Isabel Green

Il sogno americano è andato in fumo, in fumo la gloria, il desiderio di successo e felicità il mondo patinato di Hollywood vacilla, svela il marcio che c’è dietro. In un’atmosfera da girone infernale, la macchina del fumo sempre accesa e una stella nera dalle punte affilatissime, (brava Maria Spazzi) Serena Sinigaglia dà magicamente vita alla parola poetica e tagliente di Emanuele Aldrovandi e lo fa nel suo personale stile creativo e originale. Anima il monologo mostrando in sessanta minuti tutta una vita da invidiare, quella di una star. Ma il simbolismo degli oggetti scenici ridotti al minimo e la gestualità del personaggio, rivela da subito il dramma. Maria Pilar Pérez Aspa, pura incisiva e penetrante, interpreta una donna delusa e sfinita, sull’orlo della follia. Tutti i toni e le sfumature sono significativi non c’è un movimento fuori posto. Ogni gesto è parte di un messaggio più ampio. Non ci sono dubbi. Se non vogliamo che i nostri desideri e i nostri sogni vadano in fumo, dobbiamo lottare

per una vita diversa. Come possiamo farlo?
Scendere dagli inutili tacchi a spillo, restare a piedi scalzi, vomitare le pillole (quelle per dormire, quelle per restare svegli) che ci permettono di essere al top, vomitare e sputare addosso a un sistema che ci costringe a vivere di performance, consegnarci a uno sogno lucido e ascetico fatto di “preferirei di no” come quelli dello scrivano di Melville. Come del resto suggerisce anche il filosofo Byung-Chul Han, nel suo prezioso testo "La società della stanchezza" base filosofica del lavoro della regia e della drammaturgia. Una storia individuale che diventa emblema delle nostre vite. Isabel Green, una diva di Hollywood, ha appena vinto il premio Oscar come "miglior attrice protagonista". È sul palco del Dolby Theater, ha in mano la statuetta che sognava fin da bambina. Dovrebbe essere al massimo della felicità, ma dentro di lei qualcosa si spezza. Acquisisce improvvisamente consapevolezza di quello che ha perso.
Viviamo in una società nevrotica e frustrata caratterizzata da una forma di positività assoluta: dell'illimitato dover essere, ciò che possiamo essere, oltre i nostri stessi limiti. In luogo del dovere di una volta, subentra il dominio del progetto, dell’iniziativa. Un nuovo imperativo categorico, governa le nostre vite: produci e consuma, la iperproduzione sfrenata, viene declinata in un’iperattività senza sosta. I nuovi schiavi, per produrre meglio, sfruttano sé stessi e si illudono così di essere liberi. Al dover essere si è sostituito il “poter essere” del “dovere di prestazione”. È il dominio dell’oggetto sul soggetto, per usare una parola cara a Baudrillard. Isabel Green in un’ora di monologo serrato, racconta tutto questo.
Una grande stella sovrasta la star, quasi la schiaccia è una gabbia infernale, un flusso di pensieri diventa un grido disperato. Lo sguardo di Serena Sinigaglia è lucido e svela il legame chiaro dinamico e costruttivo con il testo di Aldrovandi, traccia una strada, una via di fuga. Gli incantesimi sono rotti il teatro ha messo in luce la verità. Che cosa resta da fare?
Raggiungere la consapevolezza, si comincia leggendo meno “post” e più scrittura... quella di Byung-Chul Han, per esempio. Come suggerisce Serena: «Se non vi foste già imbattuti nel libricino del filosofo coreano Byung-Chul Han, "La società della stanchezza", andate a procurarvelo: pochi euro, molta soddisfazione...» Un'ultima nota a margine la protagonista si chiama Isabel Green, green, verde...il colore della speranza. Il teatro come luogo della verità e della speranza.

Milano, Teatro Elfo Puccini 26 gennaio 2018

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