Chi è stato il più grande?

E’ una domanda alla Gerry Scotti, comunque mi è stata fatta: “Chi è il più grande drammaturgo della storia?”   Da Euripide a Shakespeare, da Molière, da Pirandello a Arthur Miller… molti sono quelli che parafrasando un’intelligente affermazione di Josè Mourinho potrebbero dire di sé: “Io non sono il più grande drammaturgo della storia, però nessuno è più grande di me!”   E in effetti è così: una volta raggiunto con una data opera un dato livello di assoluta pregnanza poetica, come è possibile che altri lo superino?

Eppure, forse proprio per la sua insensatezza da gioco di società, la domanda mi ha generato tutta una serie di riflessioni,  che mi hanno fatto approdare a una ragionevole e sostenibile risposta: il drammaturgo che – in ogni possible elenco di “grandi autori”, ciascuno insuperabile –  si stacca dagli altri,  per assurgere ad una condizione di inimitata ed inimitabile essenzialità, priva – si direbbe – della pur minima contraddizione, è a mio avviso Anton  Cechov.     Il suo posto  nella storia del teatro è noto e arcinoto: con i suoi drammi egli conclude nella perfezione della forma e nella pregnanza dei contenuti il cammino iniziato centocinquant’anni prima da Carlo Goldoni per la costruzione di un teatro ispirato ai più rigorosi criteri della verità, anche documentaria, della naturalezza della verosimiglianza.  Dopo di lui, il teatro si frantumerà nei  mille rivoli delle più varie esperienze stilistiche e politiche, forzerà la naturalezza della verosimiglianza ai più vari e cervellotici ”ismi”, si porrà al servizio di questa o quella ideologia, risponderà allo stimolo di un individualismo che mirerà soprattutto a fare notizia e a fare scandalo…. Ma “Le tre sorelle”, lo “Zio Vanja”, “Il gabbiano” e – in su la vetta – “Il giardino dei ciliegi” suggellano la ricerca intransigente del grande realismo; tirano “dritti per la loro strada” senza cedere alla minima seduzione che non  sia quella dell’indipendenza della verità, della fedeltà al mondo narrato.

Il che non  si ritrova  in nessun altro di quegli altri grandi autori, che pur rimangono  a loro volta “insuperabili”.   Non in  Shakespeare, che non si perita di rincorrere  il plauso popolare nell’epico gossip dei re e degli eroi, sempre ben attento a non sbilanciarsi tra Rosa Bianca e Rosa Rossa, tra casa di York e casa di Lancaster, con un rispetto delle pari opportunità che farebbe apparire Bruno Vespa un fazioso ed esasperato forcaiolo.  Non Molière,  che anche nelle opere più sinceramente “sue” deve forzare la propria ispirazione a compromettersi con le convenienze del politically correct (come nel “Tartufo”) o del lieto fine ad ogni costo (come nella “Scuola delle mogli”).  Non il Goldoni,  con le sue tante precauzioni per evitare di prendere un po’ troppo di petto le convenienze del ceto medio o le residue suscettibilità dei nobili.  Così ancora per Bertolt Brecht o Arthur Miller, la cui opera si inquadra per intero nella lotta  politica e nelle questioni sociali del contingente momento storico, subordinando all’urgenza del momento ogni istinto o volontà di poesia. …  Sempre, in tutti questi e negli altri, vi è  un  “qualcosa” che inquina la purezza di un approccio ideale alla materia narrata: piccole ragioni di opportunità,   più nobili motivi di lotta civile e politica, disinteressate istanze di progresso morale, prepotenti pulsioni di un forte sentimento poetico… tutto quello che volete voi, e che è ciò che magari ci rende un’opera più interessante nella sua vis polemica e nella sua stimolante capacità di deformazione: ma pur sempre un “qualcosa” con cui il poeta deve fare i conti e scendere a patti.


Ebbene: tutto questo non vale per Cechov!  Cechov non sbandiera nessuna ideologia, non sposa nessuna causa, non ha nessun messaggio da diffondere, non cede a nessun “ismo”, non lusinga in alcun modo un pubblico, neppure ricorre ai trucchi del “mestiere” teatrale, con scene madri da porre al sommo di una progressione drammatica, o ben calcoati e ben collocati colpi di scena.  Egli “racconta” una realtà in un modo che all’apparenza risulta impersonale e indifferente:  storie e personaggi compaione nei suoi testi “così come sono”.  In conclusione, e quasi come sfida a chiunque voglia verificare e contraddirmi,  Cechov fu forse il solo grande autore libero da ogni cosa, non escluso se stesso, in grado di scrivere  - come tutto  e sempre si dovrebbe fare – “secondo scienza e coscienza”.

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