Utoya

Utoya è realtà diventata ormai storia, per questo l'omonima drammaturgia di Edoardo Erba, ideata a partire dal libro inchiesta del giornalista Luca Maraini, ci sorprende ancora una volta per la sua capacità di dislocare quella realtà e quella storia in un altrove interiore ed intimo, che affiora sulla e attraverso la sua scrittura dal nitore classico, così ben strutturata da rivendicare una sorta di razionalità “a priori” soprattutto se posta di fronte al magmatico manifestarsi dell'irrazionalità del mondo. La scrittura e la parola così occupano la scena non per descrivere e riferire dell'evento quanto per suggerirne il senso nascosto, traendolo direttamente dall'immaginazione, cioè ovviamente non dall'invenzione, ma dall'immagine che l'evento stesso suscita nella sonnolenta percezione di tre coppie che, sembra, tutto vorrebbero tranne che esserne protagonisti. Così attraverso il dialogo di queste soggettività, tre uomini e tre donne in relazione singolare (la poliziotta e il suo capo, la sorella ed il fratello

handicappato, moglie e marito a chiudere nell'occasione i reciproci conti), l'evento si costruisce o meglio si ri-costruisce nella sua più profonda sincerità psicologica ed esistenziale.
Per questo non è più Anders Behring Breivick, il nazista norvegese che nel 2011 uccise 8 persone con una bomba per poi giustiziare uno ad uno 69 giovani socialisti radunati sull'isola di Utoya, il vero protagonista della narrazione, rischiando di sovrapporsi alla nostra stessa percezione, ma è ciò che accadde allora, e si ripropone ogni volta sulla scena nel dialogo concitato di chi lo ha o avrebbe potuto viverlo.
E tutto si fa più chiaro, oltre il teatro inchiesta o civile, oltre la narrazione giudiziaria, smascherando l'ipocrisia che si nasconde nella nostra mente, il razzismo latente che spesso l'accompagna, ma soprattutto la difficoltà a gestire l'affettività e la relazione con l'altro da noi, anche quelli che ci sono più vicini come i nostri figli.
Un bello spettacolo, che il pubblico presente ha accolto con  vero interesse, questo che Edoardo Erba ci propone insieme alla regista Serena Sinigallia, così confermandosi uno dei più efficaci drammaturghi della scena italiana; una vera tragedia moderna molto nelle sue corde.
Il testo è ben sostenuto dalla recitazione di Arianna Scommegna e Mattia Fabris, su una scena nebbiosa di alberi tagliati come quelle giovani vite costruita da Maria Spazzi. Le luci sono Roberto Innocenti.
Una produzione ATR Teatro Ringhiera e Teatro Metastasio di Prato con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia, in scena alla sala Campana del Teatro della Tosse di Genova dal 15 al 17 marzo per la Rassegna “Focus sul Terrore”. Molti gli applausi alla prima.

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