L'anatra all'arancia

Un tema usuale nel teatro moderno, quello del matrimonio e della coppia, ma proprio perché è un tema usuale della vita, mai abusato, con le sue leggerezze e anche con le sue sofferenze talora dal tragico esito, ma forse negli ultimi tempi di questa nostra società un po’ dimenticato, quando non distorto e piegato ad altro. Fa piacere dunque ritrovare, in questa rivisitazione intelligente della famosissima commedia del novecento, riadattata anche per il cinema cui deve forse la sua più ampia fama, fa piacere dicevo ritrovare i ritmi leggeri ma non sempre coerenti della coppia, fa piacere ripercorrerli insieme sulla scena, fa piacere di nuovo assaporarli e rivoltarli come la terra attorno alla profonda radice della nostra identità psicologica, esistenziale e anche sociale. Sembriamo poterne fare a meno (della coppia tradizionale intendo) eppure anche la sua assenza e la sua negazione sono segni di una persistente irrinunciabilità. Così, in fondo, nelle azioni dei due protagonisti

riconosciamo noi stessi che magari siamo diversi ma sembriamo danzare allo stesso ritmo.
Un marito e una moglie, Gilberto e Lisa, che superano la loro crisi, crisi da abitudine al tradimento reciproco più che crisi di identificazione, mettendola in piazza, per così dire, organizzando cioè una cena in cui i rispettivi amanti possano esprimere tutta la loro inadeguatezza rispetto al legame che tuttora li unisce.
Un legame forse molto “borghese”, fatto di convenzioni e di reciproche concessioni (forse non tanto reciproche ancora) più che di sentimento, ma in cui il sentimento è presente, prendendo questo le mille forme diverse che ci sono man mano necessarie.
Luca Barbareschi che cura la traduzione, che è un vero e proprio ri-adattamento, , in ciò assecondato dall’efficace lavoro del dramaturg Nicoletta Robello Bracciforrti, compie una operazione di aggiornamento efficace del testo, con suggestivi e suggestionanti richiami alla contemporaneità (vedasi i figli rappisti abbarbicati quarantenni alla loro cameretta d’infanzia), ma ne preserva tutta la freschezza e tutto il ritmo.
Riesce così a non tradire la qualità ironica del teatro anglosassone che facendoci ridere ci conduce a scoprire noi stessi, talora elaborando un dolore non ancora pienamente percepito, mentre alla fine quella coppia si ricompone e riprende il suo cammino.
In scena con lui: Chiara Noschese, efficacissima nel contraddittorio con un marito egoista e ombroso, Margherita Laterza, Gerardo Maffei e Ernesto Mahieux, all’altezza. Da segnalare la bella scenografia di Tommaso Ferraresi e i costumi di Silvia Bisconti che contribuiscono a creare le giuste tonalità psicologiche, da interno appunto borghese. Ottime anche le luci di Iuraj Saleri.
Uno spettacolo gradevole e godibile ma anche di buon spessore psicologico. Una produzione del Teatro Eliseo e del Teatro della Toscana, ospite dello Stabile genovese, dal 23 al 28 gennaio al teatro della Corte.

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