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Un Amleto notturno quello ritracciato da Emanuele Conte con questa sua originale drammaturgia che, come nelle sue corde, ama giocare con le parole per poterle recuperare, anzi un Amleto insonne, sorpreso in quella sospensione temporale tra sonno e veglia in cui i pensieri diventano ossessioni imprigionanti e le cose ombre di un’altra vita e di un’altra realtà. Il testo si tiene così in equilibrio sull’ambiguità, anzi su plurime ambiguità, quelle del personaggio e del suo creatore e, soprattutto, quelle dell’attore sempre costretto a compromettere la propria realtà singolare con l’invadenza di un personaggio votato di per sé a sovrapporsi, all’attore stesso, al pubblico e alla realtà. È un Amleto smembrato quello scelto e costruito da Conte, in cui lacerti del testo classico precipitano nell’esistenza di un attore, solo e solitario quasi per vocazione, trascinando con sé e smascherando una esistenza frammentata che sembra consolidarsi solo attraverso il personaggio che la attrae e la affascina.

Paradosso nel paradosso dunque, l’irreale in scena diventa più reale della vita stessa perché come recita il famoso monologo del Macbeth che improvvisamente si insinua nella scrittura, se la vita è un’ombra, un povero attore che si affanna, solo nel transito scenico sembra trovare una inaspettata coerenza.
Teatro nel teatro, o vita nella vita, il testo di Conte compie una delicata operazione di scavo che ha al suo centro l’identità tout court, una operazione che Enrico Campanati, solo su una scena in cui incombe come un catafalco un letto solitario, porta avanti con sapiente capacità di identificarsi ed insieme sottrarsi con ironia, per ricucire in unità quei brandelli di memoria che lo assediano e lo ossessionano.
Emanuele Conte firma anche la regia, mentre le luci sono di Matteo Selis e i costumi di Daniela De Blasio. L’allestimento scenico è merito di Carlo Garrone e di Elena Razzi.
Alla sala Campana del Teatro della Tosse di Genova dal 14 al 19 Novembre. Pubblico numeroso e calda l’accoglienza.

Foto Donato Aquaro