Dallo Ius soli al teatro, e viceversa…

Il can-can parlamentare in Senato svoltosi durante la discussione sulla legge cosiddetta dello Ius soli (ma si dovrebbe definirla legge sulla cittadinanza italiana), mi ha coinvolto sia sul piano emotivo, che etico che sociopolitico, che culturale. Nella mia mente si son sprigionate correnti di pensiero derivanti da alcuni corto circuiti creatisi mettendo in relazione l’uno con l’altro, l’uno dopo l’altro i seguenti elementi:
1 La foto pubblicata dai giornali e da vari Siti e Social di una giovane coppia di colore seduta nei posti dedicati al pubblico nell’aula senatoria durante la zuffa: vestiti eleganti, secondo il dressing-code, attenti, dagli sguardi sbigottiti: gli occhi di lei, davvero carina (ma ciò non conta, poi), rattristati, mortificati! Mi son sempre detto che più che un’idea si dovrebbe scrivere o immaginare in seguito ad un’emozione, a uno stato d’animo, ad un’immagine, appunto…
2  Il ricordo di quanto scrisse in Massa e potere, il grandissimo Elias Canetti: è atavica nell’uomo la paura dell’actros (o ectros), cioè di ciò che gli è estraneo, straniero, probabile nemico, come ogni cosa, quando è ignota, che viene sentita come possibile nemica, a partire dalla Morte (da ciò, oggi, la tendenza neuropsichiatrica  al panico, come quello che mi è sembrato abbia colto alcune forze politiche); in parallelo, ci ricorda Canetti, agisce, per controbilanciare tale paura, l’istinto gregario, quindi la partecipazione  ad una collettività stabile, compatta e rassicurante. Sono temi radicali e radicati, per quanto riguarda la nostra cultura occidentale, in molte tragedie e commedie dell’antica Grecia. L’unico contatto condiviso, goduto, cercato, è il touch col proprio rassicurante smartphone!
3  I paradigmi a cui è giunto il pensiero di un brillante e assieme profondo sociologo e filosofo recentemente scomparso, Zigmunt Bauman: in particolare l’idea della società liquida, frammentata, atomizzata, non più in grado, con le  sue istituzioni, di controbilanciare l’atavica paura dell’actros, dello straniero: da ciò la paura per le masse, per le manifestazioni di massa (a Torino, durante Real-Madrid – Juventus, si è scatenata una gigantesca crisi di panico con tutto ciò che ne è derivato! Nessuno potrebbe salvarci da un attacco terroristico! Da una bomba! Dall’atto sconsiderato di un pazzo!...). Cosa di più teatrale di un clamoroso errore di valutazione? Di un passare da una possibile commedia degli errori a una tragedia con orrori!
4  L’affiorare alla mente della commedia di William Arthur Rose, Indovina chi viene a cena, divenuta nell’ormai lontano 1967 film per la regia di Stanley Kramer, con Spencer Tracy Sidney Poitier, Katharine Hepburn, fra gli altri… Essendo una commedia presenta una happy end, ove la forza e l’energia e l’entusiasmo giovanile della coppia di fidanzati mista, supera ogni pregiudizio razziale in un Paese, gli USA, che tenta di permettere a tutti di realizzare l’american dream! E dove la spinta a “includere” supera quella “ad excludendum”… Tema classico quello dei giovani fidanzati che devono conquistare il loro status matrimoniale (fin da Plauto...)!
Ebbene, mi son chiesto, sulla scia di questi elementi posti in relazione e in frizione, cosa potrebbe dire oggi il teatro sull’evoluzione (involuzione?) di tali temi, tipici, in particolare, di un’Italia che sta a mio parere sull’orlo di un baratro senza fine, di una crisi che nessuno ha saputo evitare, prevenire, guidare. Naturalmente ci sarebbe da decidere il registro e il genere: tragico, comico, grottesco? Ogni possibilità è aperta a dimostrazione di quella fluidità, atomizzazione, complessità irrisolta di cui al punto 3.
Vorresti, caro lettore, il tragico? In tal caso potremmo ipotizzare che il figlio di due immigrati, nato in Italia e quindi di seconda generazione, venga ripetutamente colpito dal bullismo di alcuni suoi teneri compagnucci di scuola (perché i bambini di seconda o terza generazione vanno a scuola coi nostri figli e nipotini!), fino a giungere al tentato suicidio…
Vogliamo quanto meno sorridere seguendo una trama di commedia che trattasse il tema? Potremmo in tal caso inventare una coppia di protagonisti, di cui lui italiano e lei di origini orientali che deve prepararsi, secondo l’attuale legge, ad ottenere la cittadinanza italiana, superando alcune prove prima che il Presidente della Repubblica le conferisca la cittadinanza: pensiamo, ad esempio, a quanti qui pro quo scaturirebbero negli insegnamenti di lui a lei circa la lingua italiana, la sua pronuncia, e gli strafalcioni che l’italiano stesso, vista la dis-educazione imperante, riuscirebbe a infilare uno dopo l’altro.
Ma, in tutta sincerità, in questo momento, in questo clima sociale politico ed etico e di costume, io personalmente opterei per una trama fortemente grottesca, con molti ostacoli da superare per il o la protagonista che vuole ottenere la sospirata cittadinanza; con mortificazioni varie (una fra tutte: non essere ammessa a tifare la nazionale italiana di calcio che sta giocando contro la rappresentativa del Paese d’origine dei suoi vecchi genitori!); e con una serie di mancati diritti (che, naturalmente, in caso di cittadinanza ottenuta si appaierebbero a tot doveri…) che porterebbero il o la protagonista a soffrire molte incertezze, sia economiche che di vita pratica e di scelte esistenziali. Insomma, con la tecnica del paradosso, delle iperboli drammatiche, porterei il personaggio fino all’esasperazione, e a rinunciare, nel giorno in cui arriva la comunicazione ufficiale, anzi, a rifiutare, la cittadinanza di un Paese che sta perdendo ogni sua profonda e antica identità! “Al diavolo l’Italia e gli Italiani!...”.

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