Tropicana

Con “Tropicana” il gruppo Frigoproduzioni ci propone una drammaturgia a più orizzonti, metamorfica e intelligentemente strutturata in un gioco di sovrapposizioni, stratificazioni e traslazioni di senso che moltiplicano le dimensioni, non sole quelle sceniche ma anche quelle più propriamente e profondamente significanti. Tutto, direbbe qualcuno, è molto semplice eppure tutto è straordinariamente complicato se solo ci accorgiamo che oltre il ritornello c’è qualcosa di altro e anche, forse, qualcun altro che non siamo noi. Infatti “Tropicana” è una canzonetta, un tormentone estivo, come ancora si usa chiamarli, del 1983 che chi allora aveva almeno dieci anni ricorda certamente. Un ritmo semplice, ripetuto e ripetibile che trascina come una pubblicità televisiva; ma dietro questo ritmo semplice c’è un mondo che va in frantumi, una catastrofe distopica che ci attende o forse ci ha già preceduto e noi ne siamo solo l’esito. Chi se ne accorge si domandano i drammaturghi? Nessuno eppure quella

domanda è posta comunque e non può non continuare ad interrogarci.
Da una parte è dunque una domanda interna all’arte, una domanda estetica, che nell’epoca della benjaminiana riproducibilità dell’arte, nell’epoca di Andy Warhol, ci porta alla struttura, come ci ripetono più volte in scena, al meccanismo che fa di un oggetto un’opera d’arte e di un ritmo una canzone di successo e anche a quello che dentro tutto ciò si nasconde malgrado l’artista e malgrado noi.
Dall’altra riguarda invece i movimenti intimi e le relazioni che presuppongono la creatività, in una serie di orizzonti che si moltiplicano e che riscrivono nelle meccaniche del gruppo scenico quelle del gruppo musicale, così da reciprocamente specchiarsi.
Dinamiche queste ultime spesso contorte in cui il bilanciamento tra attrazioni solipsistiche e aperture all’altro è incerto e difficile: tra l’intellettuale che desidera scrivere una sua visione del mondo, il musicista che cerca la semplicità della “struttura”, la cantante che pretende la sua visibilità (è lei la più famosa del gruppo) ed il quarto membro  che raccoglie tutto ciò che resta e maschera le delusioni con banali giustificazioni.
Ma dove sono e cosa fanno veramente i quattro attori in scena? Stanno scrivendo una canzone di successo? Stanno predisponendo un testo drammaturgico e la sua messa in scena? O sono quattro ragazzi che bevendo una bibita sognano un mondo che si sta spegnendo?
È un lavoro intelligente questo di Frigoproduzioni, in scena l’8 e il 9 dicembre all’auditorium Dialma Ruggero di La Spezia per la stagione di Fuori Luogo, ricco di ironia alienante e di quel distacco che rende percepibili i moti della mente e dello spirito.
In scena Claudia Marsicano, Daniele Turconi, Salvatore Aronica, Francesco Alberici. Scenografia Alessandro Ratti in collaborazione con Sara Navalesi. Disegno luci di Daniele Passeri. Tecnica Stefano Rolla.
Una coproduzione con Gli Scarti di La Spezia e Teatro I. A proposito, sarebbe un vero peccato che le strane voci che corrono in città, e che vorrebbero Fuori Luogo e la sua stagione in allontanamento dalla sede storica, fossero fondate. Sarebbe una perdita per la città e anche per il teatro che lì ha ritrovato un luogo di vivacità e serietà e che, soprattutto, è diventato un punto di riferimento culturale per i giovani dentro una Società che sembra offrire ben poco in termini di valori e prospettive.

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