Una patatina nello zucchero

Un figlio non più giovane e una madre non troppo vecchia. Un ménage familiare di piccole abitudini quotidiane, il tè, stirare le camicie, la passeggiata della domenica. Una certa consunzione frutto della ripetitività. Poi l’equilibrio si sovverte in quella maniera unica che solo la penna di Alan Bennett riesce a raccontare. E’ “Una patatina nello zucchero” pubblicato da Gremese editore nella raccolta “Drammi e monologhi” (tradotto da Alessandro Quasimodo, Maggie Rose e Giovanni Tiso), al Teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33) fino al 31 dicembre. Un monologo che fila liscio e intrigante come è tipico della penna di Bennett, un’alternanza di sorrisi e amarezza, di difficoltà di vivere e di slanci di affetto, di delusioni e improvvisi ritorni all’equilibrio iniziale.

Un figlio non più giovane e una madre non troppo vecchia, appunto. A spasso per la città, un malore, una vecchia fiamma della donna che si palesa in tutta la sua boriosa noia. Una ventata di novità in una esistenza monotona, in cui quel figlio - così attaccato alla madre, così debole e instabile – aveva trovato la propria ancora di salvezza e il proprio rifugio dalle tempeste della psiche. La madre esce, si innamora, cambia le proprie abitudini in nome di un sorso di vita che quell’uomo ha portato, che il figlio non le poteva dare. Ma c’è una donna appostata fuori casa e non è un delirio dei soliti di quel figlio non più giovane. Quella donna ha una verità da raccontare che ripristina la situazione di partenza.
Quel figlio non più giovane che era quasi un fidanzato e talvolta un badante, quella madre non troppo vecchia che era un’ancora di salvezza, una compagnia rassicurante, un compagno con cui condividere le piccole quotidianità. Tutto è partito da lì e promette di ritornare lì, coprendo di un velo di silenzio gli accadimenti di quelle settimane.
Uno spaccato di relazioni madre-figlio assai efficace per la capacità di Bennett di condensare in pochi tratti un mondo di significati e complessità.
Luca Toracca, autore dello spettacolo e protagonista, modula i vari personaggi più con la pacatezza del narratore che la verve del caratterista, conferendo allo spettacolo un tono malinconico e solo a tratti ironico.

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