Stabat Mater

La drammaturgia contemporanea più volte si è ispirata alla figura della Madre dolorosa dello Stabat Mater, preghiera religiosa del XIII secolo (da Jacopone da Todi in poi si possono contare ben quattrocento compositori) numerosi anche gli allestimenti di donne sole in scena che si confrontano con il dolore della Madre. Maria Paiato, già protagonista di alcuni storiche rappresentazioni di Luca Ronconi, tra cui Celestina e Santa Giovanna dei Macelli, diventa la Madonna dei bassifondi di Antonio Tarantino. Parla, straparla impreca, lancia accuse contro il suo amante, contro i marocchini, contro le Istituzioni, i politici... ma in realtà ha un dolore profondo: suo figlio è accusato di terrorismo. Figlio anche di Giovanni, il suo amante e protettore che le aveva dato un appuntamento, lei aspetterà invano e intanto farà un bilancio della sua vita. Il dolore di Maria Paiato fra riso e pianto, nella visione scenica di Giuseppe Marino, prende forma non solo nella parola drammaturgica ma anche nella musica

evocativa di Paolo Coletta che diventa rappresentazione di quello che è accaduto, la musica si sposa perfettamente con il testo di Antonio Tarantino cogliendo l’ironia la drammaticità, il sublime e il grottesco: ora melodie malinconiche di archi solitari, ora una banda da circo equestre. Giuseppe Marini parte dunque dal linguaggio verbale, musicale, gestuale e sviluppa la sua idea registica proprio intorno ai codici espressivi. Una grande aureola di legno in cui Maria è imprigionata, un’aureola che diventa quasi il palcoscenico di un circo: il circo di tutti i personaggi con cui Maria parla. Si potrà lavorare ulteriormente intorno a questa idea legando in modo più armonico tutti gli elementi messi in gioco, una polifonia espressiva che renderà pienamente il senso di quell’unica nota dolorosa che si avverte già nei primi cenni musicali di Coletta: accordi penetranti, ritmi come cadute, è il tempo che trascorre e segna tutte le nostre vite, nel bene e nel male. Il tempo che passa, la caduta dei sogni, delle speranze è il tema di fondo del monologo di Tarantino che inizia proprio attraverso un ritmo scandito da un orologio che Maria ha al polso, non è un orologio qualsiasi è un Omega. «Perché io, Caro Giovanni, per aspettarti ti ho aspettato e non dirmi che non ti ho aspettato (...) io c’ho l’Omega» Maria è tutta una vita che aspetta, è addolorata ed è arrabbiata, l’attesa per lei è diventata una prigione. C’è poco da ridere o da sorridere, nonostante alcuni elementi comici, il monologo porta dentro una grande tragedia. Maria Paiato, attrice di talento, sicuramente riuscirà far emergere maggiormente quest’aspetto fondamentale del testo di Tarantino. L’attesa di Maria diventa un eterno niente, inseguita continuamente dall’impotenza di non poter decidere di non poter cambiare nulla. Maria è continuamente presente con la propria volontà e il proprio desiderio ma tutte le decisioni sul suo destino, giungono da altrove, dal tempo degli altri. Maria di Tarantino con la sua piccola storia diviene emblema universale dell’attesa e delle ore che inesorabilmente passano. Invano misura il tempo con il suo orologio, misura la sua vita rispetto al suo senso, misura il mondo rispetto all’umano, gli eventi rispetto alla Storia: suo figlio è un terrorista. È questo il dolore profondo dell’umanità, come scrive Baudrillard, in un saggio illuminante. Il tempo trascorre malgrado noi, i nostri sogni le nostre speranze e nessun orologio nemmeno un Omega originale, di lusso, potrà proteggerci dall’incertezza del divenire. È questo, “Lo scambio impossibile”.

Milano, Piccolo Teatro Studio Melato, dal 13 al 18 febbraio 2018

foto Federico Riva

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