Romeo e Giulietta ovvero la perdita dei Padri

Dodici ragazzi fanno rivivere un testo. Alcune città italiane danno la voce. Shakespeare rivive ancora. La storia di Romeo e Giulietta passa in secondo piano: i padri e i figli giocano la partita della loro vita. Il progetto della compagnia BIANCOFANGO arriva a Napoli, sul palcoscenico del Piccolo Bellini, mentre nella sala più grande risuonano i toni danteschi e apocalittici del “Giulio Cesare” di Fabrizio Sinisi e quelli più leggeri de “La commedia degli errori” nella riscrittura della compagnia Punta Corsara. Le parole shakespeariane riecheggiano all’interno del Teatro Bellini di Napoli ormai da tempo, ed anche la sala del Piccolo sembra non essere da meno. Il titolo esatto di questo spettacolo, prodotto dallo stesso Teatro Bellini e da Fondazione Teatro Napoli, in scena dal 10 al 15 ottobre, è: “ROMEO E GIULIETTA, ovvero la perdita dei Padri | prove di drammaturgia dello sport con gli adolescenti”. Titolo così lungo per un progetto di altrettanta durata, iniziato due anni fa a Roma

con il Teatro di Roma. Prosegue a Napoli, proseguirà a Genova, a Cagliari, portando in scena 12 ragazzi, due attori professionisti, Angelo Romagnoli e Andrea Trapani, e un violoncellista, Luca Tilli.
Stavolta i ragazzi sono napoletani, adolescenti, e giocano a calcio. Così vengono accolti gli spettatori che scansano palloni scivolati in platea, rimettendo in “campo”, ossia in palcoscenico, quelli sfuggiti alle squadre. L’impatto iniziale, dunque, è uno scontro violento con l’energia e l’esuberanza di dodici adolescenti, ragazzi e ragazze, alle prese con la vita. E adolescenti erano quel Romeo e quella Giulietta che si amarono per morire, o morirono amandosi. Due famiglie, due squadre, due padri. Ragazzi che giocano in strada, che fanno parte di gruppi più o meno coesi, provenienti da diverse estrazioni sociali. Per la prima volta gli “scugnizzi” napoletani non vengono descritti secondo modalità malavitose, ormai di moda, ma rappresentano, con grande semplicità, la generazione di ragazzi che oggi vive in assenza. Abbiamo a lungo osservato, e osserviamo con grande curiosità, la scrittura drammaturgica italiana contemporanea, soprattutto quella meridionale, il cui esito è spesso legato ad un’assenza, quella dei figli e delle madri. Nei racconti della drammaturgia contemporanea la figura femminile è assente e i figli muoiono. Che Shakespeare presagisse un male sociale, o lo osservasse costantemente, non è un mistero, ma è evidente anche il riferimento a questioni storico-politiche. Il progetto della compagnia BIANCOFANGO, invece, esula da osservazioni politiche e si sofferma sull’analisi della condizione di questi adolescenti, che continuano a morire, e di questi padri, che sopravvivono ai figli. Il linguaggio utilizzato all’interno di questo adattamento/riscrittura - operato da Francesca Macrì, che è anche regista, e da Andrea Trapani -  costruisce un tessuto testuale che recupera la trama, i nomi dei personaggi e gli esiti della vicenda originari, utilizzando frasi spezzettate, recuperate sia dal testo fonte che create ex novo, producendo una patina linguistica adattata al linguaggio adolescenziale contemporaneo, su base italiana e non regionale. I due padri diventano allenatori nella partita della vita, i cellulari entrano in scena, i morti sono tonfi di corpi sul pavimento, la fine è una discesa agli inferi, alla destra del palco, verso i camerini, l’addio è un saluto ironico e incredulo con la mano mentre i morti saltano dal palco, in un tuffo nel vuoto verso un futuro incerto. La partita ricomincia sempre, i due giovani innamorati parlano attraverso due panchine, l’arcaico balcone sparisce, la nutrice è la migliore amica di Giulietta, un maschiaccio che non ha paura di dire e di fare. Il padre anziano di Romeo non si riconosce in questa nuova generazione, deride il figlio considerandolo un inetto, dorme e sonnecchia; il padre di “Giuli”, così come è chiamata dal genitore, è invece un Peter Pan che ammicca alle ragazzine, la sua festa sembra ambientata in discoteca, le maschere sono cappucci bianchi pulcinelleschi, tutti uguali, omologati anche nel mascheramento, la figura del frate è omessa, così come la pozione. L’energia della nuova generazione sembra oppressa dalla mancanza di azione, dalla passività dei padri che nulla fanno per evitare gli scontri e per spingere i figli alla vita. Nonostante l’eccessiva durata di alcuni momenti, soprattutto quelli legati alla partita di pallone, e alcune ingenuità nella recitazione e nell’interpretazione – elementi giustificabili attraverso il taglio laboratoriale e l’acerba esperienza – tutti gli interpreti “non professionisti” emergono con una personalità ben delineata e attraverso una buona padronanza della scena. Si inserisce fisicamente anche il personaggio di Rosalina, si gioca sul suo nome, personaggio citato nel testo fonte ma non presentato realmente: diventa l’antagonista di Giulietta ed appare formosa, quasi donna, rossa e ambita dagli altri uomini.
Intensa l’ultima scena, che non sveleremo qui, perché la scelta è coerente con il concetto di assenza che caratterizza tutto lo spettacolo, così come colpisce l’inserimento della voce off, quella di Federica Santoro, che “interpreta” il Principe: la luce intensa proviene dal fondo della platea, immobilizza tutti i personaggi, schierati sul palcoscenico, terrorizzati e pentiti. Questa scelta ricorda lo spettacolo “Romeo and Juliet” con la regia di Alexander Zeldin, in scena a Napoli, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia 2010, in cui il principe appariva dal fondo del palcoscenico, entrando dall’uscita di sicurezza che mostrava le vere strade di Napoli, sul retro del teatro, illuminato da un fortissimo fascio di luce e mai visibile in volto. L’adattamento di Zelding, seppur più aderente al testo fonte, riportava in scena due ragazzi di periferia, mettendo in atto un profondo studio sulla lingua degli Europei di seconda generazione, nati da immigrati.
Nel caso della compagnia BIANCOFANGO l’ammonimento del Principe è rappresentato da una voce femminile che sembra provenire da un mondo sconosciuto: in assenza di madri, la voce è quella di una Mater Dolorosa che, amorosa e rassegnata, piange e si lamenta del mondo.
In scena anche la musica, attraverso una postazione audio, corredata da pc portatile, gestita dal musicista che suona dal vivo e che è perfettamente inserito all’interno del numeroso cast, pur non pronunciando battute, ma riportando all’ordine i ragazzi grazie al solo sguardo. Una sorta di supervisore che sembra vestire, a volte, i panni dello stesso autore, o di un capocomico muto.
Il progetto assumerà toni e caratteristiche diversi in ogni città in cui sarà sviluppato, grazie alla presenza di linguaggi e di atteggiamenti comuni e differenti, portati in scena dai giovanissimi attori italiani. Nonostante possa emergere il dubbio che il noto testo shakespeariano sia stato già ripetutamente adattato, rimaneggiato e riportato alla contemporaneità, questo progetto ha centrato uno dei temi principali che la drammaturgia contemporanea italiana sta denunciando da tempo, seppur tra le righe: la società dell’assenza in cui i padri sopravvivono ai figli, in mancanza della figura materna.
FOTO di Elena De Santis

Romeo e Giulietta
ovvero la perdita dei Padri
prove di drammaturgia dello sport con gli adolescenti

Teatro Piccolo Bellini Napoli
10-15 ottobre 2017
di William Shakespeare
drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani
drammaturgia musicale Luca Tilli
regia Francesca Macrì
con Angelo Romagnoli e Andrea Trapani
e con Giovanni Bifulco, Chiara Celotto, Rosita Chiodero, Arianna Cozzi, Luca D’Agostino, Adriano Maggio, Salvatore Nicolella, Pasquale Renella, Vincenzo Salzano, Michele Santanastasia, Filippo Scotti
violoncello Luca Tilli
voce off del Principe Federica Santoro
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini

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