Il successo di Glob(e)al Shakespeare

Volge al termine il grandioso progetto del Teatro Bellini di Napoli che, fortunatamente, ha messo d’accordo pubblico, critica, studiosi e addetti ai lavori, trasportando gli spettatori all’interno del vortice teatrale in scena sul palcoscenico trasformato. Come abbiamo descritto accuratamente, sin da giugno scorso, la platea e la scena del teatro napoletano sono state modificate per avvicinarsi alle fattezze del Globe Theatre londinese. Il susseguirsi di spettacoli, due per ogni replica, tra tragedie e commedie, ha reso possibile la presenza di un numeroso ed eterogeneo pubblico che ha apprezzato costantemente, anche ad ottobre, i risultati che ha ottenuto il Teatro Bellini. Il progetto volge al termine, per ora, cioè conclude le sue ultime repliche e spinge il pubblico ad un ulteriore tour de force, ossia la lunga maratona che vedrà in scena, dal 24 al 26 ottobre, tutti i sei spettacoli shakespeariani che ci hanno accompagnato dalla conclusione della precedente stagione teatrale,

inaugurandone la successiva all’inizio di ottobre. I fratelli Russo hanno mantenuto le promesse ed infatti i testi, ossia gli adattamenti testuali, sono stati pubblicati da Nardini Editore, in volumetti agili, acquistabili anche singolarmente, in aggiunta ad un piccolo volume/introduzione che descrive l’intero progetto. In attesa di un’evoluzione futura, prevedendo l’osservazione di altri classici della drammaturgia e dei loro adattamenti affidati ad autori e registi contemporanei -  le cui aspettative si spingono verso un lavoro che produca testualità, testimonianza drammaturgica, registica e attoriale - abbiamo osservato gli ultimi due spettacoli previsti: TITO, riscrittura originale di Michele Santeramo con la regia di Gabriele Russo, quest’ultimo ideatore del progetto GLOB(E)AL SHAKESPEARE, e LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR, adattamento di Edoardo Erba e regia di Serena Sinigaglia, in scena dal 17 al 24 ottobre.
Michele Santeramo sceglie di sconvolgere il testo shakespeariano, mantenendone in apparenza la trama ufficiale, così come i personaggi, sebbene siano evidenti delle trasformazioni di alcuni nodi narrativi; pone al centro della scena, nei panni del protagonista, l’attore siciliano Fabrizio Ferracane, che non si esime dal far emergere, a tratti, il suo accento, caratterizzando l’intera interpretazione attraverso un naturalismo affettato, un’ossimorica operazione di scarnificazione dell’impalcatura testuale e della costruzione recitativa, provando a sconvolgere il classicismo scenico. Il TITO ANDRONICO di Shakespeare, generale romano immaginario, poi diventato inaspettatamente Imperatore, diventa qui “amichevolmente” Tito, l’uomo medio che è circondato dal disordine, dal brulichio di vermi umani, da progetti macabri, da invidie e meschinità, da paure, ma che si trascina stanco sulla sua poltrona, dopo aver sconfitto i Goti, attraverso un lassismo casalingo che riversa una patina di ironia sull’intera vicenda. Il macabro sembra ricordare palesemente Seneca, e la regia ne sottolinea ogni singolo elemento, anche sonoro. La fusione/scontro tra il lassismo del protagonista e il macabro delle azioni e delle psicologie degli altri personaggi, crea cortocircuiti. L’intero spettacolo è costruito proprio su questi elementi, ossia momenti di perdita del labile filo conduttore, momenti di sgretolamento del testo narrativo, di distacco dalla drammaturgia ufficiale, momenti in cui Tito diventa capocomico e infierisce contro gli attori affinché interpretino al meglio la parte. Il cortocircuito si acuisce nel momento in cui gli stessi attori conversano in scena, come durante una prova, e sganciano abilmente, solo per pochi istanti, l’attenzione dalla vicenda, creando dei cortocircuiti narrativi che punzecchiano l’attenzione del pubblico.
Lo sgretolamento caratterizza il protagonista, colui che ha combattuto contro i barbari, li ha vinti ed è tornato a casa, come accade ad un padre dopo una lunga giornata di lavoro: non è interessato al futuro, preferisce riversare il potere nelle braccia inesperte dei figli. Apatico anche davanti alla figlia Lavinia, rossa come i barbari ma romana nel nome e nell’origine,  violentata a sua volta dai figli della regina prigioniera, Tamora la regina dei Goti, egli sembra reagire solo perché spinto dagli eventi, affinché tutto finisca e possa finalmente sedersi in poltrona a leggere il giornale. Genitori apatici, madri spietate, affamate di potere e noncuranti della morte dei figli; quest’ultimi, poi, si trasformano in assassini votati al sesso e alla violenza, modificando brutalmente il volere dell’autore che, in origine, gettava vendetta sul palcoscenico, ma che non avrebbe mai immaginato lo stupro di Lavinia dettato dal divertimento di due giovani annoiati, cani fedeli alla madre. Nell’accezione di Santeramo tutto diventa sbiadito. La sete di potere è davvero la macchina che muove tutto? La vendetta per i figli, uccisi barbaramente, è davvero voluta dai genitori? Sembra che i personaggi siano costretti dagli eventi ad agire pigramente, trascinati da valori eroici e macabri che ormai non esistono più, dimostrando come unico desiderio che tutto finisca, perché non hanno più voglia di immolarsi, sebbene la macabra farsa della vita sia portata in scena a tutti i costi. Scorrono realmente sangue e vino sul palcoscenico del Bellini: l’odore acre del mosto ed il rumore del riversamento in vasche sotterranee suscita stupore nel pubblico. La madre barbara mangia i propri figli, ma nulla ha della Medea euripidea, uccide quelli degli altri, genera figli ibridi. L’Impero Romano sta decadendo. I padri sono stanchi, i figli muoiono, Lucio Andronico si erge sul palcoscenico, durante l’ultima scena, ma il suo orgoglio da discendente appare ridicolo davanti alla strage commessa: simbolo del tradimento, nel testo shakespeariano, o meglio di quella “contaminatio” inevitabilmente in atto, qui Lucio appare in secondo piano, per poi emergere alla fine come erede del potere. La morte dei commensali alla cena cannibalica è resa con bambinesco realismo, affinché gli attori si accascino sulle sedie, muoiano e comunichino al pubblico che il momento che aspettavano è arrivato. Adesso potranno ritornare alle loro occupazioni quotidiane.
La regia di Russo ha un forte impatto sul pubblico e l’adattamento di Santeramo suscita piccole risate, durante alcune scene, sottolineando ancor di più i cortocircuiti, attivi nell’assorbimento degli intrecci narrativi, in quanto gli spettatori si ritrovano bombardati dalla violenza macabra del testo e dell’allestimento scenico, ma nello stesso tempo si lasciano andare alla risata, durante i momenti di “scollamento” dal testo originario. Emergono prepotenti le giovani attrici Maria Laila Fernandez e Francesca Piroi, rispettivamente nei panni di Tamora e di Lavinia; meno intensi risultano, in alcuni momenti, i giovani interpreti maschili.
Di altra natura è la caratterizzazione della commedia LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR, sebbene in questo caso l’adattamento caratterizzi maggiormente l’allestimento scenico e le scelte interpretative. Produzione femminile, dalla regia alle attrici, l’adattamento è invece firmato da Edoardo Erba, che sceglie di non far apparire i personaggi maschili, interpretati, invece, dalla serva Quickly, così come lo stesso Fenton, nei panni di un fisarmonicista, ma interpretato da una donna. Crinoline, pizzi, ombrellini, il palcoscenico si ricopre di biancore e di femminilità, portata ad estreme conseguenze perché risulta ridicolizzata, involgarita, ridimensionata. Allestimento barocco ma dagli abiti anni ’50, rende le protagoniste bambole super accessoriate, super truccate, super pettinate, a differenza della figlia, maschiaccio dai capelli corti in semplice sottoveste bianca.  Lo smascheramento, che è lo scopo fondamentale di tutto l’iter narrativo, è rappresentato dalla ricca e minuziosa scelta degli abiti di scena, firmati da Katarina Wukcevic: questi, infatti, svelano le “impalcature” degli abiti del tempo, mettendo in bella mostra gli intrecci di canne delle spalline, degli strati delle gonne, dei reggiseni, dei bustini, dei cuscini che ingrossano il fondoschiena delle donne, sotto le ampie gonne. La sensazione è quella di una camera in cui queste donne si stiano vestendo, ma continuano invece a svestirsi, man mano che la commedia è costruita. L’elemento metateatrale raddoppia, triplica e quadruplica: non solo il camuffamento con tanto di fate e spiriti per smascherare nel bosco Falstaff, ma anche la prova dello stesso smascheramento, che avviene in casa, travestendo la serva, in un gioco di sovrapposizioni di ruoli che diverte molto il pubblico. In questo spettacolo l’azione non esce mai fuori dalle mura casalinghe e la “svestizione” delle comari svela due donne annoiate che hanno bisogno di “recitare” una parte, o meglio di giocare, per sentirsi vive,  recuperando il significato originario di “play”, ossia recitare. La costruzione della narrazione scenica è perfettamente equilibrata e presenta in scena grandi professioniste che cantano e recitano con grande eleganza, proponendo al pubblico un prodotto scenico che sembra essere ricamato su una vera e propria partitura musicale. La perfezione di questo spettacolo, però, sembra non regalare scossoni o “cortocircuiti”, bensì conduce per mano il pubblico, in un’alternanza di pieni e di vuoti, di climax ascendenti e discendenti, verso una conclusione conosciuta. Estremo equilibrio vi è anche nei momenti di maggior accelerazione, all’interno di un lavoro interpretativo molto rifinito, tanto da far emergere un’estrema accuratezza in ogni parola, gesto o espressione riportati in scena dalle attrici. Tra loro, tutte di grande valore, emerge in particolare Marta Pizzigallo, nei panni contemporaneamente della serva e di Falstaff: vocione maschile, a tratti fa nascere il dubbio del reale travestimento femminile di un uomo, rendendo visibile l’ambiguità del personaggio che in realtà è doppio, a volte sovrapposto, a volte assolutamente distinto. L’equilibrio ed il grande professionismo dimostrati dalle attrici sembra, però, cadere in un certo manierismo macchiettistico che indebolisce, a volte, l’attenzione dello spettatore; dall’altro lato, però, questa è un misura necessaria per evitare che la comicità diventi eccessiva e poco pertinente nel confronto con un grande classico shakespeariano, recitato in tutto il mondo ed in centinaia di modalità di adattamento.
Lasciamo il Bellini, occupandoci della nuova stagione e soprattutto della nuova drammaturgia, ma ribadiamo il valore storico-artistico che questo progetto ha rappresentato, non solo nella città napoletana, ma in tutta Italia. Artisti provenienti da tutto il Paese si sono, infatti, uniti nella città teatrale per eccellenza per rendere omaggio ad un autore internazionale del calibro di Shakespeare.

GLOB(E)AL SHAKESPEARE
TITO
LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
TEATRO BELLINI NAPOLI
17-24 OTTOBRE 2017

TITO
riscrittura originale Michele Santeramo
con
Roberto Caccioppoli Bassiano
Antimo Casertano Lucio
Giandomenico Cupaiuolo Marco
Gennaro Di Biase Saturnino
Piergiuseppe Di Tanno Aronne
Maria Laila Fernandez Tamora
Fabrizio Ferracane Tito
Daniele Marino Demetrio
Francesca Piroi Lavinia
Leonardo Antonio Russo Alabro
Filippo Scotti Marzio
Isacco Venturini Chirone
regia Gabriele Russo
assistente alla regia Francesco Ferrara
LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
adattamento Edoardo Erba
con
Mila Boeri Anne Page
Annagaia Marchioro Comare Page
Marta Pizzigallo Quickly/Falstaff
Virginia Zini Comare Ford
Giulia Bertasi fisarmonicista
scene Federica Pellati
costumi Katarina Wukcevic
consulente musicale Federica Falasconi
regia Serena Sinigaglia
assistente alla regia Giada Ulivi

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