Teatro a corte 2017

Visionario e libero, libero e visionario, è questa la cifra della nuova edizione del Festival “Teatro a Corte” promosso dalla Fondazione T.P.E. e diretto da Beppe Navello, che lo ha ideato, con la consulenza artistica di Sylvie Cavacciuti e di Mara Serina che, come di consueto, cura anche egregiamente l’Ufficio Stampa. Infatti, a mio avviso, Beppe Navello vive e “vede” un teatro senza confini di linguaggio espressivo e di sintassi, un teatro di parola e di gesto in cui la figuratività connota ogni sintassi creativa e stimola percorsi immaginifici innumerevoli e inaspettati nello spettatore coinvolto in peripezie talora deflagranti. Immagina così un teatro “tout court” senza confini. Dunque la vicina Francia, ed il suo gusto per

le arti performative tra la danza e il circo, non è più un ospite straniero ma, anche in questa edizione, un compagno di strada, un familiare che si ritrova puntuale ogni anno in quei luoghi sospesi tra tempo e spazio che sono le “Dimore Sabaude” man mano recuperate al loro indiscutibile ruolo. Ultima il bellissimo Castello di Agliè il cui raffinato restauro, recentemente terminato, ha ospitato alcuni spettacoli.
Come di consueto, anche ad Agliè, l’interferire di figuratività ed espressività autonome, tra dimore e spettacolo, ha attivato un fitto scambio di linguaggi artistici, quasi a creare un nuovo ambiente percettivo profondamente cognitivo.
Quest’anno poi, il Festival è diviso su tre stagioni, quella estiva dal 27 giugno al 2 luglio, quella autunnale il 7 e 8 ottobre e infine quella invernale il 16 e 17 dicembre nell’ambito dell’apertura del nuovo spazio delle ristrutturate OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino. Il week end estivo, ha ospitato questi spettacoli.

Scène mère
Titolo evocativo, aperto e sospeso tra cinema e psicoanalisi, e la sovrapposizione è come a tutti noto tradizionalmente coerente, per una coreografia molto drammaturgica, anche oltre la stessa sintassi scenica, di Ambra Senatore, ballerina torinese da tempo trapiantata in Francia. Dunque gesto e movimento coreutico, asciutto ed insieme pieno di slancio interiore, utilizzati per comporre e suggerire immagini, e corpi danzanti lanciati a creare una sorta di vuoto pneumatico in cui precipitare e dare senso a suggestioni interiori improvvise ma provvide. Suggestioni che la musica, quasi una colonna sonora, suggerisce e a cui dà paradossalmente senso. Un danzare ironico che tiene la distanza e crea spazio per lo sguardo che curioso si aggira, insieme a quei corpi in tensione progressiva, quasi a tessere relazioni ulteriori e intimamente cognitive. Al teatro Astra il 29 e il 30 giugno. Coreografia Ambra Senatore, collaborazione Caterina Basso, Claudia Catarzi, Giuseppe Molino, Barbara Schlittler, in scena Matteo Ceccarelli, Lee Davern, Elisa Ferrari, Nordine Hamimouch, Laureline Richard, Antoine Roux-Briffaud, Ambra Senatore. Luci Fausto Bovini, musiche Jonathan Seilman e Ambra Senatore, costumi Louise Hochet, produzione CCNN.  
Co-produzione Le Théâtre de la Ville – Paris / Le lieu unique, scène nationale de Nantes / La Maison de la Musique de Nanterre / con il sostegno di Le CNDC d’Angers / Fondazione Piemonte dal Vivo / TU – Nantes, scène jeune créationet émergence.

Promenade jonglèe au chateau
Può sembrare paradossale ma la grande architettura e le sue creazioni di ogni tempo non sono mai statiche o pietrificate, un assurdo che verifichiamo però ogni giorno. Quegli spazi e quelle creazioni infatti si modificano continuamente, in prospettiva e aspettativa, in orizzonte e senso complessivo, a partire proprio dalla presenza dell’umanità che li guarda e li percorre. Questo a mio avviso il senso del progetto, tra drammaturgia performativa e gioco, pensato da Jèrome Thomas, jongleur francese del nouveau cirque presente anche gli anni scorsi, per la Reggia di Venaria, una sorta di visita guidata agli stimoli e alle suggestioni di quegli spazi recuperati all’occhio umano nella prospettiva della creatività e appunto della fantasia ludica. Provocatorio ma sentimentalmente romantico fino all’affettività inusualmente accesa e ricambiata, Jèrome, con la sua giovane compagna Nicoletta Battaglia, finge di intrattenerci e di attrarre il nostro sguardo sulla sua abilità di giocoliere, ma in realtà attraverso quegli stessi oggetti guida e indirizza la nostra visione alla dimensione trasmutata e mutante di quelle stanze, quasi deformate dal suo stesso transito. In giro per la reggia di Venaria dal 27 al 30 giugno. Direzione artistica Jérôme Thomas, con Jérôme Thomas e Nicoletta Battaglia. Produzione Compagnie Jérôme Thomas e Fondazione Teatro Piemonte Europa.

Mù. Cinèmatique des fluides
Ancora suggestioni evidentemente cinematografiche, ma di un cinema delle origini incerto tra realismo e surrealismo, tra fantasia e riproduzione del mondo. Il cinema di Meliès, per intenderci, ispirato spesso alle immaginazioni di Jules Verne, un cinema all’apparenza ingenuo ma in realtà capace di sondare e illuminare profondità inaspettate. Appare così una sorta di set cinematografico permanente questo spettacolo circense dei francesi Trans Express, un set però ultra-terreno o meglio ultra-fantastico in cui la materia sembra deflagrare per ricomporsi in immagine, sembra scomparire per suggerire un altrove dentro di noi ma che sorprendentemente si compone, tra suono, luci, movimento e queste enormi e concretissime macchinerie, proprio davanti a noi. Materia ed energia che si ricompongono nella fluidità finalmente liberata del nostro vedere mentre viaggiamo restando fermi sotto e sopra il mare e i nostri occhi ci traportano verso il cielo. Difficile descrivere ciò che succede e difficile descrivere gli stessi apparati che si compongono e scompongono in coerenti successioni. Si può chiamare nouveau cirque ma è molto di più. Il 30 giugno a Venaria Reale. Scrittura collettiva Rémi Allaigre, Mickaël Belle, David Frier, Matthieu Neumann, Ivan Tziboulsky, Gilles Rhode. Regia Rémi Allaigre e Gilles Rhode.
Supporto ingegneristico Pierre Garabiol, Mickaël Belle. Compositori Philippe Gilbert, Léopold Plastaga, Rémi Allaigre. Luci TILT-François Fouilhé / Jean-Baptiste Laude. Scene e costumi David Frier, Céline Carraud, Clothilde Laude, Gilles Rhode. Interpreti / musicisti Amanda Gardone, Marc de Sousa (contrabbasso), Eric Houdart, Lionel Garcin (sassofono), Vincent Stephan, Laurent Arn (tromba), Raphael Carrara, Ivan Tziboulsky (xilofono), Audric Fumet, Louis Gaumeton (batteria)
acrobati Tarzana Fourès, Amélie Kourim, Thibault Lapeyre, Lutz Christian, Guillaume Amaro, Marika Mazzanti. Cantanti Karole Seyve, Maryvette Lair, Franck Saurel, Harold Savary
trainer Rémi Allaigre, David Frier, Mathieu Neumann, Olivier Balagna
direzione Frank Gaffiot, Laurent Dolques, Arnaud Barbiéri, Agop Djevahirdjian, Arnaud Grasset, Loïc Marijon, Patrick Figgle.

Hetre
Il rapporto perduto con la natura, sembra questo il tema della bella coreografia di Fanny Soriano per la compagnia francese Libertivore, coreografia deformata e insieme arricchita anch’essa dalle suggestione sintattiche del circo e dei suoi artisti volanti. Una danza quasi per sottrazione, per progressivo allontanamento a suggerire che i nostri linguaggi, dello spirito o del corpo che siano, hanno ormai perso profondità e senso distaccandosi e dimenticandosi di radici comuni e unificanti, come ci ricorderebbe Walter Benjamin. Il movimento coreutico si ribalta così da creazione e occupazione di uno spazio condiviso in cui non ci si riconosce più, in scavo interiore in cui l’identificazione progressiva e quasi fisica con l’albero, e dunque con la natura, indica l’aspettativa di un reciproco riconoscimento per ritrovare forza e libertà creativa, per ritrovare, è l’insegnamento di Jerzy Grotowski, una autenticità perduta dentro di noi. Nei giardini del Castello di Agliè il tardo pomeriggio del primo luglio. Scritto e diretto da Fanny Soriano, con Kamma Rosenbeck / Nina Harper. Musica Thomas Barrière. Costumi Sandrine Rozier

Dual band music circus
Gli italiani della compagnia Dual Band esplorano da tempo il limes (ancora un confine “transitato” in questo festival) che divide ed insieme unisce il suono al palcoscenico come luogo di costruzione di uno spazio condiviso e fecondamente poroso. Uno spazio in cui la parola, ricordiamo Edoardo Sanguineti, si fa corpo meticciando la sua sonorità multilinguistica con il senso nuovo che proprio quel luogo le conferisce. Un pianista e quattro cantanti attori alternano sketch e canzoni, classiche ovvero inedite, costruendo dunque una sorta di nuova lingua ultra-nazionale di cui il suono è veicolo in perenne movimento e che noi stessi spettatori siamo collettivamente chiamati a fecondare di nuovi significati. Ideato da Anna Zapparoli e Mario Borciani, con Lorenzo Bonomi Benedetta Borciani, Beniamino Borciani e Lucrezia Piazzolla. Al pianoforte Mario Borciani

D-construction
Danza di strada e hip-hop pur temporalmente così recenti sono ormai espressione “classica” delle periferie, luoghi che sembravano votati o costretti al silenzio, certificati quasi come fuori dalla cultura e dall’arte, muti e rivolti altrove. Quasi per germogliazione spontanea, come analogamente la street art, invece sono diventati forma, anche se forma ribelle, ribelle ma però con la capacità di coerentemente strutturarsi in linguaggio che sa andare oltre le barriere. I francesi Dyptik ce ne danno evidenza anche scenografica rinchiudendosi tra barriere di filo metallico e con le stesse barriere dividendo il pubblico, che dunque si osserva come in uno specchio. È da lì che occorre partire per capire la forza dell’espressività e dell’arte che distrugge talora per ricostruire, ovvero che si appropria delle macerie, fisiche o psicologiche, storiche o sociale, ri-assemblando un discorso nuovo con le stesse pietre e le stesse parole, che è libero perché liberato anche con sofferenza. Nella Palazzina di Caccia di Stupinigi il 2 luglio. Danzatori Vanessa Petit, Émilie Tarpin-Lyonnet, Elias Ardoin, Evan Greenaway, Samir El Fatoumi, Yohann Daher. Direzione Artistica Souhail Marchiche e Mehdi Meghari. Coreografia Mehdi Meghari. Sound designer Patrick De Oliveira. Light engineer Richard Gratas. Scenografia Bertrand Nodet.

Fiers à cheval
La pancia della Palazzina di Caccia di Stupinigi si apre improvvisamente come una cornucopia eruttante immagini oniriche che man mano si compongono in sogni più reali della realtà stessa. La Compagnie dei Quidams ci regala una opportunità, ci apre una porta in cui ci addentriamo prima guardinghi poi sempre più rapiti. Come nel mito di centauro gli uomini in bianco, barocchi nella loro luminosità opalescente, si trasformano in enormi destrieri che ne preservano e trasfigurano i lineamenti e le fattezze, in una sorta di sovrapposizione che è insieme un mescolarsi e un riconoscersi ciascuno per quello è, diverso e unico. “Fieramente” quei grandi cavalli bianchi ondeggiano tra noi e il cielo in un caleidoscopio di luci, una vera e propria lanterna magica che miscela le immagini e la musica appositamente creata che tutto rende coerente. Identità e dispersione nel mondo, in questo spettacolo, si confondono e si confrontano ma è la prima che attraverso la seconda quasi magicamente trova il suo vero e intimo fondamento. Uno spettacolo magico nel senso più profondo della parola. Il 2 luglio. Di Jean-Baptiste Duperray e Hal Collomb.

È stato un fine settimana, dunque, molto ricco di proposte e soprattutto di stimoli e suggestioni creative, capace in alcune serate di attrarre negli spazi delle Corti oltre 3.000 spettatori entusiasti. Per concludere dobbiamo però, è dovere di cronaca, comunicare che questa è probabilmente l’ultima volta di “Teatro a Corte”, o almeno è l’ultima volta nella forma che abbiamo conosciuto e profondamente apprezzato e che, come detto, tanto successo ha avuto anche nel richiamare l’attenzione della comunità verso i suoi gioielli architettonici. A quanto sembra, infatti, il festival confluirà in un cartellone unico delle “Dimore Sabaude” con una direzione unica, unica e ovviamente diversa. Chissà se questo evento è parte della decisione inattesa che, quasi contestualmente, ha preso lo stesso Beppe Navello di non rinnovare la sua candidatura alla direzione artistica di Teatro Piemonte Europa, che pure è nato dieci anni fa per sua stessa iniziativa ed è cresciuto, con i suoi sostenitori tradizionali, fino a diventare quella realtà importante che è sotto i nostri occhi, di critici, studiosi e spettatori e non solo in Italia. Nella lettera, intensa, con cui annuncia questa sua ultima intenzione non ne fa cenno. A noi non resta che augurare buona fortuna per il futuro a Beppe Navello e a tutto lo staff di “Teatro a Corte” che di T.P.E. è stato figlio prediletto.

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