Trattato di Economia

L’economia e il teatro non si sono mai piaciuti. La prima ha sempre faticato a capire se e perché esista l’altro, mentre il secondo ha sempre dovuto sopravvivere malgrado la prima. Sembrano saperlo bene Roberto Castello e Andrea Cosentino, che hanno deciso di far incontrare questi due mondi così non commensurabili in “Trattato di economia” all’Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33) fino al 19 novembre. Lo hanno definito loro stessi “coreocabaret confusionale sulla dimensione economica dell’esistenza”, e in effetti la cifra stilistica è proprio questa, la confusione, il surreale, il gioco straniante.  Tutto comincia da due oggetti di plastica, una paperella galleggiante e un pene. Il secondo serve a molto meno – spiegano - e costa quattro volte tanto. Stessa quantità di plastica. Tra un delirio di danza post-moderna e una citazione di Pina Bausch, la lezione di economia continua tastando il polso del senso dell’umorismo del pubblico. E’ richiesto spirito british e molta perspicacia per

cogliere il potere dirompente di un testo assurdo e per questo divertentissimo.
Come tutti i trattati, anche questo ha la sua tesi da affermare. Scovarla è complesso, perché si smuovono campi e piani comunicativi talmente diversi da doversi imporre un po’ di ordine. A un primo livello si colloca la consapevolezza che l’economia sia meno ragionevole di quanto non si immagini. Su un secondo livello si manifesta la consapevolezza che dall’economia non si possa prescindere, neppure a teatro, neppure tra gli Intellettuali che a quella Economia paiono rivolgere sempre sguardi sospettosi. La video-recensione del celebre critico che rivela di essere stato lautamente pagato per parlare bene di uno spettacolo che mai ha visto né vedrà è geniale, autoironia allo stato puro di un teatro che urla ai quattro venti che il Re è nudo, salvo poi confidarti che il re è lui stesso.
Nel linguaggio teatrale del duo Castello e Cosentino spicca la centralità della parola che deborda nell’uso del corpo come un’arma, come un inganno. Il corpo – degli attori ma anche degli oggetti di scena – si fa allusione e metafora, costruzione intellettuale e gioco di parole incarnato che rende la scena una sorta di quadro di Dalì stracarico di oggetti mai per caso.
Bizzarro e imperdibile.

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