Leila della tempesta

Come si dà il dialogo tra due anime lontane, lontanissime, in uno spazio non più grande del parlatorio di un carcere? Può lo spazio angusto avvicinare gli spiriti, assorbire gli attriti e spianare una strada che là fuori li attende senza insidie, sospetti, oltre le divergenze e i muri blindati?  Lì, attorno a un tavolo, si trovano i due interlocutori di un dialogo fitto e non prevedibile in cui si parla di religione, cultura e culture, libri sacri, tradizioni, libertà, diritti, soprattutto diritti. Perché il fronte a fronte tra la giovane detenuta tunisina e il volontario italiano mette in campo la nostra Costituzione. Questa, soprattutto, la novità e il merito di questo lavoro presentato alla quinta edizione de I teatri del Sacro, che quest'anno si è svolta, per la prima volta dopo quattro edizioni lucchesi, ad Ascoli Piceno. Leila della Tempesta è il titolo di una mirata riduzione dell'omonimo testo di Ignazio De Francesco,

monaco cristiano e islamologo, frutto di anni di lavoro nel carcere di Bologna con i detenuti di cultura araba.
A cura di Alessandro Berti, anche regista e in scena insieme a Sara Cianfriglia, questo adattamento si restringe sul rapporto tra il mediatore italiano che conosce la lingua araba e la donna tunisina che parla un po' di italiano, finita in carcere per traffico di stupefacenti.
Lei si chiama Leila ed è sbarcata a Lampedusa a bordo di uno dei tanti barconi dove non ci sono “né donne né uomini ma solo una folla” indistinta di migranti che non sanno nuotare, ognuno con 'sulle spalle' il peso della propria famiglia lasciata lontano. Ed ecco che il dialogo esce miracolosamente dall'orizzonte del reato e scommette sull'empatia, la curiosità e il desiderio di trovare una comunanza oltre le differenze.
“Voi non lo capite che noi sulle spalle portiamo le nostre famiglie”. Stava pensando alla madre, Leila, e alla madre pensava tutte le volte che conosceva altre madri. Quella siciliana, che l'aveva accolta in famiglia, con cui si 'spiavano' a pregare ognuna il suo Dio. Ma lei continuava a pensare alla sua che l'avrebbe rinnegata se mai avesse osato sposare un non mussulmano.
Mentre qui, ribatte il volontario, la donna è libera e ha diritto di scegliere. Qui è un “diritto avere tutto quello che può dilatare la tua anima”, le dice mentre le porge il Corano e le domanda se lei gli avrebbe mai portato la Bibbia.
Eppure di fronte all'articolo 8 della Costituzione italiana che sancisce la libertà di culto di tutte le confessioni religiose, anche la domanda di Leila non suona stonata: “E allora perché ci fate pregare nei capannoni?”
Procede così, senza assoluti capaci di resistere alle ragioni dell'altro, questo testo nato nel segno di un'apertura fattiva, che in quanto tale non finge di dar soluzioni ma testimonia e pone domande, lasciando chi ascolta, o legge, con un groviglio di dubbi e la consapevolezza di quanto sia lento e difficile il processo di integrazione.
Ci si interroga su valori e sentimenti come fratellanza, solidarietà, inclusione, fede e dignità della persona che “nella costituzione italiana viene prima delle differenze”, e lo si fa senza retorica perché è il testa a testa che non lo consente, mettendoci davanti parametri e codici che non combaciano, su cui scivoliamo senza renderci conto.
Così ci ritroviamo, per esempio, a riflettere su quanto sia forte il richiamo alle origini che per Leila è da salvaguardare a qualsiasi costo, scegliendo la 'tempesta' accanto a un'amica invece della quiete in una famiglia italiana.
Non ce ne andiamo sorpresi né rincuorati, ma con il desiderio di leggere l'intero volume e confrontare i racconti di altri emigrati, detenuti, mussulmani.
Perché se è vero che “gli stranieri presenti in Italia, tra regolari e irregolari, sono meno del dieci per cento della popolazione libera-scrive De Francesco- , sono più del trenta per cento di quella dietro le sbarre”. Perché? “Delinquono di più o forse i loro reati sono solo più facilmente tracciabili?”

LEILA DELLA TEMPESTA
di Ignazio De Francesco
Adattamento e regia: Alessandro Berti
anche in scena con Sara Cianfriglia
Spettacolo presentato alla X edizione de I Teatri del Sacro

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