Poker

È una drammaturgia tutta al maschile questa che Francesco Montanari e la compagnia GANK vanno presentando in giro per l’Italia, prima prova (è del 1995) dell’inglese Patrick Marber, regista del National Theater di Londra, diventato assai famoso con il successivo CLOSER cui discendono trascrizioni cinematografiche e televisive. È come se ci fosse, in questa narrazione scenica, un mondo di sopra (il ristorante, il proprietario, i dipendenti e il loro rapportarsi a realtà esistenziali e personali complesse e spesso difficili) e un mondo di sotto (la settimanale partita a poker) in cui quelle stesse relazioni decantano trovando una loro sincerità attraverso una sorta di elaborazione psichica. È tutto esplicito nella capacità di raccontare che è propria della drammaturgia anglosassone, così votata alla sceneggiatura, ma insieme questa capacità di racconto coerente e quasi realistico trascina con sapienza una realtà interiore che è specchio anche delle contraddizioni sociali che la percorrono e la

determinano. “Basta guardare e ascoltare” sembra dirci il drammaturgo che non ci offre diagnosi o prognosi, affidate a noi.
Quattro uomini, dunque, tirano avanti con ruoli diversi ma con un buon successo un ristorante a Londra e questo loro legame è quasi sancito ovvero organizzato in quel rito settimanale (che il titolare registra con una inusuale ma non casuale pedanteria) che è il gioco, un gioco quello del poker che, a metafora della vita, trascina verso il rischio di doversi guardare (“vedo” ripetono continuamente i giocatori) e farsi guardare dentro.
Un rischio enfatizzato dal sesto personaggio, un estraneo ma non troppo, che smaschera il meccanismo scoprendone il bluff. Allora guardarsi dentro è doloroso ma, a mio parere, salva qualcosa di sincero in quelle esistenze apparentemente banali ma così vicine.
La sintassi è da commedia, con suggestioni “gialle” se vogliamo, in cui la comicità attrae e ci fa restare dentro il meccanismo narrativo, ma è da commedia amara in cui il riso talora si piega in smorfia di dolore.
Un bel testo, valorizzato dalla traduzione di Carlo Sciaccaluga, e di cui la regia di Antonio Zavatteri conserva la struttura a spirale tipica del “noir” anglosassone. Scene e costumi, ben assortiti, sono di Laura Benzi.
Bravi tutti i protagonisti, Massimo Brizi, Alberto Giusti, Francesco Montanari, Aldo Ottobrino, Matteo Sinucci e Federico Vanni che confermano, con la capacità di stare sulla scena e di gestire con efficacia un testo solo all’apparenza leggero, la qualità della scuola di recitazione dello Stabile di Genova da cui provengono.
Sabato 11 novembre al Teatro Sociale di Camogli. Molto applaudito.

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