Un'intervista impossibile?

Il Festival “In una notte di estate” della genovese Lunaria Teatro ricorda Luigi Pirandello, nel 150° anniversario della nascita, con questa originale drammaturgia, ideata da Pier Cominotto con l’ausilio della studiosa genovese Graziella Corsinovi, drammaturgia/travestimento ispirata al romanzo “Uno, nessuno, centomila” che attraverso la riscrittura scenica si propone di indagare e distillare il senso profondo, tra il poetico e il filosofico, dell’opera dell’agrigentino. Lo fa utilizzando la sintassi dell’intervista non rivolta all’autore bensì, e la modalità è di per sé originalmente indicativa, al personaggio, quel Vitangelo Moscarda che assume su di sé e si fa così portavoce di quella sottile angoscia che accompagna la

moderna diffrazione dell’io, sottoposto da maschere e relazioni sociali ad una sorta di esplosione come la luce del sole, che vorremo omogenea, quando passa attraverso un cristallo.
Raggiunto Vitangelo Moscarda sul termine della sua esistenza nel povero ospizio di finto pazzo in cui vive rinchiuso dopo la rovina economica, la drammaturgia si impegna in una serie di flash back, di cui la parola in scena si fa concreto tramite figurativo, che recuperano a ritroso la perdita della percezione del sé, che solo fuori dall’esistenza e dai suoi vincoli sociali trova una sorta di riscatto nell’autonomia del personaggio drammatico.
La salvezza è dunque nel sottrarsi ai vincoli e alle maschere ma ciò sembra possibile solo aderendo fino in fondo a quegli stessi vincoli, accettando cioè la inevitabile volatilità dell’io e quindi nascendo e morendo nella propria identità ogni attimo della propria vita così da percepire, forse, l’autenticità e l’identità che si intravvede nascosta in quel vuoto continuamente ricreato.
È una drammaturgia, questa, attenta a cogliere l’ironia della meta-teatralità pirandelliana che individua nella scena il luogo della scoperta e dell’autenticità, una autenticità sottolineata e quasi precipitata da un umorismo amaro che svela e guida.
Una messa in scena ambiziosa dunque, in cui peraltro una forse eccessiva ansia “didattica”, con la sua voglia di spiegare sempre (anch’essa una maschera e un vincolo però) rischia di bypassare appunto sia l’ironia che sempre guida la scrittura pirandelliana e che non guarda tanto all’interiorità nella sua oscura autonomia, analizzata da Freud, quanto piuttosto agli effetti su di essa deflagranti di quella cultura borghese (economica e marxianamente sovrastrutturale) cui aderiva ma da cui era altresì perennemente insoddisfatto.
È il Pirandello che guarda “fuori”, partendo da “dentro”, è il Pirandello che intuisce nel “personaggio” sulle tavole del palcoscenico (la maschera che svela) l’unico momento in cui il caleidoscopio del sé “sociale”, in cui sprofonda inevitabilmente il pensiero e ogni nostra identità, trova una stabilità, forse solo comicamente apparente, ed una ragione d’essere.
Un luogo, quello della scena, che si farà mito metafisico nella sua incompiuta, da cui è giusto citare una breve battuta del mago Cotrone: “Se lei, Contessa, vede ancora la vita dentro i limiti del naturale e del possibile, l’avverto che lei qua non comprenderà mai nulla. Noi siamo fuori di questi limiti, per grazia di Dio. A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da sé. Basta che una cosa sia in noi ben viva, e si rappresenta da sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero avvento di ogni nascita necessaria.”
Entro una scenografia povera ma figurativamente efficace, Pier Cominotto è un Vitangelo Moscarda spontaneo e convincente, intervistato da Graziella Corsinovi che sembra averlo a lungo cercato. Nella cornice di Piazzetta San Matteo venerdì 21 luglio.

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