Teatro Menotti

LA STAGIONE 2017 | 2018

Stagione 48… il viaggio continua

...Esiste un grande eppur quotidiano mistero.
Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci.
Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto.
Questo mistero è il tempo.  (Michael Ende)

“Rimandi, ritorni, incontri per una stagione teatrale - ma è soprattutto un viaggio, con molte tappe, che si arrampicano sulla cima delle passioni, ridiscendono lungo il percorso della memoria, provano ad arrivare in fondo al cuore ed al destino degli uomini.
Storie che si incrociano. – dichiara Emilio Russo, Direttore Artistico del Teatro Menotti –
Alcune molto vicine, altre più lontane: false, vere, verosimili, divertenti, amare e tenere.
Tasselli di uno sguardo complessivo sul nostro tempo.
Immaginiamo un diario di bordo in mezzo a un mare un po’ confuso, spesso agitato, profondo, ma non troppo pericoloso, giusto per naviganti − o chi si sentirà tale − capaci di navigare a vista, senza bussola né orizzonte, senza vela, né vapore.
La rotta, se proprio si vuole, verrà calcolata alla fine.
Buon viaggio ai naviganti e ai sognatori!”

12 titoli tra produzioni, riprese e spettacoli ospiti, tra cui 8 per la prima volta a Milano al Teatro Menotti, 3 prime nazionali per oltre 140 alzate di sipario. E ancora il ventennale di Artemis Danza di Monica Casadei, una delle nostre coreografe più rappresentate all’estero per la sua originale visione poetica, che intesse la tradizione e il mito con un rivoluzionario utilizzo del linguaggio del corpo e della musica. 

Il primo Festival di Teatro e Scienza, spettacoli incontri e altro a cura di Gabriella Greison, la seconda edizione di Talkin’ Menotti, il festival di narrazioni e contaminazioni, spettacolo, musica, reading, prosa, teatro canzone e comicità, un intreccio tra parole e musica a cura di TieffeTeatro Milano, con alcuni degli artisti più significativi del nostro panorama teatrale, tra cui Enzo Iacchetti, Saverio La Ruina, Mario Incudine, Giorgio Conte, Roberto Mercadini e Contemporanea2018, una vera e propria multiresidenza creativa  con 4 compagnie under 35, che presenteranno un programma triennale di spettacoli in prima nazionale, incontri e ospitalità. Quest’anno partecipano Oyes, Teatro Presente, Teatro dei Gordi, Odemà e Compagnia dell’Arpa (Cutino/Petyx).

La Stagione 2017/2018 del Teatro Menotti è un cartellone, o un viaggio, che si racconta come all’interno della contemporaneità, attraverso 4 Tappe: I Classici del Contemporaneo, I Grandi Autori del Novecento, Narrazioni Contemporanee Parole e Musica per il Tempo Presente e Alla Ricerca della Rotta Perduta.
Una stagione studiata per combinare il repertorio della prosa con incursioni teatrali di protagonisti della scena culturale italiana, con la musica, con la letteratura, con la scienza e con spettacoli adatti a sperimentare nuovi percorsi, nuovi linguaggi e stili diversi con uno sguardo di attenzione alle nuove scene.

PRIMA TAPPA
I CLASSICI DEL CONTEMPORANEO, OVVERO NON È COME APPARE
Storie e parole che da lontano arrivano a parlarci del tempo presente, perché dal tempo presente vengono riletti. A volte in maniera neo realista, come LA LOCANDIERA rivisitata da Stefano Sabelli per un’interprete assolutamente anti naturistica e per niente leziosa come Silvia Gallerano, oppure la visione onirica della CASA DI BAMBOLA di Roberto Valerio per un’intensa Valentina Sperlì o la versione dissacrante e divertita di Maddalena Crippa per la sua L’ ALLEGRA VEDOVA, che mescola la riscrittura per piccola orchestra di Lehar, al teatro di narrazione, il viaggio continua alla ricerca di MOBY DICK, qui rivisitato con suggestioni simbolicamente pop, da Michele Losi per i giovani della Pleiadi Art Productions, Campsirago Residenza, per finire con un BORGHESE GENTILUOMO, molto contemporaneo, per un cast di comicità surreale, diretto da Emilio Russo.

SECONDA TAPPA
I GRANDI AUTORI DEL NOVECENTO, OVVERO LE STORIE DEL SECOLO BREVE
Due mondi a confronto, quello di Eugene OìNeill con LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE con il quale si conclude la trilogia americana di Arturo Cirillo, un lungo percorso tra gli autori del Novecento a stelle a strisce, tra interni familiari e drammi interiori. In scena ancora con Milvia Marigliano, dopo i successi di Zoo di vetro e Chi ha paura di Virginia Woolf?, e quello ironico e grottesco di Friedrich Dürrenmatt, che si prende gioco di un testo formidabile come Danza Macabra e lo riscrive per il suo PLAY STRINDBERG, in scena protagonisti straordinari del nostro teatro come Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni, per la regia di Franco Però.

TERZA TAPPA
NARRAZIONI CONTEMPORANEE, OVVERO PAROLE E MUSICA PER IL TEMPO PRESENTE
Il viaggio continua lungo le storie del nostro tempo. Storie dell’inarrestabile decadimento di una società tragicamente comica, così come le racconta Toni Sartana, ovvero Natalino Balasso, nel suo TONI SARTANA E LE STREGHE DI BAGDAD, storie di mafia come ne IL GIURAMENTO di Claudio Fava, per la regia di Ninni Bruschetta e una nutrita compagnia, storie di profughi come in UN SALTO IN CIELO-BRECHTSUITE, alla scoperta del pianeta Brecht, tra musica e parole, storie del nostro paese, attraverso le storie da balera, piccoli racconti in movimento per raccontare l’Italia del dopoguerra con LE BAL, riscrittura teatrale dello straordinario successo del film di Ettore Scola, Ballando Ballando. Storie di una generazione che credeva di non andare più in guerra, e cercava di abbattere le frontiere delle convenzioni e del perbenismo. È la generazione nata e cresciuta con i Beatles e la rivoluzione giovanile, nuovi suoni, nuovi colori e nuove parole in TICKET TO RIDE… e quindi il viaggio continua.

QUARTA TAPPA
OVVERO ALLA RICERCA DELLA ROTTA PERDUTA
Continua con altri progetti, tappe di un percorso tra dissonanze, alterazioni, contrappunti, variazioni, trasformazioni, mutamenti, discordanze, diversità, paradossi, dove nulla si dà per scontato. Come un Teatro Menotti che si trasforma in un atelier di danza in omaggio, non autoreferenziale, ad una delle compagnie più apprezzate del nostro panorama italiano, Artemis Danza diretto da Monica Casadei.  Oppure in un programma ad alto tasso di estemporaneità, come sarà quello della seconda edizione di TALKIN MENOTTI, con ospiti e sorprese, tra cui Enzo Iacchetti, Saverio La Ruina, Roberto Mercadini, Giorgio Conte, Mario Incudine e molti altri. Per passare dal nostro forte e convinto bisogno di ricambio generazionale, per la seconda edizione di CONTEMPORANEA, con le compagnie del nuovo e nuovissimo teatro in residenza per progetto triennale. Un teatro che è per noi soprattutto un luogo, dove anche la scienza, la matematica, la fisica diventano materie di narrazioni teatrali e incontri. Un vero e proprio FESTIVAL DI TEATRO E SCIENZA, curato da Gabriella Greison, protagonista del suo spettacolo - inaspettatamente cult - 1927 Monologo Quantistico.

14 settembre | 1 ottobre
VENTENNALE ARTEMIS DANZA
La compagnia diretta da Monica Casadei festeggia i vent’anni al Teatro Menotti

Sono passati ben vent’anni da quando, nel 1997, Monica Casadei e Artemis Danza si stabilivano nella città di Parma iniziando un percorso che avrebbe portato la Compagnia ad essere una delle realtà di punta della danza contemporanea italiana.
Accogliendo l’invito del Teatro Menotti di Milano, Artemis ha scelto di festeggiare questa speciale ricorrenza abitando gli spazi del teatro per ben due settimane consecutive, dal 14 settembre al 1 ottobre 2017, trasformando il Menotti in un luogo non solo di spettacoli, ma anche di workshop, perfomance, installazioni, presentazioni di libri, matinée per le scuole e momenti di vera e propria festa, con cibo, vino e musica dal vivo.
Festeggiamenti a tutto tondo per celebrare venti anni fatti di creazioni, di progetti, di tournée in quasi 40 Paesi in tutto il mondo, ma soprattutto di incontri.
Incontri d’arte, come quelli con danzatori, coreografi, musicisti e artisti visivi, ma anche incontri fra persone, esseri umani che, in Artemis, hanno condiviso ben più della creazione coreografica o della messa in scena di spettacoli.
E sono proprio gli incontri che Artemis vuole celebrare durante la sua intensa permanenza al Teatro Menotti, dando vita a una sorta di retrospettiva in cui, fedele al segno impresso al lavoro della compagnia da Monica Casadei, l’attenzione sarà tutta focalizzata su coloro che hanno letteralmente costruito la storia, la vita e l’anima di Artemis: i danzatori.
I danzatori del passato, a partire dagli artisti francesi con cui Monica Casadei ha condiviso gli anni della sua formazione e che oramai sono nomi di spicco della scena coreografica d’oltralpe, fino agli interpreti più giovani, oggi non solo protagonisti delle ultime creazioni di Artemis e degli spettacoli di repertorio, ma anche coreografi apprezzati a livello nazionale e internazionale, nonché interpreti per le principali compagnie di danza italiane.

Rendere protagonisti i danzatori costituisce il cuore di tutto il programma di attività che Artemis presenterà a Milano, a partire, ovviamente, dagli spettacoli.

Uno spazio significativo sarà innanzitutto riservato alle creazioni di Artemis, grazie, da un lato, a I Bislacchi. Omaggio a Fellini, spettacolo storico che negli anni ha fatto apprezzare la compagnia in ogni angolo del mondo, e, dall’altro, ai lavori del progetto pluriennale Corpo d’opera, incentrato sulla rivisitazione in danza contemporanea dei principali titoli dell’opera lirica, con un focus sulla figura femminile. Saranno allora presentate le creazioni 2016 e 2017, Carmen K e Donizetti®intoaRAVE: da una parte la selvaggia e passionale Carmen di Monica Casadei, libera di amare, vivere e morire, dall’altra una rilettura dell’opera donizettiana – con tre tempi dedicati a Anna Bolena, Pazzi per progetto e Lucia di Lammermoor –  che passa attraverso il concetto di delirio, perdita di controllo, uscita dal seminato.
A questi titoli si aggiungerà il debutto di Soli d’opera, percorso attraverso i titoli del progetto Corpo d’Opera sotto forma di assoli e duetti, veri e propri cammei ideati proprio a partire dalle caratteristiche fisiche ed espressive dei danzatori.
Appuntamento di punta sarà poi quello che vedrà protagonista proprio Monica Casadei, coreografa e interprete di Lady M., con la regia di Mario Jorio.

Carta bianca poi ai giovani coreografi del progetto 3G. Negli anni, infatti, Artemis ha sostenuto economicamente e organizzativamente la creatività dei suoi danzatori, diventati oggi coreografi stimati nelle reti e nei circuiti della giovane danza d’autore italiana e internazionale. Anche in questo caso, la produzione coreografica è scaturita dall’incontro umano: coppie artistiche e gruppi di interpreti che si sono conosciuti proprio in Artemis, e che nella compagnia hanno trovato linfa non solo vitale per il loro percorso compositivo, ma anche gli interpreti ideali per le creazioni di volta in volta realizzate. Sarà dunque presente l’ironia dolceamara di Francesco Colaleo e Maxime Freixas negli spettacoli Re-garde, Chenapan e Beviamoci su_no game (quest’ultimo ideato e interpretato con un’altra danzatrice di punta di Artemis, Francesca Ugolini), il vigore energico e assorto di Teresa Morisano (in Cydonia) e la teatro-danza di Filippo Stabile (con Arché. Medi.Terra.Neo), tra i cui interpreti troviamo i danzatori di Artemis Melissa Cosseta, Roberta De Rosa, Andrea Dionisi ed Emanuele Serrecchia.

I danzatori di Artemis, riconosciuti e identificati per una qualità di movimento e presenza scenica che, ben lungi dal cristallizzarsi in una tecnica definita e immutabile, li rende carismatici e generosi, sono oggi interpreti e coreografi apprezzati in numerose compagnie della scena italiana, anch’esse chiamate ad essere protagoniste della rassegna al Teatro Menotti.
Ecco solo alcuni dei nomi in cartellone: Valeria Russo e Roberta De Rosa in Garbage Girls con le coreografie di Francesca La Cava (Compagnia E-motion), Nicola Marrapodi, interprete, autore e regista (insieme a Nicola Orlacchio) di La partita sull’aria, Andrea Dionisti e Maxime Freixas in Dei Crinali (coreografie di Manfredi Perego, produzione TIR Danza), Ambrose Laudani in Le chat noir (produzione Tocnadanza), Andrea Rampazzo e Martina La Ragione in Rapporto occasionale, L’appel du vide e I always wanted to be (produzione Déja Donné).
Molti altri saranno gli artisti ad esibirsi sul palcoscenico del Menotti, che diventerà anche luogo di improvvisazioni e site specific.

Da segnalare poi le attività collaterali, come workshop di danza contemporanea e composizione coreografica, le matinées per le scuole (con lo spettacolo Un secolo di danza), le installazioni video e, non da ultimo, la festa finale con tutti gli artisti coinvolti.
Repertorio, creatività, multidisciplinarità, interculturalità, formazione professionale e divulgazione: tutti i volti di Artemis si riuniscono a Milano.

5 | 15 ottobre
TieffeTeatro Milano in collaborazione con Area M
e il contributo di Regione Lombardia – Progetto NEXT 2016
presenta
UN SALTO IN CIELO–BRECHTSUITE
con Marco Balbi, Paolo Bessegato, Francesca Gemma, Andrea Mirò,
Romina Mondello, Lucia Vasini
e i musicisti di Artchipel Orchestra
Marco Fior, Andrea Baronchelli, Andrea Ciceri, Carlo Nicita, Eloisa Manera,
Fabrizio Fogagnolo, Luca Gusella, Mariangela Tandoi
drammaturgia e regia Emilio Russo  
direzione musicale e arrangiamento Ferdinando Faraò

Lo spettacolo è un viaggio alla scoperta del grande autore tedesco, della sua umanità, della malinconia per le cose del passato, del suo amore per gli esseri della terra e il suo sdegno per la crudeltà, la bassezza del vivere sociale. L’opera di Bertolt Brecht è un immenso, inquietante, fascinoso e provocatorio diario lirico. Il teatro, la poesia, le canzoni, le schegge, i frammenti, le osservazioni lancinanti sul mondo e l’arte intessono una vera e propria biografia letteraria, culturale e sociale della prima metà del Novecento, il cosiddetto secolo breve.
È anche una storia di storie dove i personaggi sono profughi in fuga da un’Europa incendiata dal furore del nazismo e dei popoli complici, verso un sogno americano, già sfumato alle prime luci dell’alba, dove quel barlume di apparente libertà si compra e a caro prezzo al mercato delle illusioni, della miseria, della non appartenenza.
Ogni mattino, per guadagnarmi il pane vado al mercato dove si comprano menzogne.
Pieno di speranza mi metto in fila fra i venditori.
Come non pensare alla condizione degli stessi Brecht e Kurt Weil in fuga dalle persecuzioni anti semite e ai loro anni vissuti dapprima in viaggio per l’Europa e poi decisamente oltre oceano, dove hanno continuato tra diffidenze e intolleranze ad esprimere il proprio genio poetico e musicale?
Un salto in cielo-Brechtsuite è proprio dedicato ai profughi e ai viaggiatori di tutte le epoche, raccontando di un luogo-non luogo, senza passato e senza futuro, come sono proprio gli approdi di chi viaggia in fuga, o forse le tappe di esistenze inquiete. o magari il senso stesso della metafora teatrale, che è forse e comunque solo un viaggio da una quinta all’altra. In questo luogo del possibile alcuni personaggi delle pagine brechtiane prenderanno vita per una narrazione in bilico tra immaginazione e verità, in gioco con lo scorrere del tempo. La violenza di un presente senza futuro e la speranza della fine di un incubo collettivo, sono ai confini di una storia, che è fatta anche di sentimenti semplici, di amori perduti, di amicizie ritrovate, di idee nascoste, di ironia, di disperazione. Brecht e il suo pianeta, insomma.

La scena rappresenta un vicolo ingombro di rifiuti e cose abbandonate. È il retro di un locale (Mahagonny Night) a cui si accede da una scala. Siamo a New York negli anni ‘40. In scena due profughe, Jenny e Yvette, sono venute via dal nazismo e dall’Europa in fiamme. Si arrangiano nel locale, un po' puttane, un po' cameriere, ballerine e cantanti. Le comanda, e anche le tutela, Giovanna, che conosce il vecchio e il nuovo mondo. Ci sono altri due personaggi, il professore e l’operaio, anche loro profughi, probabilmente senza casa, che passano il loro tempo al Mahagonny a scrivere e a dialogare.  Infine Judith, una giovane donna borghese che arriva anche lei dall’Europa per trovare rifugio in quel luogo. Sarà dapprima vista con sospetto, reagirà con diffidenza e paura e poi capirà che accettare le regole e la vita delle altre sarà l’unica possibilità che le resta per sopravvivere e forse anche per non perdere del tutto la voglia di sognare. Accetterà anche lei questo mondo… e accompagnerà proprio lei il pubblico dentro il locale alla scoperta dell’ultima notte del Mahagonny, tra la musica di una vera e propria orchestra di nove elementi e i numeri di un cabaret senza tempo. Nessuno riuscirà a trattenere risate e lacrime, prima del grande buio, anche se in fondo e dentro noi stessi quella piccola luce non è mai stata del tutto spenta…
Emilio Russo

19 | 29 ottobre
Alessandro Longobardi e Viola Produzione
in collaborazione con
Isola Trovata e TieffeTeatro Milano
presentano
LE BAL
L’Italia balla dal 1940 al 2001
prima milanese
uno spettacolo di Giancarlo Fares
con un cast di 16 attori

La pista di una balera pronta ad accogliere le coppie che di lì a poco riempiranno la sala. Un luogo d’incontro in cui uomini e donne cercano gli altri, in cui si va a passare i pomeriggi. Uomini e donne che provano emozioni vere tipiche del carattere di ogni essere umano, in primis rancore e gelosia che portano allo scatenarsi di una gara di ballo.
Una competizione in crescendo, che porta ad un movimento accelerato e catapulta i personaggi negli anni ‘40.
Da questo punto parte la storia di Le Bal, attraverso una drammaturgia tutta fatta di musica, azioni, suoni e gesti, che accompagnano il susseguirsi dei decenni.
Lo spettacolo percorre a suon di musica la storia del nostro paese, passando per gli eventi salienti che hanno contribuito a plasmarla: la Seconda Guerra Mondiale, la Liberazione, il boom economico, le lotte di classe.
Un racconto affidato alla musica, agli attori e ai molti cambi di costume che raccontano il susseguirsi dei decenni, i mutamenti dei colori e lo scoprirsi del corpo.
Sulle note di canzoni italiane che appartengono alla memoria comune, dal Trio Lescano a Fred Bongusto, da Domenico Modugno a Mina, Renato Zero, Enrico Ruggeri, Franco Battiato, Adriano Celentano e Ornella Vanoni, solo per citarne alcuni, si racconta l’Italia che balla dal 1940 al 2001.
Lo spettacolo originale nasce dalla mente di Jean-Claud Penchenat, presente come attore anche nella trasposizione cinematografica Ballando Ballando diretta da Ettore Scola.

7 | 12 novembre
Teatro del LOTO Libero Opificio Teatrale Occidentale
di Teatri Molisani – Ferrazzano CB
presenta
LA LOCANDIERA
o, l’Arte per Vincere
prima milanese
di Carlo Goldoni
adattamento e regia Stefano Sabelli
con
Silvia Gallerano, Claudio Botosso,
Giorgio Careccia, Andrea Ortis, Chiara Cavalieri, Eva Sabelli, Diego Florio,
Giulio Maroncelli, Piero Ricci
scene Lara Carissimi – Michelangelo Tomaro | costumi Martina Eschini
disegno luci Daniele Passeri | aiuto regia Giulio Maroncelli

Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale nell’ambito della 38^ edizione di Asti Teatro col sottotitolo L’Arte per Vincere.

Silvia Gallerano, l’attrice italiana di teatro più premiata a livello internazionale degli ultimi anni, quale straordinaria interprete de La Merda di Cristian Cerasoli, veste i panni di una Mirandolina combattuta fra tradizione e femminilità emancipata, in questa particolarissima edizione del capolavoro di Carlo Goldoni, curata e diretta da Stefano Sabelli.
Silvia Gallerano rende la sua Mirandolina una donna nuova che, sfruttando la decomposizione della nobiltà, è in grado d’emanciparsi, con le sue sole armi e forze femminili. Una Mirandolina che, come un ex mondina resasi indipendente o una suffragetta alla conquista del suo primo voto elettorale, è qui capace d’immaginare per sé un futuro nell’ambito di una nuova borghesia imprenditoriale prendendo, da sola, in mano le redini della sua azienda. E interpreta quel modello di fascino femminile capace di rendersi autonomo e scalare classi sociali, che lo stesso Goldoni ha concepito per il suo più bel ritratto di donna.

La vicenda, originariamente ambientata a Firenze a fine ‘700, viene traghettata dal regista molisano nel Delta del Po, in un’atmosfera acquitrinosa anni ’50, omaggio a capolavori del nostro Cinema Neorealista, come Riso Amaro di De Sancits e Ossessione di Visconti, come pure alle più belle commedie di Vittorio De Sica, che fanno il verso al mondo dell’Avanspettacolo.
Claudio Botosso, fra i volti più noti del Cinema italiano d’autore – diretto da maestri come Avati, Fellini, Bellocchio, Bozzetto, Luchetti, Risi, Perlini, Schroeder, Calogero – dà vita, con la sua recitazione intensa e asciutta, al Cavaliere di Ripafratta, vero antagonista della protagonista goldoniana.
Le scene di Lara Carissimi e Michelangelo Tomaro, con i costumi di Martina Eschini, rafforzano l’ambientazione lacustre e nebbiosa, dove conti, marchesi e cavalieri diventano spiantati e alticci melomani, misogini e incalliti giocatori d’azzardo o ruffiani gagà di fiume; balordi, che si arricchiscono e perdono tutto con poco, millantando e spacciando il poco che hanno, come un tesoro segreto, magari ritrovato nello scrigno riesumato di un pirata dei Balcani, risalito dal mare ai rivoli paludosi.

14 | 19 novembre
Pleiadi Art Productions, Campsirago Residenza
presentano
MOBY DICK
prima milanese
di Michele Losi, Mariasofia Alleva  
regia Michele Losi | cura del movimento scenico Caterina Poggesi  
con Mariasofia Alleva, Andrea Pietro Anselmi, Lucia Donadio, Carolina Leporatti,
Giovanni Serratore e in video Joseph Scicluna  
musiche originali Cristina Abati, Chiara Codetta, Tobia Galimberti|
drammaturgia Riccardo Calabrò, Mariasofia Alleva, Michele Losi  
scenografia Marialuisa Bafunno, Michele Losi, Anna Turina  
costumi Stefania Coretti, Maria Barbara De Marco  
sound design Diego Dioguardi | light design Andrea Violato | video Alberto Sansone

La scelta di avvicinarsi a un grande classico come Moby Dick rappresenta la sfida di affrontare il mare aperto dell’esistenza. Saliamo a bordo della baleniera Pequod con Ismaele, Queequeg e l’equipaggio per uno spettacolo di parole, suoni, gesti e attese. In scena una grande assenza, quella del Capitano Achab e una grande attesa, quella della balena bianca.
L’adattamento drammaturgico è fedele alla trama del romanzo, scegliendo di far emergere le tensioni esistenziali dei personaggi. Si compone un Moby Dick nel quale l’alternanza tra profondità individuale e azione collettiva definisce il ritmo e la forma dello spettacolo, lasciando spazio anche a momenti ironici e comici.
Ismaele si muove tra le angosce e le elucubrazioni dei personaggi minori creati da Melville, riuniti sul pontile della baleniera, in uno spazio drammaturgico simbolico e metafisico. Uno spazio giocato tra un presente e un immaginario, in cui gli elementi cardine del romanzo - il mare, la balena bianca e lo stesso Achab - non si manifestano, ma la loro presenza (o assenza?) permea ogni dialogo e azione.
È il linguaggio evocativo che porta in scena il mare, grazie a un impianto scenico di forte impatto visivo esaltato da un potente soundscape teatrale. Il paesaggio sonoro in cui si muove la balena bianca nasce dalla rielaborazione in chiave elettronica di suoni di strumenti della tradizione occidentale e orientale (dal violoncello ai tamburi Taiko) quasi a rievocare il Pequod, nave americana con forti alberi di legno giapponese.
E su quel pontile, dove tutto ha inizio e fine, le partiture fisiche corali raccontano la vita quotidiana a bordo, le ripetitive e cicliche azioni che intervallano la grande attesa, la vera protagonista di questa rilettura del romanzo di Melville.

23 novembre | 3 dicembre
Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – Artisti Riuniti - Mittelfest 2016
presentano
PLAY STRINDBERG
prima milanese
di Friedrich Dürrenmatt
traduzione Luciano Codignola
con Maria Paiato, Franco Castellano, Maurizio Donadoni
regia Franco Però
scene Antonio Fiorentino
costumi Andrea Viotti
luci Luca Bronzo    
musiche Antonio Di Pofi

Dopo l’anteprima estiva al Mittelfest 2016 e l’applaudito debutto nazionale al Politeama Rossetti di Trieste, reduce da una tournée di successo, dopo Chiasso, Genova, Udine, Parma e Roma, arriva finalmente a Milano al Teatro Menotti Play Strindberg, testo che Friedrich Dürrenmatt rielabora dallo strindberghiano Danza macabra per tratteggiare uno spettacolo cinico e molto divertente.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, è firmato da Franco Però che dirige un terzetto d’attori di assoluto livello – Maria Paiato, Franco Castellano, Maurizio Donadoni – capaci d’interpretare ogni sfumatura dei loro personaggi, di dare evidenza ad ogni potenzialità offerta dall’asciutta e intrigante scrittura.

Play Strindberg nasce al Teatro di Basilea nel 1969, scritta dall’autore svizzero tedesco proprio per la messinscena, molto applaudita. La pièce viene creata perché Dürrenmatt, che era parte della direzione del teatro, era affascinato dalle possibilità interpretative che Strindberg aveva ideato per gli attori nel dramma originale, ma profondamente insoddisfatto delle traduzioni e degli adattamenti esistenti. Così affronta egli stesso quella materia: ed il risultato si rivela molto più di un adattamento.

Sotto le livide luci di un ring che contiene gli elementi essenziali di un interno borghese (la scena è di Antonio Fiorentino), Maria Paiato (Alice), Franco Castellano (Edgar) e Maurizio Donadoni (Kurt), si confrontano in un eterno triangolo: si attaccano, si corteggiano, si colpiscono e si affrontano, si mettono alle corde come in un vero incontro di boxe. I costumi sono creazioni di Andrea Viotti, le suggestive luci sono firmate da Luca Bronzo e le musiche da Antonio Di Pofi.

Dürrenmatt si prende gioco di noi, della nostra vita famigliare, con tutte le armi che gli sono proprie, il sarcasmo, l’ironia che trascolora nel grottesco, il gusto del comico, ma anche la violenza del linguaggio e lo fa prendendo uno dei più formidabili testi di Strindberg, Danza macabra, e riscrivendolo da quel grande costruttore di storie teatrali qual’è.
Prende i tre protagonisti – il capitano, la moglie e il cugino/amante che ritorna – e li posiziona sotto le luci glaciali di un ring; seziona il testo strindberghiano e ne tira fuori undici round, intervallati dai gong – proprio come un incontro di boxe o di lotta – con la sola differenza che i combattenti sono tre.
Tutta l’essenza del testo originale rimane, ma Dürrenmatt ne esalta l’attualità, asciugando fin dove è possibile il linguaggio – già di per sé scarno – come in un continuo corpo a corpo, che solo il gong ferma per qualche istante, dando ai contendenti il tempo di un riposo per riprendere fiato e agli spettatori l’attimo di riflessione su quanto, nel round precedente, hanno visto.
Sono immagini veloci come flash di una lotta famigliare in cui arriva all’ improvviso il desiderato – da entrambi i coniugi – straniero, che veste i panni del cugino e rimette in gioco rapporti e conflittualità.
Il riso e il pugno allo stomaco, il sorriso e l’amarezza si alternano continuamente su questo palcoscenico-ring, riportando davanti agli occhi dello spettatore gli angoli più nascosti di quel nucleo, amato od odiato, fondamentale – almeno fino ad oggi… – delle nostre società: la famiglia.
Franco Però

12 | 31 dicembre
TieffeTeatro Milano
presenta
TICKET TO RIDE
Ovvero il viaggio continua
prima nazionale
direzione musicale e arrangiamenti Alessandro Nidi
regia Emilio Russo
cast in via di definizione

Se i Beatles o gli anni Sessanta hanno avuto un messaggio, era questo: impara a nuotare. Punto. E una volta che hai imparato, mettiti a nuotare.
Lo spettacolo non è un omaggio ai Beatles o alle loro canzoni, è un omaggio ad una generazione, quella che ha scoperto all’improvviso che essere giovani non era solamente un passaggio, ma era un tempo da vivere al ritmo di nuovi suoni, di nuove parole, colori, pensieri. I confini e le frontiere, reali e mentali, non erano più fatte per fermare e dividere, ma per superare e incontrare. Nasceva una nuova geografia, un mondo da collegare col filo rosso della voglia e della passione dentro un tempo che non andava più perso. Il sogno delle mille lire al mese era lontanissimo dai progetti di quella generazione, che dentro quella nuova geografia voleva esserci in qualche modo, a volte ci riusciva, molto più spesso immaginava, ma indietro, comunque, non sarebbe più tornata. E allora c’era bisogno di un ticket to ride, un biglietto per viaggiare o per provarci. Ispirazione e modello di quella generazione - di tutte quelle successive - sono stati anche e soprattutto quegli accordi così semplici e strampalati nelle mani e nelle voci dei Fab Four con il loro universale e capillare successo. Aveva ragione John Lennon a definire i Beatles come più famosi di Gesù Cristo, lo erano e lo saranno probabilmente finché il pianeta girerà su sé stesso. In quegli accordi semplici e strampalati, in quelle parole nuove, in una lingua che all’improvviso avevamo imparato tutti, quella generazione così vicina e così lontana dalle bombe atomiche e dai gas nazisti, così vicina e così lontana dalle nuove guerre e dai muri costruiti ed abbattuti, cercava il senso alla propria vita e il sapore forte della ribellione e la voglia di andare. Ticket to Ride è dedicato proprio alle storie di viaggi fatti e immaginati, partenze e ritorni. Proseguendo la linea della contaminazione tra la parola e la musica lo spettacolo prova a ricostruire atmosfere e suggestioni di un’epoca e una generazione chiamata a cambiare il mondo, o perlomeno a camminare da funamboli sul filo di un finalmente possibile.
Emilio Russo

25 gennaio | 4 febbraio
TieffeTeatro Milano
presenta
LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE
prima nazionale
di Eugene O' Neill
con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Peppino Mazzotta, Riccardo Buffonini
scene Dario Gessati
luci Mario Loprevite
regia Arturo Cirillo

Per concludere la trilogia americana affrontata con il Teatro Menotti di Milano, e nata qualche anno fa da un desiderio di un incontro scenico tra me e Milvia Marigliano, ho scelto Lunga giornata verso la notte di Eugene O' Neill. Dopo i fortunati Zoo di vetro di Wiiliams e Chi ha paura di Virginia Woolf? di Albee, ci confrontiamo con un altro grande drammaturgo statunitense. È sempre la famiglia quella che si mette in scena, come se il grande sogno americano non potesse se non partire da lì, dove tutto ha inizio e dove tutto a volte si conclude. Una lunga notte, ancora in compagnia di un fiume di alcol, questa volta con in più anche il senso di una malattia, e la dipendenza da droghe. Come nei due testi già portati in scena, anche qui ciò che m'interessa non è tanto uno spaccato americano, per di più in questo caso con personaggi d'origine irlandese, ma la forza dei dialoghi e la possibilità di costruire quattro grandi interpretazioni. E se negli spettacoli precedenti avevo usato un impianto volutamente non naturalistico per uscire dal melò e da una certa convenzionalità, qui è il teatro nel suo chiaro essere ad apparirmi alla mente. Il capofamiglia è un attore, dalla carriera incerta, il suo primogenito è stato un attore senza motivazioni, ma costretto a recitare dal padre, desideroso di vederlo in qualche modo sistemato. Ma attori li possiamo considerare tutti e quattro i protagonisti di questa rappresentazione di una lunga nottata, dove la nebbia è data dalla macchina del fumo, dove gli attori/personaggi escono e rientrano nel proprio camerino, come nella propria solitudine. Il testo di O' Neill mi si è rivelato come un enorme celebrazione dell'immaginazione, dove i personaggi hanno continuamente un doppio binario di menzogna e verità, ma per citare il titolo di un libro di Elsa Morante, a vincere è il sortilegio: della droga, dell'alcol, ma soprattutto del teatro.
Arturo Cirillo

6 | 11 febbraio
Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
presenta
TONI SARTANA E LE STREGHE DI BAGDAD
La Cativissima Capitolo II
prima milanese
con Natalino Balasso, Francesca Botti, Andrea Collavino, Marta Dalla Via, Denis Fasolo, Beatrice Niero         
regia collettiva
scenofonia, luminismi e stile Roberto Tarasco
costumi Lauretta Salvagnin

Va in scena la seconda commedia de La Cativìssima, la trilogia dedicata al personaggio di Toni Sartana nato dalla fantasia di Natalino Balasso. Se il primo capitolo guardava alla politica, questo nuovo episodio sposta la sua lente deformante sull’economia. Una drammaturgia originale, perfettamente autonoma e distinta dall’episodio precedente, per raccontare da un diverso punto di vista l’inarrestabile decadimento di una società tragicamente comica. Finzione o realtà, cinismo o follia, tutto si mescola in questo spettacolo come in un sogno dai contorni sfumati. Sulla scena prende forma un universo parallelo, popolato da figurine animate, uscite da un fumetto dai colori sgargianti. Sono proiezioni di una mente che ha perso il senso delle proporzioni, o sono la peggiore espressione di un mondo completamente allo sbando? La domanda rimane aperta, mentre il grottesco prende nuove imprevedibili sfumature, grazie ad un testo folgorante, ma soprattutto grazie ad un gruppo di attori capaci di creare delle maschere contemporanee di agghiacciante iperrealismo. Come le streghe del titolo, le cui profezie, citando il Macbeth di Shakespeare, diventano il motore propulsore della vicenda. Della stessa pasta sono fatte anche le altre donne presenti in scena: scaltre, violente, senza scrupoli, esattamente speculari alla dabbenaggine dei personaggi maschili: molluschi senza spina dorsale, che girano a vuoto come i criceti nella ruota. Francesca Botti dà la giusta dose di ambizione e volgarità alla sanguinaria Lea Sartana, Marta Dalla Via disegna una segretaria iperefficiente e manipolatrice al punto giusto e una mafiosa comicamente dominante, infine Beatrice Niero mette la sua prestanza fisica a servizio di una prostituta dal cuore d’oro. Gli fanno eco i tre personaggi maschili: Denis Fasolo è l’amico Bordin, fesso e violento in egual misura, Andrea Collavino è Munerol, il magnate dei jeans coi strappi che offrirà a Sartana l’occasione per avviare la sua scalata al potere economico…. ma sarà davvero così? Natalino Balasso offre al suo protagonista inedite sfumature, che, pur calcando la mano sul versante dell’assurdo, rivelano nel finale un’inaspettata umanità. La sua è vera ambizione o semplice immaginazione di un uomo disperato? Si ride molto, ma quello che resta in bocca è un riso amaro, che si spegne nel momento esatto in cui lo spettatore viene messo di fronte a sé stesso.

Credo che questa seconda Cativìssima cominci a disvelare il racconto globale di questa trilogia, siamo sulle tracce di una discesa interiore, di una rovina verso gli inferi, che scaturisce da ascese esteriori. Tutto ciò che chiamiamo progresso serve spesso a mascherare la perdita di terreno sotto i piedi della nostra anima; Sartana continua ad arrampicarsi aggrappandosi a tutti quelli che trova intorno per dimenticare che, perso il contatto con la terra, perdiamo anche la capacità di spiccare il volo.
Natalino Balasso

20 | 25 febbraio
Teatro Stabile di Catania – Teatro Biondo di Palermo
presentano
IL GIURAMENTO
prima milanese
di Claudio Fava
regia Ninni Bruschetta
cast in via di definizione

Le teste si possono tagliare o contare. Il regime fascista, nelle università italiane, scelse entrambe le soluzioni. Di teste ne contò milleduecentotrentotto. Dodici furono quelle che tagliò. Eroi per caso di un'Italia civile a cui era rimasta solo quell'estrema risorsa di dignità: il diritto ad un rifiuto. Accadeva il 13 novembre 1931.
Il mio testo teatrale racconta uno di loro. Che nella propria storia raccoglie i pensieri e i gesti di tutti: l'incapacità della menzogna, il rigore illuminista del sapere, la noia per liturgie del fascismo. Ma anche l'intuizione sul destino del paese, sul modo in cui furbizie e conformismi avrebbero trasformato l'Italia di quegli anni in una terra senza libertà e senza decenza.
Si chiama Mario Carrara e fa il medico legale in un tempo ancora abituato a censire gli uomini e le anime con l'algida geometria di Cesare Lombroso: fronte, ossa, sguardo, fiato, pelle…
Nella vita di Carrara - vedovo, solitario, ironico e inacidito al tempo stesso - c'è l'università che per lui è esercizio del dubbio volterriano. C'è la fantesca Tilde che lo accudisce, lo sfotte, lo scuote. C'è il suo corredo di pillole minute come un'unghia per sedare claustrofobie e gastriti. E c'è il carcere, dove Carrara da vent'anni va ad ascoltare, a lenire, a curare solitudini.
Attorno a lui corre l'Italietta conformista dei primi anni del fascio, gli studenti con la tessera del Guf cucita nella tasca dei pantaloni, il finto perbenismo, la carriera, le conversazioni vaghe e discrete dei colleghi, le brume umide di una città del Nord…
Sulla politica, fatta di goliardia e di lettere maiuscole, Carrara nutre un disagio estetico più che ideologico. Gli sembrano ridicoli certi suoi studenti inamidati in camicia nera e pugnaletto. Gli vengono a noia le finte orazioni dei colleghi più anziani sulla patria e sul destino. Troppo poco per un turbamento o per una ribellione: la vita potrebbe scorrere senza pieghe…
Finché accade qualcosa. All'inizio sono solo dettagli: passi di marcia lungo la strada, un detenuto bastonato in cella, la rassegnazione di certi colleghi, la tiepida prudenza di ragazzi che hanno solo metà dei suoi anni...
Lentamente attorno a sé Carrara percepisce l'agonia di un'Italia in cui molti capiscono cosa sta accadendo, ma pochi scelgono di stare dalla parte giusta. Non scelgono ebrei e liberali, che continuano a iscriversi a migliaia al partito fascista. Non sceglie la chiesa che cerca solo parole di benevola neutralità. Perfino socialisti e comunisti continuano a ritenere Mussolini solo un frutto del caso, un errore minore.
Quando il rettore gli comunica data e prescrizioni del giuramento - fedeltà al re e al duce - Carrara capisce di non poterlo fare. Non per eroismo. È che in quel giuramento, in quel rito a cui tutti si sottoporranno per lasciare quiete le loro esistenze, Carrara riconosce improvvisamente anche la propria vita: le pillole disposte in buon ordine sulla tovaglia dei suoi pranzi da vedovo, l'inconfessabile paura di accettare il corteggiamento di Tilde, l’estraneità per quei ragazzi a cui ha regalato il proprio sapere senza rivolgere loro mai una domanda di troppo. E invece le domande adesso sgorgano, impertinenti, necessarie: che ci fate a vent’anni con quel pugnaletto e la camicia nera?
Più che una ribellione, è il senso della decenza. Ma anche l’occasione per dare una sferzata alla propria vita. In quell’ultima lezione di verità ai suoi giovani avanguardisti e ai suoi rassegnati colleghi. In quell'amore sospeso per Tilde che ha trovato finalmente il coraggio e la spudoratezza di non rifiutare.
In una delle ultime scene, mentre gli altri professori - ligi e mansueti - pronunciano il loro giuramento, vedremo Carrara attraversare i camminamenti del carcere in cui ha sempre lavorato da medico legale: questa volta da detenuto, con i pantaloni larghi e i passi trascinati, perché gli hanno tolto cintura e stringhe. Non ha giurato. Non poteva. Non potrà mai più.

[Il giorno dopo le cattedre dei reprobi verranno immediatamente riassegnate. Nessuno dei nuovi docenti si tirerà indietro. Alla storia resteranno solo i nomi dei dodici che seppero dire di no a Mussolini. Mario Carrara fu uno di loro.]
Claudio Fava

1 | 11 marzo
Associazione Teatrale Piestoiese Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di Regione Toscana e
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
presenta
CASA DI BAMBOLA
prima milanese
di Henrik Ibsen
con Valentina Sperlì, Roberto Valerio
Michele Nani, Massimo Grigò, Carlotta Viscovo
adattamento e regia Roberto Valerio
scena Giorgio Gori | costumi Lucia Mariani | luci Emiliano Pona

Quando nel 1879 Casa di bambola fu rappresentato per la prima volta, il dramma suscitò scandalo e polemica ovunque per la sua lettura come esempio di un femminismo estremo; tanto che in Germania Ibsen fu addirittura costretto a trovargli un nuovo finale, perché la protagonista si rifiutava di impersonare una madre da lei ritenuta snaturata.
Ma, al di là di ogni contenuto polemico, il dramma resta opera di una grande e complessa modernità, abitata da personaggi capaci di parlare ancora ai nostri contemporanei.
Partendo da una nuova e attenta rilettura di questo grande classico di fine '800, attraverso una riscrittura e rielaborazione scenica del testo, si approda così ad uno spettacolo dove il centro è il dramma nudo, spogliato di bellurie ottocentesche e convenzioni borghesi.

Casa di bambola è un testo complesso e seducente che restituisce molteplici e potenti suggestioni. È l’intreccio dialettico di una crisi, di una transizione, di un passaggio, di un percorso evolutivo; è il ritratto espressionista (L’urlo di Munch è del 1893) di un disperato anelito alla libertà che crea però angoscia e smarrimento.
I personaggi si muovono in uno spazio scenografico spoglio/essenziale, sghembo, caricaturale, oscillando tra il sogno e la veglia, tra la verità e la menzogna, tra il desiderio e la necessità. Uno spazio onirico che trasfigura la realtà in miraggio, delirio, allucinazione, incubo. Una scena stilizzata per raccontare al meglio un desolante deserto relazionale ed esistenziale popolato non da volti ma da maschere che si apprestano a inscenare un dramma della finzione.
(…)
Roberto Valerio

13 | 18 marzo
Parmaconcerti
presenta
Maddalena Crippa
in
L’ALLEGRA VEDOVA
Cafè chantant
prima milanese
rielaborazione testo originale Victor Leon/Leo Stein
a cura Bruno Stori e Maddalena Crippa
arrangiamento musiche originali di F. Lehar a cura Giacomo Scaramuzza
regia Bruno Stori
e con i musicisti
Giampaolo Bandini, Giovanni Mareggini, Mario Pietrodarchi, Federico Marchesano

Il 30 dicembre 1905 La Vedova Allegra trionfa al Teatro An-der-Wien.
Il successo è clamoroso e inarrestabile. Da allora a tutt’oggi, La Vedova Allegra è l’opera musicale più rappresentata al mondo.
Che cosa si nasconde dietro il successo di quest’operetta? Che cosa c’è di così appagante per il pubblico che da oltre un secolo affolla i teatri per applaudirla?
La risposta è molto semplice: La Vedova Allegra è una fiaba a tempo di valzer e il valzer, si sa, provoca il rilascio delle endorfine, le molecole della gioia e dunque La Vedova Allegra è un formidabile anti-stress, che non è poco.
A cominciare da Canzonette vagabonde, dal repertorio italiano degli anni ‘20 e ‘30, a seguire poi con Sboom; le canzoni degli anni ’60 da Paolo Conte, a Tenco, Jannacci, De André; con A sud dell’alma, dedicato ai grandi interpreti latino americani, E pensare che c’era il pensiero di Gaber e Luporini; senza dimenticare le interpretazioni di Irma la dolce (produzione Rai), Schonberg Kabarett, Pierrot lunaire, L’opera da tre soldi, nel doppio ruolo di Jenny e Polly; Femmine fatali (produzione Festival di Salisburgo), fino al più recente Italia mia Italia, una dedica spassionata al nostro paese, Maddalena Crippa ha tracciato un percorso nel teatro-musica all’insegna della qualità e della varietà, che approda ora a La Vedova Allegra di Franz Lehar.
In uno spazio essenziale, accompagnata da un prezioso ensemble strumentale, un quartetto composto da chitarra, fisarmonica, flauto traverso e contrabbasso, Maddalena Crippa, nella doppia veste di narratrice e cantante, racconta la storia e interpreta le canzoni de La Vedova Allegra, evocando con leggerezza e divertimento le atmosfere dei cabaret berlinesi e dei cafè chantant parigini.
Alternando le parti recitate, frammenti di dialoghi e monologhi tradotti dal libretto originale di Leon Stein e Victor Leon, alle parti cantate, arie e duetti, l’attrice si sdoppia e dà voce e carattere sia ad Anna Glavari che al principe Danilo.

14 | 24 giugno
TieffeTeatro Milano
presenta
IL BORGHESE GENTILUOMO
prima nazionale
di Jean Baptiste Moliére
direzione musicale Alessandro Nidi
adattamento e regia Emilio Russo
cast in via di definizione

La trama è semplice: un ricco borghese, il signor Jourdain, sogna di diventare nobile, circondato da adulatori e scrocconi, che ovviamente assecondano la sua follia, pur di ottenerne un guadagno. È circondato dal maestro di musica, di ballo, di scherma, di filosofia; ciascuno di loro ritiene e predica che la propria arte, è il fondamento primo dell’esser un gentiluomo. A questi si contrappone la moglie, donna pratica e razionale che cerca di farlo rinsavire. Ne nasce una farsa chiassosa e colorata che culminerà in una beffa finale dove il borghese gentiluomo sarà lasciato definitivamente solo, anche dalla moglie, nella sua folle utopia.
Ma è tanto altro e non tutto spiegabile il successo che il borghese ha ormai da più di tre secoli e mezzo in tutti palcoscenici del mondo, ed è proprio da questa indagine che la nostra rilettura parte. Moliére lo definiva comedie-ballet, inventando un genere teatrale, che nascondeva la sua furiosa accusa alla società del suo tempo in una apparente leziosità. Con il signor Jourdain fa un passo in avanti e prende furiosamente in giro chi, come lui, vorrebbe cambiarla, ma solo per diventarne protagonista, o presunto tale.
Non era la società, sbagliata: sbagliava, ed era oggetto di scherno, chi cercava di modificarla, chi cercava di piegare alle proprie ambizioni le millenarie – e naturali - regole del gioco.
Per cui nel povero borghese Jourdain, che vorrebbe farsi gentiluomo, e si copre di ridicolo e si fa sbertucciare e sfruttare da chi gli sta intorno, non c’è neppure un filo di critica sociale, non un’ombra d’amarezza o di astio, non uno spiraglio di speranza, non un messaggio di attesa per un futuro riscatto. La rivoluzione arriverà un secolo e passa più tardi e non sappiamo Moliére da che parte sarebbe stato. Però possiamo sempre chiedercelo tra le pieghe del suo teatro.
Emilio Russo

TEATRO MENOTTI
Via Ciro Menotti 11, Milano - tel. 02 36592544 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

ORARI BIGLIETTERIA
Dal lunedì al sabato dalle ore 15.00 alle ore 19.00
domenica ore 14.30 | 16.30 solo nei giorni di spettacolo

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ORARI SPETTACOLI
martedì, giovedì e venerdì ore 20.30
mercoledì e sabato ore 19.30 (eccetto le prime ore 20.30)
domenica ore 16.30

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