Io non ho mani che mi accarezzino il viso

Ci sono spettacoli che lasciano un segno per la combinazione degli elementi dosati con intelligenza, per la bravura degli artisti in scena. E’ il caso di IO NON HO MANI CHE MI ACCAREZZINO IL VISO, della compagnia BIANCOFANGO, presentato in anteprima a ROMA EUROPA FESTIVAL, coprodotto da Teatro dell’Elfo, Fattore K e con il Teatro della Tosse. Un viaggio fra le parole di “Santa Giovanna dei macelli” di Brecht e “Woyzeck” di Büchner, riscritte, immaginate e sognate in chiave contemporanea sulla musica di Schubert. Un viaggio nella fragilità delle nostre coscienze. Dedicato a chi non ha mani che accarezzano (Il titolo è tratto da una sequenza di fotografie di Mario Giacomelli). L’assenza di tenerezza, la solitudine, il dolore di una mancanza, genera coscienze fragili, disorientate, questo il senso di una parola scenica costruita catturando perle drammaturgiche da Büchner a Brecht fino alla visione poetica di Pessoa.   La regia di Francesca Macrì, in uno spazio-tempo destrutturato e

scomposto, fa scorrere la parola scenica nella notte delle coscienze. La scena diventa simbolo di uno spazio psichico e letterario. L’inconscio rappresentato da un grande specchio che ruota si incarna in Aida Talliente e Andrea Trapani, teatralmente perfetti, tracciano segni sulla scena con il loro corpo sonoro e luminoso e raccontano, come in un’aula di tribunale, le vicende di Santa Giovanna dei macelli e di Woyzeck.  “Santa Giovanna dei macelli” è un'opera ambientata a Chicago, nel 1929, l'anno della grande crisi economica. Woyzeck opera teatrale dello scrittore tedesco Georg Büchner, incompiuta a causa della morte dell’autore, narra il dramma di un uomo che compie un crimine orrendo. Un dramma aperto per via della forma frammentaria lasciata dall'autore. Le scene si susseguono senza divisione in atti, una struttura che ritroveremo nel teatro di Bertolt Brecht. L’associazione drammaturgica dei due personaggi è motivata anche da questa comunanza di stili. I due ritratti scenici si susseguono e si contaminano, in uno scambio continuo, fuori e dentro i personaggi. Dove finisce il teatro e dove inizia la vita? Significati secondari, diventano essenziali, l’invenzione scenica della compagnia regala sorprese: Woyzeck personaggio vuole uscire dalle pagine della sua tragedia incompiuta; Santa Giovanna come in una preghiera grida verso il pubblico: se sperassimo tutti insieme con forza, con convinzione il mondo sarebbe migliore. All’inizio e alla fine il cerchio si chiude, due momenti significativi per riflettere sulla natura dell’uomo, sul senso del teatro oggi, sempre più governato dal troppo. La scena si apre e si chiude in modo onirico, ci si sveglia da un sonno profondo e si finisce nel sogno. Sonno e sogno non sono la stessa cosa, sono due dimensioni diverse dell’animo. Il sonno della ragione genera mostri: “Non si sa mai ciò che basta fino a che non è troppo”. La scena termina in un desiderio: vivere come in un sogno. Perché il teatro anche quando racconta i conflitti più dolorosi, le azioni più disumane (“è dunque il cielo su di noi chiuso per sempre”), è sempre un sogno che racconta una vita reale.

Milano, Teatro Elfo Puccini, 21 novembre 3 dicembre 2017

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