, e non dico la migliore perché non è mai bello promuoversi, una delle migliori scuole di teatro italiane che forma e sforna decine di bravi professionisti che, ahimè spesso, oltre che bravi attori sono anche dei bravi registi. Quindi abbiamo la possibilità di avere a disposizione una serie di ottime professionalità che, senza la necessità di andare a cercarle altrove e pur confermando l’opportunità delle citate collaborazioni, costituiscono, in termini ancora calcistici, una sorta di vivaio in grado di alimentare, ed è motivo di orgoglio, la nostra e altre realtà. Ad esempio Valerio Binasco, uno di quel vivaio, è l’attuale consulente artistico dello Stabile di Torino. Quindi, senza voler fare a tutti costi dei nomi precisi, noi cerchiamo e vogliamo dare spazio a tutti i talenti, innanzitutto a quelli che sono usciti e escono dalla nostra scuola ma non solo a quelli.

Una delle iniziative più felici, a mio avviso, che lo Stabile sta da tempo portando avanti è certamente la annuale “Rassegna di Drammaturgia Contemporanea” che risponde sia ad esigenze produttive che creative. È d’accordo?
Sì. Io penso infatti che è storicamente provato che, a differenza di tanti altri teatri pubblici, questo teatro che ha avuto con sé Chiesa e Squarzina, o ad esempio la Volonghi, e che quindi si è sviluppato come “teatro di repertorio”, nel contempo ha sempre avuto grande attenzione per la nuova drammaturgia e per i nuovi linguaggi. Quindi il fatto che 22 anni fa, in maniera meritoria, si sia deciso di fare una rassegna con testi nuovi mai rappresentati, costruendo anche una sorta di anfiteatro, un nuovo spazio interno, è una delle eccellenze che questo teatro ha. Poi le formule vanno di continuo reinventate, vanno rivitalizzate. Però, per usare una battuta su questa città, si dice che se a Genova si fa una cosa, bella o brutta che sia, i genovesi ci tengono a non farla sapere a nessuno. Quindi questa rassegna è assolutamente meritoria ma adesso deve fare un salto non di qualità artistica, che c’è, ma di capacità di comunicare con l’esterno. Va in sostanza fatta conoscere anche al di fuori di Genova. Bisogna dunque ora portare i critici e poi i produttori, perché attualmente ci sono molti festival anche ben fatti ma con ritorni modesti, mentre la nostra rassegna porta in scena testi nuovi in modo più strutturato, non ancora uno spettacolo pieno ma certamente più di una mise en espace. Pertanto è necessario ampliare anche le coproduzioni (quest’anno ne abbiamo una con Torino e il Festival delle Colline) e allargare il discorso ad altre realtà artistiche e ad altri linguaggi come la danza, in una accezione più ampia di contemporaneità. In questo senso conto di muovermi.

La “Rassegna” di quest’anno sembra particolarmente ricca e con una importante componente femminile sia nella scrittura che nella regia. Quali sono gli elementi principali che hanno portato alla sua ideazione e costruzione, e quali le specifiche prospettive?
Stiamo vivendo, come detto, una fase di passaggio, di transizione della nostra Rassegna. Diciamo che fino a un paio di anni fa c’era un coordinamento da parte del professor Viganò che sollecitava vari consulenti nei teatri europei per la segnalazione di testi da mettere in scena, testi che poi andavano letti, selezionati e discussi. Adesso io e Marco Sciaccaluga abbiamo assunto una più diretta responsabilità nella selezione dei testi, alcuni dei quali già segnalati da Viganò. Per il futuro però dovremmo cercare uno o più consulenti, pur tenendo io molto ad occuparmi di questa rassegna, per il lavoro di cernita anche se la decisione e la responsabilità finale non può che spettare alla Direzione. Questo perché ritengo sia opportuno che le scelte, appunto attraverso più letture, siano le più trasparenti possibili. Per quest’anno ancora, molto banalmente e semplicemente, io e Sciaccaluga ci siamo letti molti testi, ci siamo confrontati, sfruttando ancora un po’ del lavoro di Aldo Viganò, e abbiamo individuato quelli da mettere in scena, non preoccupandoci tanto della coerenza complessiva quanto della bontà dei singoli copioni. Per cui il fatto che ci siano tre testi di area tedesca può apparire una scelta ma in realtà non lo è. Inoltre, visto che abbiamo avuto molte autocandidature alla regia, ci è sembrata, pur detestando io i “giovanilismi” preconcetti, una scelta interessante affidare la regia a due nostre attrici, che già qualche esperienza di direzione avevano fatto, dando così loro una ulteriore chance. Abbiamo dunque cercato di puntare, senza particolari strategie, su scelte né troppo sicure né banali.

A mio parere sarebbe opportuna una maggiore attenzione per la drammaturgia contemporanea italiana. In fondo in Italia abbiamo ottimi drammaturghi e anche ottimi “dramaturg”, ma il sistema teatrale nazionale non sembra saperli valorizzare al meglio, come invece accade in altri paesi (Germania o Inghilterra ad esempio). Non le sembra che la nostra drammaturgia sia presente nella rassegna dello “Stabile”, come del resto in molti degli eventi analoghi, ma in posizione forse minoritaria?
Il discorso, fondato, va però a mio avviso diversamente articolato e sviluppato. Con Platea (l’associazione che riunisce i Teatri Nazionali e quelli di Interesse Culturale) e la casa editrice Einaudi abbiamo quest’anno promosso un premio di drammaturgia contemporanea, il cui vincitore tra l’altro sarà pubblicato da Einaudi stesso, prodotto da almeno quattro teatri e da altri ospitato. Insomma il testo scelto entrerà nella stagione a differenza di molti altri premi che finiscono lì. Sono arrivati oltre cinquecento copioni, io ne ho letto almeno sessanta perché ognuno doveva avere almeno due letture se non anche una terza in caso di pareri contrastanti. Alla fine ne sono stati selezionati 25 e tra quelli la commissione ha deciso per un testo di un autore napoletano che verrà dunque messo in scena. Io devo dire che per quanto riguarda i testi che ho letto non sono rimasto sconvolto, tanto è vero che l’autrice italiana presente nella rassegna di quest’anno aveva partecipato al Premio Platea. “Mors tua vita mea” è infatti un testo che io avevo giudicato in maniera positiva ma altri no, per cui non aveva passato i successivi sbarramenti. A mio avviso è una autrice molto interessante, che è anche attrice, e penso farà bene. Comunque condivido il fatto che in una rassegna di drammaturgia contemporanea come questa almeno due testi italiani ci dovrebbero essere. Quest’anno è andata così, per i prossimi vedremo. Io mi sono battuto perché venisse scelto questo testo di Silvia Zoffoli. Forse non è un capolavoro ma è scritto molto bene e a me interessava soprattutto perché è rappresentativo della generazione dei trenta/quarantenni, una generazione che io guardo con curiosità ma anche con angoscia. È cioè una generazione che non “sa”, un po’ per colpe sue un po’ per colpe non sue. Infatti quel testo mi ha interessato proprio in quanto porta in scena quattro/cinque giovani di estrazioni diverse chiusi in una stanza che si parlano e si confrontano. Un testo, ripeto, a mio avviso molto interessante, e rappresentativo perché se perdiamo, oltre a quella dei quarantenni, anche la generazione dei trentenni per questo paese ci sarà un futuro ancora più difficile.

E per concludere, può darci qualche anticipazione sulla prossima stagione?
Un'anticipazione è presto fatta: il 20 giugno terremo la conferenza stampa e ci sarà una interessante novità. Non tutto è definito e non sappiamo quanto possiamo esporci, comunque se tutto va bene due teatri di Genova si uniranno per una stagione comune, quattro teatri, un cartellone comune con sessanta titoli ed un unico abbonamento (SIAE permettendo). Dunque io con un unico abbonamento potrò usufruire di quattro spazi in città (Duse, Corte, Modena e Saletta Mercato), di un cartellone ampio e variegato, che integrerà all’inizio le produzioni ancora del “Teatro dell’Archivolto” e ancora del “Teatro Stabile di Genova”, con ospitalità che tengono dunque conto di nostre e loro scelte. Un segnale in direzione della possibilità che nasca un soggetto unico di qui a un tempo non ancora definibile ma non lontanissimo. Posso poi anticiparle che proprio in questo nuovo ambito le proposte in cartellone non saranno proprio una sommatoria delle precedenti distinte programmazioni, del nostro e del loro repertorio, ma un pochettino ancora sì. Per quanto più direttamente ci riguarda, noi inauguriamo la stagione con due spettacoli praticamente in contemporanea. Il primo è di Spregelburd al Duse, un testo suddiviso in tre serate il cui titolo è “La fine dell’Europa”, con dodici attori prevalentemente di area francofona e in coproduzione con altri tre teatri. Poi, dopo qualche giorno, riallestiamo e riparte per una lunghissima tournée “Il nome della Rosa” e su questo faremo alcuni ragionamenti con la casa editrice Laterza per organizzare incontri la domenica mattina per discutere di Europa. Pertanto, con linguaggio giornalistico, mi sento di dire che siamo sul pezzo.

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