Genesis 6, 6-7

«E l’Eterno si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.   E l’Eterno disse: "Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento d’averli fatti “ ». Partiamo dalla fonte, ossia dal testo biblico, i versi 6 e 7 del capitolo VI della Genesi, per analizzare lo spettacolo più discusso, amato ed odiato dal pubblico del Napoli Teatro Festival Italia 2017. La volontà di scuotere gli spettatori, di rianimarli, di farli fischiare, inorridire, ipnotizzare, rifiutare ciò che vedono, è l’obiettivo evidente e sicuramente raggiunto. Platea gremita e caratterizzata da un pubblico italiano, e partenopeo, oltre che straniero: sin dalle prime immagini proiettate in apertura, lo spettatore si contorce sulla poltrona, si copre gli occhi, osserva attentamente, si divide, reagisce. Ed anche in seguito, fuori dal teatro, nei giorni seguenti, il

pubblico, quello colto e quello abituale, quello occasionale, quello italiano e quello straniero, continua a discutere. La domanda, il dissenso, la paura, l’indecisione, tutte reazioni che affollano la mente degli spettatori che hanno osservato lo spettacolo di Angélica Liddell, GENESIS 6, 6-7,  in scena il 17 e 18 giugno presso il teatro Politeama di Napoli. Come uno dei pochi accenni internazionali, all’interno del Festival 2017, questo spettacolo propone un impatto visivo e concettuale che sconcerta: lo stupore, sia nella sua accezione positiva che negativa, diventa il codice di comprensione e di osservazione di questo prodotto artistico, rifiutato dalla maggior parte degli attori che hanno assistito alla perfomance, amato dagli intellettuali e dal pubblico esperto, criticato negativamente dal pubblico comune. Se avessimo letto il passo biblico prima della visione, avremmo sicuramente compreso velocemente la perpetua allegoria che l’autrice, regista, scenografa, costumista e tecnico delle luci, ossia l’onnicomprensiva Liddell sbatte in faccia al pubblico durante e soprattutto alla fine dello spettacolo. Proprio gli spettatori ritornano – finalmente! – ad essere il fulcro fondamentale, nonostante si sia spesso sottolineata la caratterizzazione “ego”-istica della messinscena e del messaggio. Artista contestata e acclamata in tutta Europa, proveniente dalla bellissima Figueiras, Liddell ingloba in sé il grottesco ispanico, tramandato anche nella nostra cultura e spinto ad esorcizzare una religione che ha fatto del sangue il suo demonico padrone. La conoscenza approfondita del testo sacro, della filosofia, della cabala, della fisica quantistica, della storia delle religioni, spinge la Liddell a poter permettersi di costruire un’allegoria scenica di proporzioni immani. Un carro carnascialesco – o allegorico grottesco, come vengono definiti gli allestimenti del Carnevale siciliano di originale spagnola – che riporta sulla scena simboli di un gioco infantile dagli esiti poco proficui. “Genesis”, da quel verbo greco γίγνομαι che significa “nascere, divenire, essere”, non può che evidenziare l’analisi di ciò che dovevamo essere e che invece siamo diventati, ed è inquietante che la descrizione sia tale, oggi, nel 2017. Ed è ancor più inquietante che il testo biblico riporti il pentimento di Dio nell’averci creato, nonostante tutte le religioni descrivano la bontà del Creatore e la sua ferma volontà nel crearci, addirittura a sua immagine e somiglianza, mentre tutte le religioni ci invitano, a loro volta, a procreare. Il video che apre lo spettacolo è una cruda ripresa di un intervento chirurgico, una circoncisione presentata nei minimi particolari, immagini che fanno inorridire il pubblico per la crudezza dei tagli e del sangue vivo, riprese con dovizia di particolari. La procreazione, dunque, inizia da lì e continua con le due figure dipinte di rosso, feti appena partoriti, gli attori nudi che recitano in lingua russa, che si interrogano sulla differenza tra lo spirito ed il corpo, che si pongono l’eterna domanda della natura divina. Le origini della religione cristiana sono descritte sin da quella ebraica, dalla circoncisione all’uso del tefillin, il cubo legato sulla fronte, fino all’uomo con i tipici capelli, i payot, ma senza pantaloni, macchina della procreazione i cui figli sono in grembo alla moglie nelle vesti di un vero maialino, ucciso e sventrato per lo spettacolo, la cui carcassa è scaraventata sulla scena, in barba alle ire degli animalisti.
La procreazione diventa gioco, scherzo, beffa di un Dio che ci prende in giro. L’autrice conosce bene il risvolto della medaglia e “gioca” anche lei con la religione, fa suo lo “scherzo” di questa natura inquieta, quella umana, e sputa in faccia al Creatore. La donna si prende la rivincita e afferma il suo potere nel procreare e nell’uccidere i suoi figli, perché lei può operare volontariamente e liberamente sulla vita e sulla morte della sua progenie, ergendosi a ventre-pianeta. Ogni Dio è donna, ogni donna può essere Dio, quindi la figura del Creatore è umanizzata, ridicolizzata e demonizzata. Sulla scena un’impastatrice: la macchina artificiale impasta la farina con l’acqua, elementi basici dell’Eucarestia – ma presenti anche in numerose religioni – e crea una pasta informe che viene appiattita, forgiata, stirata, modellata attraverso una catena di montaggio che, in teoria, ci propone un’umanità perfetta, identica al suo modello divino, funzionale. Ma è proprio la donna a “partorire” la massa informe, a spezzettarla, a deformarla, ad ucciderla, noncurante dello spreco della farina, mentre legge le sacre scritture. Il rito del pane, che è insito nella religione ma anche nella ritualità atavica di numerosissime culture, diventa donna che crea e distrugge. La natura divina non è impeccabile, si diverte con gli scherzi della genetica, crea figure gemellari, monche, ibride. È, dunque, così potente un Dio che crea queste deformità, o è più potente quella donna che genera ed uccide? In scena due ballerine gemelle, immagini botticelliane della perfezione, ma nella loro bellezza emerge il mancato rispetto della norma, così come il ballerino senza l’avambraccio – uomo o donna? – che si esibisce in una danza sufi, simbolo dell’infinito, ossia di quella continuità che ricerchiamo a tutti i costi procreando, o cercando di procreare.
Se religioni e filosofie sono citate, non manca il riferimento all’idolatria, sia essa rappresentata da un enorme cavallo-fantoccio dalle otto gambe, anch’esso modificato geneticamente, che ricorda il gioco fanciullesco ed ispanico della pentolaccia, sebbene il rito del taglio di un ciuffo della criniera faccia ritornare l’attenzione sulla  fertilità e sul potere assunti dalla donna, fino alla pseudo flagellazione mimata dalle ballerine gemelle, che idolatrano la musica, i cd, le chitarre.
Nonostante la reiterazione di alcuni movimenti renda difficile la comprensione di alcune scene, di per sé complesse nel loro linguaggio a causa della sovrapposizione di livelli allegorici molto profondi e serrati tra loro, ci si accorge che la ripetitività del gesto è sinonimo di perpetrazione, di infinito, di continuità, che l’uomo persegue inesorabilmente a tutti i costi, invogliato e costretto anche dalle religioni, sacre o profane che esse siano.
La commistione è sintetizzata, poi, nell’immagine del bambino, il nuovo Messia che ingurgita il pane lievitato, non più azzimo come è descritto dalle Scritture, ossia quella pasta maneggiata e deformata dalla stessa madre che incita il Figlio a mangiare la progenie, e non a sacrificare il proprio corpo in nome della salvezza dell’umanità, disobbedendo al rito della transustanziazione dell’Eucarestia. Il nuovo Messia indossa la tuta di uno dei soldati clone – non a caso! – della saga di Star Wars, una corona di spine ed imbraccia un kalashnikov, l’arma di distruzione più utilizzata al mondo: l’allegoria è completa. Lo spettacolo è finito. Andate in pace? Lo spettatore non deve, non può. La Liddell, in scena insieme a numerosi attori, tralascia volutamente il versetto 5, ossia quello precedente al 6 e 7 del capitolo VI della Genesi: «Ora l'Eterno vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non erano altro che male in ogni tempo».

Foto Luca Dal Pia

GENESIS 6, 6-7
Napoli Teatro Festival Italia 2017
17-18 giugno 2017
Napoli Teatro Politeama
testo, regia, scenografia, luci e costumi Angelica Liddell
con Yury Ananiev, Juan Aparicio, Tania Arias Winogradow, Itziar Barriobero, Sarah Cabello Schoenmakers, Paola Cabello Schoenmakers, Lola Cordón, Angelica Liddell, Sindo Puche, Aristides Rontini
Compagnia Atra Bilis Teatro
capotecnico David Benito
assistenti luci David Benito, Optavio Gómez
suono Vincent Lemeur
direttore di scena Roberto Ballinelli
assistente di produzione Borja Lopez
direttore di produzione Gumersindo Puche
spettacolo in lingue Spagnolo, Russo, Ebraico
produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Iaquinandi SL
in coproduzione con Teatros del Canal (Madrid), Humain trop humain – CDN Montpellier, con il sostegno di Comunidad de Madrid
produzione e coordinamento in Italia Aldo Miguel Grompone

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