Intervista a Ilenia Veronica Raimo

Intitolata al Presidente che nel secondo dopoguerra ha ricostruito il teatro Filodrammatici di Milano e dato nuova vita all'Accademia dei Filodrammatici, la borsa di lavoro “Alfonso Marietti” vuole premiare la creatività e l'intraprendenza degli ex allievi più giovani. La borsa ha cadenza biennale e viene messa in palio per spettacoli realizzati dai diplomati dei due ultimi corsi accademici. Il premio consiste in un contributo da un minimo di 500€ a un massimo di 6000€ che viene assegnato a non più di tre produzioni. I vincitori sono scelti da una commissione composta da soci dell'Accademia e insegnanti della Scuola, presieduta dal Presidente. Quest’anno la borsa di studio ha premiato lo spettacolo BASTARD di  Ilenia Veronica Raimo (regia:  Olivier Elouti / con: Ilenia Veronica Raimo, Stefano Fascioli, Stefano Grasso / video art e proiezioni: Davide Ratti / scenografia: Gueorgui Nikolov ) Lo

spettacolo, tra l’altro è anche vincitore del premio “Incroci teatrali”.
Ilenia Veronica Raimo è anche autrice del testo. Bastard racconta la storia di Charles Mingus Figlio di un padre mulatto, a sua volta nato da un nero e una svedese, e di una madre metà cinese e metà pellerossa, si definiva un autentico Bastardo. Ilenia Raimo lo ha immaginato nei suoi ultimi istanti di vita, in un vortice di ricordi, suoni, immagini e parole. Un’ esperienza diretta. Siamo tutti Mingus, o almeno una proiezione del suo inconscio. Tre entità caratteriali dello stesso Personaggio: Mingus number 1, Mingus number 2, Mingus number 3. Qual è il Bastardo che vuoi mostrare al mondo? Se Mingus number 1 è la voce narrante fissa che ricorda e racconta, Mingus number 2 e Mingus number 3 comunicano attraverso un linguaggio di suoni e azioni fisiche attraverso i quali sostengono veri e propri dialoghi, abbinando a tutti i personaggi citati linee melodiche specifiche. Il risultato è un’osmosi di linguaggi creativi. Uno spettacolo sull’identità e sul Jazz. Un percorso nel quale ci addentriamo cercando attraverso l’esperienza di vita di Charles Mingus, di sviscerare temi universali che fanno parte della vita di tutti noi come l’amore, la ricerca di Dio, la follia, il sesso e il continuo oscillare tra sacro e profano. La celebrazione di questi tre corpi di Mingus si può riassumere in Spirito, Voce, Strumento, in una parola: Jazz.
Dramma.it a colloquio con questa giovane autrice.

1. Come nasce il progetto e cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?

E' stato un colpo di fulmine. Prima di entrare in accademia ho collaborato con Macao, spazio autogestito in Viale Molise a Milano. Mi hanno chiesto di aprire un concerto jazz proprio con una lettura di Beneath the Underdog (in italiano tradotto come Peggio di un Bastardo), autobiografia romanzata di Charles Mingus. Leggendo le sue parole sono stata folgorata dal senso di profonda crisi e ricerca di identità. Un’identità mista, creola, nuova. In un epoca di passaggio non è facile essere un ponte tra il passato e il futuro, essere una novità. Spesso ti senti un alieno senza posto, ed è lì che scatta il desiderio di affermazione, di scoperta e di dichiarazione al mondo che è proprio quest'unicità il tuo punto di forza e non il tuo handicap. E tutto ciò lo rende possibile l'amore per se stessi, apprezzare e valorizzare la propria diversità, la propria unicità. Mi sono totalmente identificata nella storia di quest'uomo che pur essendo l'esatto opposto di me, per genere e razza, ha tradotto in parole ciò che sentivo da tempo e che percepivo nell'aria. Ad oggi si è rivelato un tema più che mai attuale.

2. Cosa significa per te scrittura teatrale?

Per me è come dipingere un quadro in movimento, da intendere come un lavoro a strati in osmosi con la scena. Molte volte sulla carta un brano appare molto potente, ma troppe parole tolgono intensità alla vita scenica. Allora scatta il gioco a togliere. Arrivare alle ossa del testo per poi ricostruire, strato dopo strato, tendini, muscoli, organi e pelle del testo stesso. Ma sempre con un obbiettivo ben chiaro dentro di me, ovvero il motivo che mi ha spinto a scrivere la mia versione della storia di questo artista immenso ed immortale che è Charles Mingus.. Il lavoro con Olivier Eloutì è stato molto importante. Essendo il regista, da fuori mi ha dato dei suggerimenti molto utili, mi ha aiutato a chiarire le tematiche che volevo far risaltare e a ridimensionarne altre che erano preponderanti. In realtà è stato un lavoro  partecipato da parte di tutti gli artisti coinvolti. Stefano Grasso e Stefano Fascioli, che sono con me dall'inizio quest'avventura , hanno dato un grande contributo di senso, oltre che sonoro, al testo; e Davide Ratti attraverso il lavoro inconscio e visivo delle immagini mi ha aiutato a scoprire nuovi aspetti affascinanti del personaggio. E' per quello che mi piace parlare di osmosi scenica.  Ed è anche questo il motivo della vittoria del nostro primo premio, vinto prima della Borsa Lavoro, che s'intitola proprio “Incroci Teatrali”.

3. Ti senti più autrice o più attrice?

Mi sento “autattrice”, i ruoli non possono essere scissi.

4. Quali sono gli ostacoli ed i sacrifici che hai dovuto affrontare per raggiungere questo importante obiettivo?

Mi sono sentita come Super Mario Bros, ve lo ricordate? Una corsa ad ostacoli dove a volte trovi monetine d'oro e funghetti magici  che ti fanno diventare gigante e a volte perdi una vita dietro l'altra e poi risorgi. Ho messo in campo diverse eccellenze che secondo il mio parere vanno sempre retribuite, anche se il progetto è indipendente. Ho chiamato dei professionisti per lavorare che di conseguenza vanno retribuiti, un concetto che nel mondo dell'arte spesso sfugge. Non avendo finanziamenti precedenti alla nascita del progetto, ho dovuto affrontare diverse spese di tasca mia e a mia volta chiedere ai miei collaboratori di venirmi incontro sulle prove, che sono comunque ore di lavoro. Ci piace dire che è stato un investimento da parte di tutti. Il tempo speso a costruire lo spettacolo ha un valore, anche economico, questo è importante ricordarlo sempre. Ho avuto la fortuna di essere sostenuta dalla compagnia Mascherenere che ha contributo al progetto con spazi, maestranze tecniche ed amministrative, senza cui non avrei mai potuto portare avanti il progetto, almeno non a questo livello. Più nello specifico quando abbiamo approcciato a spazi che non fossero associazioni, e quindi teatri, per noi la situazione era quasi insostenibile. L'autoversamento dell'agibilità, il pagamento della siae, sono costi a cui puoi far fronte solo se riempi la sala tutte le sere, a meno che tu non abbia un fondo a cui attingere in caso di poco pubblico. Sappiamo tutti che nessuno può avere la garanzia di riempire tutte le sere. Faccio altri tre lavori per mantenere, oltre me stessa, anche questo progetto. Questa Borsa Lavoro oltre all' onore e al prestigio che ci ha donato, è stata una boccata fresca anche a livello economico, che ci può aiutare a retribuirci e a fare un passo in più.

5. Ci sono dei modelli, a cui ti ispiri quando scrivi? Chi sono i tuoi maestri?

Per induzione tutto ciò che leggo e ho letto, che ho ascoltato, che ho visto sono i miei maestri. Ringrazio ogni parola di ogni drammaturgo, giornalista o autore che ho letto. Ringrazio ogni suono, o canzone che ho sentito. Ringrazio ogni persona ed esperienza umana che ho conosciuto o fatto e ringrazio ogni immagine e luogo che ho visto. Questi sono i miei maestri. Non ho un modelli precisi a cui mi sono ispirata ed è proprio per questo che il progetto, oltre al testo, risulta così originale e così “diverso”.

6. Nello spettacolo ti esibisci anche come cantante. Che importanza riveste la musica all’interno di uno spettacolo teatrale e in particolare nel tuo?

Fondamentale. Le canzoni che ho scelto sono affermazioni del personaggio, della sua presa di coscienza, di chi è e ciò che vuole. Un compito così importante all'interno di uno spettacolo di questo genere lo possono sostenere solo grandi autori come Duke Ellington, Nina Simone, Etta James, Charles Mingus stesso ed altri ancora... Nella mia vita di tutti i giorni, come nello spettacolo, quando canto rielaboro e trasformo in bellezza, in arte e in consapevolezza ciò che sto vivendo. Non è un semplice sfogo decorativo, ha un obbiettivo ben preciso. Il lavoro con i suoni e i musicisti, perché funzioni bene, ti obbliga ad un ascolto totale in scena e questo alza il livello recitativo. Questo percorso mi ha permesso di crescere come attrice e come persona.

7. Quali problemi deve sostenere una giovane attrice oggi?

Per sopravvivere in questo campo e in questo paese come attrice devi essere molto motivata, un concetto che continuavano a ripeterci in accademia e che finché non provi sulla tua pelle non puoi comprendere quanto sia vero. Soprattutto se ti devi mantenere da sola e non hai una famiglia che ti può sostenere economicamente. Tra casting, prove non retribuite, laboratori a pagamento a cui devi partecipare se vuoi lavorare con tal regista per poi forse lavorarci assieme, sono quantità di tempo enorme non retribuito che mi hanno portato a dover fare altri lavori per potermi mantenere in modo costante. Vedo il multitasking come una possibilità di crescita, non fraintendetemi, ma porta via molta energia. Energia che vorrei investire nella mia arte.

8. Da spettatrice quali spettacoli ami vedere?

Quelli dove gli artisti che sono in ballo comunicano veramente tra loro e con il pubblico, creando vita in scena, vita piena e presente. Per questo trovo che Antonio Latella, come Carmelo Rifici, pur diversi tra loro per stili e contenuti, portino in scena lavori di qualità. C'è un certo tipo di ricerca e di lavoro dietro ed in scena si vede. Mi affascinano molto le commistioni di arti in scena, come si può evincere da Bastard.

9. Grazie per esserti raccontata sul nostro sito in bocca al lupo per la tua carriera. Se dovessi immaginare la tua vita fra dieci anni dove ti vedi?

Mi vedo recitare in lingue diverse, oltre alla mia lingua madre. Ho la fortuna di essere praticamente bilingue italiano/inglese e parlo il francese. Conto d'impararne altre. Il primo step lo stiamo facendo con Teatro Utile. Grazie a Tiziana Bergamaschi, il testo “Le Rinchiuse”, spettacolo in cui recito, è stato tradotto in francese e lo porteremo al Festival di Avignone il prossimo luglio. Questo è un primo grande passo verso la strada che ho scelto d'intraprendere. Tra dieci anni mi vedo come un artista viaggiatrice soddisfatta del proprio lavoro, che fa da sponda tra l'Italia ed altri paesi del mondo per portare un contributo e un cambiamento alla nostra società. Ruolo che nella storia dell'umanità, il teatro, la musica e le arti performative in generale, a volte sono riusciti ad avere. Grazie a voi.

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