I Promessi Sposi alla prova

Il Maestro è morto. Il padre è morto. Che fare? In un’epoca in cui l’autorità simbolica del padre è in crisi, la compagnia (S)BLOCCO5, esprime in questo ultimo lavoro, tutto il disagio dei giovani di fronte al futuro senza più un modello. Cerrotta e Capece proseguono e concludono il loro studio su Testori cominciato con “La monaca di Monza”, affrontando il secondo testo che lega l’autore a Manzoni: “I promessi sposi alla prova”. L’opera di Testori denuncia l’incertezza, lo sconforto e l’inquietudine, la difficile scelta di fare teatro oggi. La compagnia riduce il numero dei personaggi, elimina la figura del Maestro, lavorando sull’idea contemporanea della morte e dell’assenza dei padri. Una scelta coraggiosa ben riuscita, sia sul piano testuale che registico, che permette di rilanciare l’opera di Testori nei dubbi e nei dolori contemporanei. Si avverte nella messa in scena l’esperienza accumulata, il lavoro di ricerca cominciato nel laboratorio del Teatro Elicantropo di Napoli, proseguito poi a Milano, nella scuola di Luca Ronconi. Due giovani attori in scena, sperimentano l’antica arte di arrangiarsi, tipica delle compagnie di una volta. La scena è povera, pochi e miseri abiti appesi all’interno di una cornice

sospesa nel vuoto. Le scenografie e costumi Micol Vighi e Nunzio Capece, insieme al disegno luci di Anna Merlo, esprimono chiaramente il senso di smarrimento dei due personaggi. In basso, sulla cornice, una scritta luminosa indica la parola chiave che traccerà il cammino: la speranza. Fra i pochi elementi scenici il taccuino degli appunti del Maestro. Molti i riferimenti ai maestri teatrali: Strehler, Ronconi, Eduardo... una scatola magica di legno, nasconde, svela, protegge i due protagonisti.  La simbologia sostiene i due personaggi, li aiuta a credere nel futuro a non cadere smarriti nelle incertezze e nella società liquida contemporanea. La prova dello spettacolo, diventa una prova di vita che permetterà ai due interpreti di non abbandonare la speranza nel futuro, di credere nelle proprie capacità, affrontando la vita e portando dentro ciò che hanno imparato. Hanno avuto un bravo maestro gli ha insegnato, innanzitutto, a stare lontani dai cattivi maestri, da quelli che usano i trucchetti scenici, gli espedienti perché non hanno nulla da dire, gli ha insegnato a riflettere sulla parola scenica, sulle sfumature del linguaggio, gli ha insegnato che cosa vuol dire portare la verità a teatro. Renzo e Lucia hanno quasi terminato il loro cammino, uno specchio scende dall’alto e i due, come Alice lo attraversano e vanno così alla riscoperta della scatola magica del teatro. La presenza scenica di Walter Cerrotta e Yvonne Capece è energica e comunicativa, le espressioni caravaggesche di Capece e la voce preziosa di Cerrotta creano un dialogo col pubblico efficace. Al termine, un regalo per tutti noi, la voce fuori scena di Carmelo Rifici (direttore della Scuola di Teatro Luca Ronconi del Piccolo di Milano) che legge, a sua volta da maestro, i maestri non sono morti, sono vivi e camminano al nostro fianco, bisogna tuttavia, saper riconoscere i vivi e portare dentro quelli che ci hanno lasciato, perché, come suggerisce Paolo Conte, «Il Maestro è nell'anima e dentro all'anima per sempre resterà»

Milano, Teatro Sala Fontana, 20- 22 aprile 2018

foto Barbara Donadoni
   

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