Lear schiavo d'amore

Che il potere sia la struttura stessa e l'essenza dell'umano come relazione tra se e l'altro, all'interno di una natura che è specchio ma insieme guardiano distratto e assente di questa stessa umanità, è una immagine e un concetto che Shakespeare ripropone con quasi ossessiva continuità all'interno dell'intero suo corpus drammaturgico. Un macrocosmo sordo dunque ed un microcosmo segnato dalla essenziale fragilità di una vita fatta della stessa sostanza dei sogni e recitata sulla ribalta della natura da un attore “che in scena s'agita un ora pavoneggiandosi, e poi tace per sempre: una storia narrata da un idiota, colma di suoni e di furia, senza significato.” Il Lear declina questa modalità nei termini delle stagioni della vita e dunque del declino della vecchiaia di una vita forse sempre priva di

sentimenti o nella quale forse i sentimenti erano semplici parole di una grammatica del potere che si specchiava in se stesso e non vedeva la sua caducità.
Ma sempre di potere si tratta e “Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa” ne è ben consapevole in questa sua riscrittura che rivisita i passaggi dinastici, sovente sanguinari e comunque sempre drammatiche cesure nel Bardo, in sorta di infedeltà amorosa coattiva che si cela nelle parole e alla fine travolge tutti i protagonisti.
È un sottofondo etico e anche politico se vogliamo quello che guida la riscrittura di Marco Isidori, che come di consueto cura anche la regia, che tutto porta sulla ribalta e rende esplicito, sopra e oltre le righe, così da potersi interrogare, e noi con loro sul senso stesso della narrazione.
Lo spettacolo è infatti un viaggio in comune nella materia della natura e nella sostanza della vita, un viaggio che va oltre l'apparenza, un viaggio che la scenografia a metà tra la metafora di un teatro elisabettiano ed una nave felliniana  inventata e perduta nel mare della nostra consapevolezza, richiama continuamente.
Lear diventa così una chiave alla ricerca della sua serratura e quella serratura, che Shakespeare immagina senza mai svelare, dobbiamo trovarla dentro di noi.
Un ottimo spettacolo, e non ce ne meravigliamo, quest'ultimo dei Marcido Marcidoris che della tragedia del Bardo fa occasione senza mai tradirla, anzi ricomponendola in scena con una efficacia che poche messe in scena hanno.
Bravissimi gli interpreti a partire da Maria Luisa Abate e Paolo Oricco, quest'ultimo merita una particolare menzione; e poi Batty La Val, Francesca Rolli, Vittorio Berger , Eduardo Botto, Nevena Vujic e l'Isi (Marco Isidori ovviamente un Lear assai convincente).
Spiccano come di consueto le scene e i magnifici costumi di Daniela Dal Cin. Tecniche di scena Sabina Abate, Fabio Bonfanti e Loris Spanu, luci di Francesco dell'Elba.
Una coproduzione con lo Stabile di Torino, al bellissimo teatro Gobetti di Torino dal 3 al 15 aprile. Pubblico numeroso e molti applausi.

Foto Giorgio Sottile

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0 #1 Mariano Cirino 2018-12-14 21:11
Visto raramente uno spettacolo così brutto è sbagliato in tutte le sue parti. Mi chiedo cosa abbia fumato il recensore
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