Il racconto dell'ancella

Per la Giornata Internazionale della Donna, Radio 3 fa una scelta singolare ma insieme profonda e ricca di innumerevoli suggestioni, la scelta di leggere nella serata dell'8 marzo “Il racconto dell'ancella” di  Margaret Atwood, il suo famoso e fortunato romanzo distopico dato alle stampe nel 1985. Scelta singolare ed insieme profonda perché scegliendo di parlare di un mondo futuribile, e che dunque non c'è, accetta di liberare il discorso sulla condizione attuale delle donne da distorsioni politiche e sociologiche, da slogan ed etichette, per mostrane l'essenziale nudità. Una nudità in cui si incarna, per così dire, la persistente distorsione di un potere che si esercita nella sopraffazione della donna per affermare la sua progressiva disumanizzazione, in cui riverberare l'infelicità della intera umanità, oltre il genere, e della natura stessa. Una condizione femminile, quella narrata dalla Atwood nel desolato panorama post-atomico di una America trasfigurata, che non è metafora ma bensì concreta

articolazione dell'esercizio di un potere maschile (o meglio travestito da maschile) reso evidente nella carne stessa delle donne e ovviamente incentrato, come sempre, sul controllo della capacità procreativa.
Una America/Mondo trasfigurata ma non per questo irriconoscibile, anzi molto più riconoscibile nella sua attuale struttura profonda, psicologica e storica, religiosa e sociologica, di quanto possiamo forse essere consapevoli.
Nella desolata Repubblica di Galaad dunque le funzioni del femminile sono sezionate e irrigidite ciascuna nella propria separatezza, di cui il diverso colore degli abiti è immediata evidenza, in una sorta di “divide et impera” talmente introiettato da diventare irriconoscibile sia a chi quel potere  apparentemente esercita (in realtà essendone costretto), sia in chi lo subisce.
Eppure anche in quel mondo senza speranza, la coscienza femminile sopravvive in lampi di memoria e lacerti di consapevolezza, e anche se apparentemente sconfitta riesce in fondo a ricostruire una identità specifica che il mondo non potrà non intercettare per rinnovarsi e risorgere per il bene di tutti.
Un racconto esperenziale dunque che usa la sintassi della fantascienza per liberarsi delle maschere del presente e ricondurre la coscienza di sé al nodo essenziale della propria libertà che più si mostra potente proprio quanto più è coartata.
Un racconto che nasce da molte suggestioni, da Dick a Bradbury, raccolte e organizzate come in un copione da riempire con le nostre parole, e per questo capace di mille nuove suggestioni a partire da quel suo ritrovamento due secoli oltre che lascia il finale aperto ad ogni opportunità.
“De te fabula narratur” dunque per non dimenticare mai quello che potrebbe accaderci.
La serata organizzata da Radio 3, con la consueta intelligenza e all'interno di un percorso che si è chiuso l'11 marzo, mostra infine come il complesso rapporto tra i sessi e il giusto riconoscimento del femminile non debba essere che l'accettazione di una condizione esistenziale in cui la differenza non è mai diseguaglianza.
Quello che dunque possiamo augurarci in questo percorso terreno nell'oggi che conosciamo è che si affermi non un conflitto ma una alleanza che ci accompagni in un viaggio pieno di incognite e dominato dall'incognita finale della morte.
 
   


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