“La Bottega del caffè” nell’adattamento di Elio Gimbo

A distanza di quasi tre secoli dalla stesura de “La Bottega del caffè” (1750) di Carlo Goldoni, l’adattamento del regista catanese Elio Gimbo e del Centro Teatrale Fabbricateatro, nel nuovo Spazio Giardino Pippo Fava di Catania, residenza estiva del gruppo etneo, offre una edizione particolarmente originale e graffiante, sia per le trovate che per la sua pungente attualità. L’odierna edizione de “La Bottega del caffè”, in scena dal 13 Luglio al 4 Agosto, è un allestimento coraggioso e moderno, impreziosito da numerosi brani del grande Jannacci e di Bruce Springsteen e che, con ben dieci attori protagonisti, mostra lo spaccato di una società malata, con uomini e donne comuni, attratti dal denaro e dalla voglia di farne sempre di più. I tre atti originali de “La Bottega” di Goldoni si riducono nel nuovo allestimento di Fabbricateatro ad un solo atto di circa 80 minuti che si rifà

all’edizione (Das Kaffehaus) del 1969 del regista tedesco Rainer Werner Fassbinder che accentuò gli aspetti legati all’influenza su tutti i personaggi del denaro nelle sue infinite declinazioni. Partendo da un ragionamento sulla modifica del tessuto urbano della città di Catania conseguente alla chiusura di tante botteghe storiche, il regista Elio Gimbo si cimenta nell’operazione partendo dall’importante edizione Fassbinderiana del ’69, portando in scena nel Bar-caffè di Ridolfo ed accanto al Centro scommesse di Panfolfo, un microcosmo di individui che si incontrano e parlano di ideali, passioni, amicizie, relazioni, fedeltà, rispettabilità, ma soprattutto di denaro, calcolato in zecchini, lire ed euro. Denaro che, con ossessione, si conta, si scambia, si presta o si perde.

Il regista fa muovere in modo frenetico tutti personaggi nello scacchiere dello spettacolo e tutti ben evidenziano caratteri, vizi, perversioni, aspettative di ognuno di loro. Alla base della commedia, o sarebbe meglio dire del dramma, dato che nessuno si salva, ci stanno i travestimenti reali e metaforici, le identità svelate ed i cambiamenti di stili di vita. Tutto, comunque, è dettato da un unico motivo: l’incessante bisogno di denaro.

Nell’adattamento di Elio Gimbo quindi “La Bottega del caffè” goldoniana si tramuta in un bar dove non c’è più spazio per le redenzioni dei buoni, non c’è più la beffarda moralità di fondo, ma domina il disincanto di certe nuove classi sociali contaminate, accidiose, quasi ricattabili, assetate di sesso e di denaro. Nella Bottega di Ridolfo e nel Centro scommesse di Pandolfo ritroviamo i personaggi di oggi, delle nostre città, quelli delle feste mondane sulle terrazze o nelle case eleganti, dove si ostentano denaro, bei vestiti e una finta cortesia che cela, invece, disperazione, solitudine, violenza, sesso, desiderio di potere e sopraffazione.

La scena di Bernardo Perrone, il gioco luci di Elivio Amaniera, la leggerezza e la piacevolezza dei tanti brani di Enzo Jannacci (“Ho visto un re”, “Messico e nuvole”, “Quelli che”, “Ci vuole orecchio”, “La fotografia”, “L’uccellin de la comare”, “Se me lo dicevi prima”) e la trascinante “Hungry heart” del mitico Bruce Springsteen per la passerella finale, l’armonia e l’affiatamento dei dieci attori protagonisti, finiscono per rendere palpabili, per materializzare, in modo coraggioso e spietato, tutte le miserie e le difficoltà della vita quotidiana in cui ogni espediente è buono per andare avanti.

L’adattamento drammaturgico de “La Bottega” da parte del regista catanese Elio Gimbo risulta originale e più che mai attuale tra Caffè e scommesse, personaggi ridicoli legati al profitto, agli interessi o al pettegolezzo, Jannacci e Springsteen,  mettendo in risalto lo spasmodico attaccamento al denaro da ottenere attraverso ogni mezzo. Protagonisti dello spettacolo il pettegolo e curioso Don Marzio, che si insinua nelle vite degli altri creando scompiglio  (reso con autorità e leggerezza da Cosimo Coltraro), il saggio caffettiere Ridolfo, disegnato con ironia e rabbia da Antonio Caruso, l’arrogante biscazziere Pandolfo (Raimondo Catania), lo spaccone Conte Leandro ed il confuso ludopate Eugenio persi nella loro follia per il gioco e nella vana speranza che la fortuna finalmente si accorga di loro (interpretati con brio, trasporto ed ossessione da Giuseppe Carbone e Gianluca Barbagallo), Trappola ed il suo allievo Pietro (resi con estrema simpatia e signorilità da Giovanni Calabretta e da Pietro Lo Certo). Determinate le protagoniste femminili: la ballerina Lisaura (Sabrina Tellico) e le due mogli di Eugenio e di Leandro, Vittoria – da Paternò con il suo divertente e particolare accento – e Placida da Nicolosi (interpretate con carattere da Barbara Cracchiolo e Fiorenza Barbagallo).

Una rilettura, quindi, quella di Fabbricateatro e di Elio Gimbo, ben curata e ricca di spunti e riflessioni sui tempi e la crisi di valori della nostra attuale società basata solo su rigide ed implacabili leggi economiche che sbeffeggiano i veri valori.

Lo spettacolo continua una linea inaugurata da Fabbricateatro con il “Discorso su noi italiani” e proseguita poi con “Il Principe”. Una linea che tende a creare spettacoli di estrema teatralità che attraversino le principali inquietudini collettive contemporanee dotandole di testi della letteratura italiana dichiaratamente antiteatrali.

“Commedia del 1750, l’anno di maggiore prolificità del commediografo veneziano, “La Bottega del caffè” – ribadisce il regista Elio Gimbo - vive di uno schema perfettamente in linea con ciò che i nostri occhi vedono nella trasformazione presente: un Bar Caffè contrapposto ad un Centro Scommesse. Un’attività commerciale tradizionale contro un’attività commerciale contemporanea, molto comprensibile nel nostro presente.
Si può fare commercio, come si può fare teatro, in diversi modi ed entrambe le attività sono legate, fino a un certo limite, a leggi generali e ricorrenti; vale dappertutto la legge del profitto, poi dipende da ciò che si commercia. Di fronte al fatturato l’etica a volte non ha che da inchinarsi: ma il profitto attraverso il denaro è di per sé contenibile a lungo in una morale? Da questi interrogativi è partita la nostra commedia, il nostro lavoro….”.
“All’epoca di Goldoni le conseguenze del libero profitto attraverso il denaro – continua Gimbo - potevano già essere osservate e pensate teatralmente, avevano già condizionato i comportamenti umani generandone di nuovi. Il titolare di un Bar combatte con il collega di una Bisca per la pelle e l’avvenire di un giovane ludopate, il nostro presente testimonia diffusamente analoghi comportamenti umani ricorrenti e condizionati dall’esterno, difficile oggi sottrarsi alla quotidiana visione del meccanismo infernale che costringe migliaia di indifesi, spesso appartenenti all’età della vita in cui la saggezza dovrebbe – lei – dettare legge, a giocarsi i propri magri averi in qualsiasi esercizio abilitato per legge. Un fenomeno simile attraversa da molti anni l’esercizio dell’attività teatrale”.

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