Lingua madre mameloschn

Interno berlinese declinato al femminile. Tre generazioni a confronto con la Storia e con l’enigmatico paradigma ebraico, metafora talora insostenibile ma tragicamente “leggera” dello sradicamento, del non essere mai al posto e al tempo giusto, paradigma da cui cercare insistentemente ma inutilmente di liberarsi per confondersi con il mondo, per non essere più e o almeno per una volta “diversi”. Tre donne dunque che si interrogano, talora si feriscono cercandosi con pervicacia, e interrogano così il loro essere nel mondo, un esserci quasi “di sbieco”, periferico. Madre, figlia e nipote che si mescolano e talora sovrappongono, miscelando in formule impossibili le loro diverse esistenze, le loro incompatibili storie dentro la grande Storia, che le accomuna ma insieme le divide inesorabilmente, all’ombra di quel muro che tante e anche tragiche utopie ha alimentato. La madre innanzitutto

che ha attraversato le tragedie della Shoah e dei totalitarismi sopravvivendo e lottando per ideali che ora sembrano muovere un oscuro senso di colpa proprio per quella sopravvivenza. La figlia, poi, quasi bloccata in un tempo intermedio in cui è impossibile riconoscersi. La nipote infine che cerca altrove da sé (e da quel mito ebraico che la permea inevitabilmente) una realizzazione ed una nuova identificazione.
Il dialogo si intesse fitto in questa drammaturgia di parola che rintraccia dentro la metafora storica ed esistenziale dell’ebraismo, il mistero eterno del femminile che, spesso senza essere riconosciuto, anche quella metafora alimenta dandole senso e sangue nuovo.
Una bella drammaturgia, opera della giovane Sasha Marianna Salzmann, ebrea ancora sovietica trapiantata tra Berlino e Istanbul, che supera con naturalezza gli ovvii riferimenti biografici per insediare il suo sguardo acuto sull’animo travagliato di queste donne e da loro su un mondo in trasformazione. Uno sguardo acuto, dicevo, e anche angosciato e angoscioso ma che con l’arma dell’ironia sottile “sopporta” e organizza la tensione narrativa in maniera pregevole.
Secondo appuntamento della “Rassegna di drammaturgia contemporanea” dello Stabile di Genova, al teatro Duse dal 31 maggio al 10 giugno, nella versione di Alessandra Griffoni Rota, conferma nella regia di Paola Rota, ben articolata su quella scena aperta in cui convivono e si mescolano gli sguardi, l’approccio tutto al femminile di questo lavoro. Elena Callegari, Francesca Cutolo e Maria Roveran, le tre protagoniste in scena, sono brave a delineare soprattutto nelle sfumatura le tre esistenze che dipanano davanti ai nostro occhi.
Un’opera già matura, premiata in Germania, e apprezzata dal pubblico anche in questa replica.

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