Das kaffeehaus

Rainer Werner Fassbinder è stato come noto, oltre che regista cinematografico di successo, anche un raffinato drammaturgo capace, come in questo caso, di rigenerare la scrittura dei classici attraversandola e facendola attraversare dal suo sguardo acuto e sofferente, pregno del disincanto della nostra liquida contemporaneità. Veicolo di questa rigenerazione è una molto particolare declinazione dell’osceno, una declinazione che sovrappone sintassi melodrammatiche ad un ingenuo sentimento di fondo che porta ad adesioni e quindi espressioni sceniche di una immediatezza sempre coinvolgente e talora sconvolgente, così da ribaltare ogni mediazione e porre alla ribalta sotto-testi socialmente mediati ma affettivamente non più mediabili. È il caso della riscrittura fatta da Fassbinder della Bottega del Caffè di Carlo Goldoni, ove la progressiva demolizione di ogni mediazione storica o culturale, struttura di contenimento e quindi di reciproca accettazione, fa emergere

l’essenza delle relazioni umane che si intrecciano in quel piccolo ambiente, una essenza ‘decaduta’ e ‘decadente’ che l’assenza di un amore disperatamente cercato ma mai trovato perverte nella mera economia della reciproca sopraffazione e quindi in denaro (tot fiorini, tot euro, tot dollari, tot sterline ripetono continuamente tutti).
Scrivevo in proposito in un mio saggio di qualche anno su Fassbinder: “Privi di una tale struttura, che non è mero contenimento ma induzione e movimento di conoscenza e di dialettica, il confronto dei moti d’animo e delle pulsioni dei personaggi decade verso articolazioni elementari che inevitabilmente riproducono dinamiche di potere e sopraffazione che, comunque, cultura e società, finché sono state in grado di farlo, hanno mediato.”
I personaggi goldoniani, già nella loro genesi storica, diventano dunque occasione per parlare di noi, del nostro mondo, senza veli e infingimenti e quindi in modo ingenuamente osceno.
Su questa linea si pone anche la interessante messa in scena di Da Kaffeehaus, nella traduzione di Renato Giordano, adattata e diretta da Veronica Cruciani per il Teatro Stabile del Friuli e in cartellone al Teatro della Corte di Genova dal 12 al 17 dicembre.
In una scenografia dalle linee essenziali possono così risaltare i movimenti interiori dei personaggi che come biglie rimbalzano l’uno sull’altro alla fine annullandosi tutti nello stordimento di una festa collettiva e frenetica che ricordava nel suo ottundimento, per citare anche il campo cinematografico, la “Grande Bellezza” del nostro Sorrentino.
Una disperazione qualche volta fin troppo gridata e il cui frastuono rischiava di coprire la delicatezza con cui il drammaturgo sonda quelle anime sofferenti per rintracciare una via di salvezza, la via forse della consapevolezza, e di perdere così la trama delicata di un melodramma che ancora riesce a parlare di amore.
Infatti Il melodramma fornisce al suo ‘osceno’ una giusta distanza, grazie alla quale, giocatori e bari, prostitute e ruffiani, traditi e traditori possono esibirsi come gli ineludibili legami con un profondo, quello dell’amore, che ci appartiene oltre ogni consapevolezza, ed infine così trascinarci verso un ennesimo (?) lieto fine.
Un lavoro interessante comunque e in sintonia, cui da un valido contributo la recitazione di Filippo Borghi, Ester Galazzi, Andrea Germani, Lara Komar, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Maria Grazia Plos, Ivan Zerbinati e Mauro Malinverno.
Scene e costumi sono di Barbara Bessi, la drammaturgia sonora di Riccardo Fazi e il disegno luci di Gianni Starapoli.
Non è mancato in un pubblico molto tradizionale, che pure ha applaudito, lo sconcerto che caratterizza spesso la ricezione dell’autore tedesco.

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